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Marco van Basten "Fragile": la bombetta del signor Seedorf - 17 novembre 2007
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Ero contento della presenza dell’addetto stampa Kees Jansma, altrimenti non mi avrebbe creduto nessuno, dopo una partita vinta di misura, 1-0. Olanda-Lussemburgo del 17 novembre al De Kuip, lo stadio del Feyenoord, con cui ci siamo definitivamente qualificati per gli Europei del 2008.
Dopo gli Europei in Portogallo del 2004 avevo dovuto ricostruire la Nazionale. C’era una nuova leva di calciatori molto talentuosi, come Van der Vaart, Sneijder e Robben, ma si trattava in prevalenza di giocatori portati ad attaccare. Dei «vecchietti» erano rimasti in pochi.
Clarence Seedorf nei miei primi due anni da commissario tecnico non l’ho mai convocato, ma quando ha cominciato a giocare sempre meglio con il Milan nella stagione 2006-2007, l’ho aggregato alla squadra. Volevo osservarlo da vicino, negli allenamenti e nelle partite, anche se i precedenti commissari tecnici avevano faticato a inserirlo in Nazionale. Anche in considerazione dei problemi fisici di alcuni calciatori come Sneijder e Van der Vaart, alla fine gli ho concesso un’opportunità.
Dal momento in cui è tornato con noi ho schierato Seedorf in tre partite amichevoli, poi a settembre, in una gara di qualificazione contro la Bulgaria, l’ho fatto entrare in campo per parecchi minuti e alla fine l’ho schierato titolare in tre incontri di qualificazione: contro la Romania fuori casa, contro la Slovenia e il Lussemburgo in casa, nell’ottobre e nel novembre 2007.
La partita contro la Romania fuori casa è stata la prima sconfitta nel percorso verso gli Europei. Non che io voglia addossare la colpa a Clarence, ma certo ci ha messo del suo. John e io, all’epoca, ne avevamo parlato spesso, e ritenevamo in ultima analisi di avere opzioni migliori per il centrocampo, dopo averlo visto all’opera per un certo periodo di tempo in allenamento e in partita. Per questo non era la nostra prima scelta come centrocampista offensivo, e gli preferivamo di solito Wesley e Rafael. Comunque, viste le circostanze e le sue prestazioni al Milan, Clarence è stato schierato tre volte titolare nell’autunno del 2007, ottenendo quindi l’opportunità che tanto desiderava e che riteneva di meritare.
Dopo il terzo incontro, l’1-0 a Rotterdam contro il Lussemburgo il 17 novembre, con una sola partita di qualificazione ancora da disputare, Clarence, subito dopo la fine della partita, ha chiesto se avrebbe potuto parlarmi, quella sera stessa.
Kees Jansma ci ha trovato una saletta e, alla fine, si è unito anche lui alla conversazione. L’ultima partita si sarebbe disputata quattro giorni dopo, fuori casa contro la Bielorussia, a Minsk. Per lui, in un momento come questo, sarebbe stata una buona occasione per mettersi ancora una volta in luce, malgrado la qualificazione già acquisita. Una possibilità di entrare nella rosa definitiva per gli Europei.
Con mia sorpresa, Clarence ha iniziato la conversazione comunicando la sua decisione di chiamarsi fuori dall’ultima partita, perché voleva concentrarsi sugli imminenti, importanti appuntamenti del Milan, e poi ha portato avanti tutto un suo ragionamento. Prima di partire titolare, negli ultimi tre incontri, era entrato quasi sempre a partita in corso e trovava incredibile che non lo avessi schierato sempre nell’undici di partenza. Riteneva di meritare più considerazione ed era convinto che, se gliene avessi dato l’occasione, avremmo avuto ottime chance agli Europei.
Non ricordo le sue parole esatte, ma il concetto era più o meno il seguente: «Se mi fai giocare, faremo molto bene in Austria e in Svizzera, il nostro livello crescerà. Questo succede anche al Milan, dove gioco sempre». Ha tirato fuori di tutto per farmi capire che, con lui nella formazione titolare, avremmo avuto grandi opportunità di essere competitivi agli Europei.
Sono restato a bocca aperta, gli stavo concedendo un’occasione concreta di conquistarsi un posto in Nazionale. Fino a quel momento era stato tutt’altro che convincente: una sconfitta con la Romania, gioco mediocre con la Slovenia e 1-0 in casa contro il Lussemburgo non erano prestazioni esaltanti, quindi contro la Bielorussia avrebbe avuto un’ulteriore opportunità di convincere me, noi.
Be’, lui pensava di aver già dimostrato il proprio valore. Secondo lui era superiore ai titolari di questa Nazionale, lui giocava con il Milan in Champions League e in Serie A. «Devo ancora dimostrare quanto valgo?» Gli pareva veramente ridicolo, doveva essere il primo sulla lavagna.
Ero veramente molto sorpreso e gli ho risposto che stavo appunto dandogli un’occasione, e l’avevo fatto per tre volte di fila, e che il suo escludersi dall’ultima partita non mi piaceva molto.
Kees e io lo stavamo ascoltando a bocca aperta, mi colpiva il fatto che si comportasse più da uomo d’affari che da calciatore. Il signor Seedorf indossava un abito tre pezzi e, alla fine della conversazione, è uscito subito fuori, dove lo aspettava una Mercedes col motore acceso con tanto di chauffeur al volante che lo avrebbe portato immediatamente all’aeroporto per volare con un jet privato, probabilmente alla volta di Milano. Aveva una ventiquattrore sotto il braccio e un ombrello in mano, solamente il suo borsone da ginnastica faceva pensare che giocasse a pallone. Quando si è diretto verso l’automobile, seguito dagli sguardi miei e di Kees, ho pensato: gli manca solo una bombetta in testa, ma non gli starebbe male.
Quando la Mercedes è scomparsa dalla nostra vista, Kees mi ha detto: «Meno male che c’ero anch’io, perché altrimenti non avrei mai potuto credere che qualcuno osasse parlare così di se stesso». Non credeva alle sue orecchie, e io alla fine ero contentissimo che ci fosse anche Kees, perché altrimenti nessuno avrebbe creduto alla mia storia.
Ma a prescindere dall’aspetto del signor Seedorf, o di Clarence, erano le sue prestazioni sul campo a contare per me, e davvero lui non migliorava la Nazionale. Anche se lui affermava il contrario, ai nostri occhi non era proprio così.
Come commissario tecnico devi fare delle scelte, e io le ho sempre fatte basandomi su considerazioni calcistiche tecniche e tattiche. Tutto il resto per me non conta e, se qualcuno vuole trarre altre conclusioni, faccia pure.
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