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A domani!

Marco van Basten "Fragile": streghe a Nieuwegein - Primavera del 2008

 

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Sarò sincero: da quando sono commissario tecnico vivo con tensione ogni partita come se fosse una finale. Al Milan mi era d’aiuto Ted Troost, ma con lui non avevo più contatti già da tempo ed Erik Reep non è rimasto molto con la Nazionale.

In realtà non sono mai andato da uno psicologo professionista per queste tensioni, ma passare di tanto in tanto da Berna a Nieuwegein mi aiuta a gestirle; mi creano meno fastidi rispetto ai primi sei mesi da commissario tecnico e, in ultima analisi, è questo che conta. Berna è seduta su una scopa e passa di tetto in tetto, ahah. Parlando sul serio, lei è una sorta di figura materna per me, in un certo senso mi dà una carezza e mi dice parole di conforto. «Ah, ragazzo mio.»

Sono sempre stato aperto al circuito alternativo, vedi se funziona, e per me questo funziona. Non per ricaricarmi, ma più che altro per conservare un equilibrio e vederci più chiaro. Ritengo che ognuno debba fare ciò che è meglio per se stesso, questo genere di cose le faccio per il mio bene, e se pensi che qualcuno di alternativo possa aiutarti allora devi contattarlo, cosa che io ho fatto e continuo a fare. Così come in passato mi sono rivolto a un agopuntore cinese per far guarire la mia caviglia infortunata. Cerchi di capire quel che c’è, di essere aperto a ogni sorta di metodo, senza berti il cervello in alcun modo. Con Johan all’Ajax già andavo da un pranoterapeuta, ho lavorato anche con Ted Troost, perché pensavo che ciò avrebbe potuto giovarmi. Anche se c’è solo un 1 per cento di probabilità che la cosa funzioni, vale comunque la pena provare.

È anche interessante, trovo, perché alla fine la scelta è sempre individuale. Ognuno porta avanti una propria ricerca personale, non esiste un approccio standard che funzioni sempre. A una persona fa bene un’aspirina, a un’altra un’operazione, a una terza un buon colloquio, a un’altra ancora qualcosa di alternativo. Ciascuno cerca di terminare la ricerca nel miglior modo possibile, non esistono manuali al riguardo, ciò che conta è sentirsi bene, a proprio agio, in ultima analisi pieni di fiducia nei propri mezzi, senza sconfinare in eccessi.

Anche nel mio caso c’è un aspetto personale, perché se fai il mestiere dell’allenatore sai benissimo, e lo accetti, che se perdi ricevi pugni da tutte le parti come un punching ball. Ti mettono su un piedistallo, ti criticano molto, ma ti pagano anche bene per farlo, quindi devi essere in grado di sopportarlo.

Gli allenatori si proteggono dalle critiche, assorbono con avidità tutti gli elementi positivi, per far sì che i colpi e i complimenti si bilancino in qualche modo. Alcuni, imperterriti, continuano a elogiarsi ai quattro venti, è una pura compensazione delle critiche e delle proprie incertezze. Tra l’altro è un comportamento strano, che scaturisce dal fatto che se la prendono spesso e volentieri con te, una reazione comprensibile da questo punto di vista.

Nel calcio mostrare la propria vulnerabilità è un tabù. Non quadra con l’immagine da duro che vuoi dare sempre. E se la mostri, da un lato, può avere delle conseguenze negative, perché ti rende fragile, ma dall’altro, può pure avere un effetto positivo, ne sono convinto, perché per molte persone può essere da stimolo.

Ciò che mi preme, anche in questo libro, è la sincerità. Perché non dovrei essere sincero? Perché dovrei mascherare la verità? Non ho secondi fini, né ho qualcosa da perdere.

Berna non ha titoli, fa le sue cose e tu sei lì che parli, semplicemente del più e del meno, nessun abracadabra, chiaro? È una donna molto cara e gentile. All’epoca in cui Johan Cruijff aveva problemi cardiaci, Berna una volta mi disse: «Deve mangiare uvetta, gli fa bene al miocardio». A quel punto l’ho convinto a mangiare uvetta, e la sua reazione è stata subito positiva: «Perché non dovrei farlo?».

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