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Marco van Basten "Fragile": solo a Minsk - 22 novembre 2007

 

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Era giovedì mattina, ero seduto nella sala partenze dell’aeroporto di Minsk in attesa del volo che mi avrebbe riportato nei Paesi Bassi, la mattina dopo la sconfitta contro la Bielorussia. Che cosa terribile: neve ai bordi del campo, meno sei gradi, non c’era anima viva sugli spalti, atmosfera zero e per di più, la cosa peggiore, una delle più brutte partite con la Nazionale da commissario tecnico.

Mi avevano già mandato i titoli dei giornali, piuttosto deprimenti. Ero andato a sedermi in un angolo della sala, volevo allontanarmi dal resto dello staff e dai giocatori. Vedevo tifosi della Nazionale mettere i bagagli sul nastro. Stavo semplicemente male. John e Rob Witschge mi dicevano di non prendermela troppo, dopotutto quattro giorni prima ci eravamo «già» qualificati per gli Europei in Svizzera e in Austria. Loro erano di ottimo umore, sconfitta o meno, ma io sono fatto in maniera diversa.

Perdere mi fa stare malissimo, sento gravare sulle mie spalle tutta la responsabilità e mi getto la croce addosso: non sono abbastanza innovativo, non abbastanza furbo, non abbastanza preparato, semplicemente non abbastanza bravo. Avevo fallito, sconfitto dai bielorussi, in circostanze bizzarre. Quei pensieri mi avevano tenuto sveglio tutta la notte, quindi mi sentivo uno straccio.

In realtà già da un anno e mezzo molta gente ce l’aveva con la Nazionale olandese, da quella strana partita contro il Portogallo salvavano ben poco degli Oranje. C’erano molte critiche e malumori, e quell’atmosfera, sui giornali e in televisione, aveva condizionato chiaramente i tifosi. Per la prima volta c’era persino qualcuno che voleva cacciarmi, non era arrivato forse il momento di cambiare commissario tecnico?

I numeri, nel girone di qualificazione, tutto sommato non erano affatto male. Otto vittorie, due pareggi, due sconfitte, ma non era molto importante, perché le critiche riguardavano il gioco, i tanti giocatori nuovi. A tutto c’era una spiegazione, ma non faceva più molta importanza, era dalla conclusione dei Mondiali in Germania che attaccavano a ruota libera la Nazionale.

Perciò questa sconfitta a Minsk è stata un altro momento doloroso nella mia carriera di commissario tecnico. Avevo la sensazione di dar ragione ai miei critici. Volevo starmene un po’ senza persone esageratamente allegre intorno a me, mi sentivo solo. La cosa strana era che mi pareva che tutti mi evitassero all’aeroporto, come se fossi infetto. All’improvviso mi sono ricordato di aver già vissuto quella situazione da calciatore: quando un allenatore era in difficoltà lo lasciavi per conto suo.

All’improvviso compresi quello che doveva aver provato Sacchi, quando nel 1991 aveva i giorni contati al Milan, o Beenhakker ai Mondiali del 1990, o Aad de Mos all’Ajax, tornando in autobus dopo la sconfitta ad Haarlem. Adesso mi trovavo io nei loro panni, e il mio stato era veramente pietoso.

Quella partita mi ha tormentato per tutta la notte, anche se non c’era più niente in palio, né per noi né per loro. Che importanza aveva? In realtà aveva la sua importanza.

L’autunno della Nazionale non era stato esaltante, ma nemmeno pessimo. Infatti, nel settembre 2007, la partita contro la Bulgaria era stata ottima, e il rientrante Ruud van Nistelrooij aveva segnato subito. Quattro giorni dopo era stata molto dura a Tirana contro l’Albania, ma Ruud ci salvò nei minuti di recupero: 1-0.

La stampa non ha perso occasione per attaccarci. Così, quando abbiamo iniziato il ciclo di ottobre perdendo 1-0 in Romania, sono cominciate le grane. Era la prima sconfitta in nove incontri, eravamo ancora arbitri del nostro destino, ma se sei il capro espiatorio, basta poco.

Un paio di giorni dopo, in casa contro la Slovenia il 17 ottobre, siamo andati subito in vantaggio, ma nel corso della partita il gioco non è mai stato fluido, mai spumeggiante. Nessuna festa, il pubblico di Eindhoven ha cominciato a borbottare e per la prima volta ha scandito slogan anche contro di me, invocando Foppe de Haan, che aveva appena vinto gli Europei Under 21 con l’Olanda.

Poco prima del novantesimo abbiamo segnato il 2-0, la settima vittoria in dieci partite di qualificazione, ma ciò non è bastato a calmare gli spettatori, che hanno preso la strada di casa brontolando.

Nella conferenza stampa dopo la partita mi sono limitato a un paio di frasi, dicendo che non avevamo giocato un bel calcio, e infatti non lo avevamo fatto, ma aggiungendo che ci sarebbe bastata un’altra vittoria per qualificarci agli Europei, contro il Lussemburgo, cosa che poi ci è riuscita quattro giorni prima della partita di Minsk.

Che problema c’è, hanno detto John e Rob, andiamo agli Europei, no? Ma io avevo sensazioni diverse. Le critiche le sopporto, quando sono giuste, ma se agli occhi della stampa, e quindi spesso anche del pubblico, le cose sono molto peggiori di quanto siano in realtà, allora a un certo punto tutto diventa irragionevole, un fatto personale, e ciò mi infastidiva, stentavo a digerirlo.

Ti infangano, tutti ma proprio tutti si sentono in diritto di criticare, diventi un rifiuto ingombrante e ti gettano addosso merda, è una specie di patibolo, ti mettono alla gogna come si faceva una volta nelle piazze dei paesi.

Me lo immaginavo come qualcosa di bello, andare agli Europei con un gruppo pieno di talento, ma in quel momento mi sembrava una disgrazia.

E pensare che il problema più serio dell’anno, la questione delle tasse in Italia, si era appena risolto. Perry ci si era buttato a capofitto, era volato sei volte in Italia per discuterne con l’Agenzia delle Entrate, il Milan e i nostri avvocati italiani, che avevano realizzato su suo incarico, al pari dei nostri fiscalisti olandesi, accurate analisi in merito.

Aveva sviscerato bene l’intera faccenda. Potevamo affrontare una battaglia legale con l’Agenzia delle Entrate italiana, e secondo gli avvocati avremmo avuto un 75 per cento di probabilità di vincerla. La causa sarebbe comunque durata anni, con conseguenti costi aggiuntivi di centinaia di migliaia di euro, ma se avessimo vinto ci sarebbe stato condonato tutto.

C’era però un 25 per cento di probabilità di perderla, e in tal caso avremmo dovuto pagare l’intero importo di 33,6 milioni più le spese legali extra. Dei 25 milioni che possedevo al momento di tornare, dieci anni prima, in Olanda, me n’erano rimasti ancora 13, quindi avrei rischiato di andare in bancarotta.

Perry quindi è andato a parlare con l’Agenzia delle Entrate italiana, non lasciando niente di intentato. Ha insistito su una certa ignoranza in materia e incompetenza da parte mia al momento di firmare i contratti con il Milan, sul fatto che erano stati i consulenti a seguirmi, che io, ai tempi, ero un calciatore di vent’anni al quale non poteva essere imputato in alcun modo tale disastro, che avevo agito in buona fede e apposto quasi alla cieca la mia firma.

Una volta iniziati i colloqui, e scongiurato il pericolo di arresto, alla fine sono andato a Roma anch’io insieme a Perry, per parlare di persona con l’Agenzia delle Entrate italiana, nonché con il Milan riguardo alle conseguenze incombenti. Alla fine erano tutti d’accordo che un concordato con l’Agenzia delle Entrate italiana sarebbe stata l’opzione migliore per me. L’esito finale è stato un patteggiamento di 7,5 milioni di euro, che resta naturalmente pur sempre una cifra enorme, ma comunque per me, in ultima analisi, abbordabile.

Non sono il tipo che si spertica in ringraziamenti, ma Perry sapeva quanto gli fossi grato, eravamo entrambi consci che senza i suoi sforzi e la sua competenza la situazione sarebbe stata ben diversa, di sicuro peggiore. Per come ero ridotto, tra sconfitta e critiche, il suo apporto era stato prezioso come oro.

Tra una vicenda e l’altra, l’Ajax aveva lanciato a Perry la proposta di parlarmi dell’incarico di allenatore in prima. Poco dopo la partita di Minsk avremmo parlato una sera, senza impegno, con il presidente del consiglio di amministrazione John Jaakke e con il direttore generale Maarten Fontein.

Mi solleticava l’idea di poter lavorare ogni giorno con i giocatori, invece delle sette volte all’anno, come accadeva con la Nazionale. Ero curioso di sentire cosa aveva da dire l’Ajax, ma mi ero anche convinto che avrei voluto fare l’allenatore dell’Ajax, per ottenere dei successi. Preferivo non pensare per il momento alla stampa, che avrei avuto addosso anche all’Ajax.

A distanza vedevo i giocatori, i tifosi, lo staff. Poteva anche darsi che a Minsk fossi stato ipersensibile, dopotutto mia madre era morta poco tempo prima.

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