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A domani!

Marco van Basten "Fragile": salve, gente - Ottobre 2007

 

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Proprio all’inizio, per un breve periodo di tempo, è stata in un manicomio. Mia madre, che era ancora normale fino a poco tempo prima, in mezzo ai matti. Che cosa terribile, era un’esperienza strana, guardi con gli occhi di fuori tutti quei casi tristi che se ne vanno in giro lì, con mia madre, all’improvviso in mezzo a loro.

Ma in seguito, anche in quelle case di cura, vedi solamente persone disorientate, che non hanno più memoria o stanno diventando dementi. Ti ritrovi in una casa di cura e pensi: che ci faccio io qui?

Dopo il suo primo ricovero, in quegli anni, andavo a visitarla regolarmente, anche quando vivevamo a Milano, ma era doloroso perché, già allora, aveva perso la memoria. Non mi riconosceva, o solo a malapena, veramente a stento. Quindi, sì, era un contatto alquanto strano.

Andavo con Liesbeth nella sua casa di cura e la vedevo attorniata da estranei, poi io le dicevo hallo e le davo tre baci, ma non mi riconosceva. Stai lì per un quarto d’ora, o mezz’ora, il tempo scorre molto lentamente, con quel caffè insipido, la tovaglia antiquata e i fiori di plastica.

Mia madre, in realtà, non c’era già più, era già altrove. Quella lezione l’ho imparata, ciò che conta è il contatto mentale che hai, è essenziale. Ma non c’era più, ero lì con lei, sì, ma soltanto con il suo lato esteriore, fisico, anch’esso tra l’altro cambiato. Era ingrassata, era diventata più pesante per via delle medicine e della vita sedentaria. Sapeva ancora parlare, ma non su argomenti precisi, di solito raccontava cose strane e, di tanto in tanto, particolari del passato.

Come va? «Salve gente», diceva lei a tutti. In tal modo puoi rivolgerti a chiunque, anche se non ricordi più i nomi, non sbagli mai. E lei, così, lo diceva regolarmente anche a me. Salve gente: «Buongiorno, salve gente».

Mio padre, di tanto in tanto, le diceva: «C’è tuo figlio. C’è Marco». E allora lei rispondeva: «Ah, sì». E la cosa finiva lì.

Era una conversazione vana, priva di qualsiasi senso. All’epoca le facevo visita soprattutto per fare un piacere a mio padre, ma a lungo andare mi riusciva sempre più difficile, perché avevo la sensazione di essere ridicolo. Non faceva stare meglio me, non faceva stare meglio lei e faceva stare un pochino meglio mio padre, perciò ci andavo sempre meno spesso.

Mio padre, al contrario, di fatto c’era sempre, in tutti quegli anni ci andava tre volte al giorno, la mattina, il pomeriggio e la sera. Era la norma. Anche se lei non lo riconosceva, lui ha tenuto duro fino alla fine, negli ultimi giorni del settembre 2007, quando è morta. Nel complesso aveva passato ventidue anni in case di ricovero dopo la fatale sera del 1985, ma la donna che era stata veramente mia madre non c’era più da un pezzo. E mi mancava, così come la nonna ai miei figli, i suoi nipoti.

Una perdita che è emersa, comunque, durante la sua cremazione. Quel giorno volevo dire qualcosa, mio fratello Stanley e mia sorella Carla invece preferivano entrambi di no. C’erano pure i miei amici, anche se avevo detto loro qualcosa del tipo: «Be’, da parte mia non c’è bisogno che veniate, veramente, non è necessario», partendo dal presupposto che mia madre non c’era più già da un pezzo, che in realtà non c’era più già dal 1985 e che, quindi, l’avevano conosciuta appena.

Tuttavia quel giorno sono stato sopraffatto dalle emozioni quando ho tenuto un breve discorso, accanto alla sua bara, in un’anonima saletta di Utrecht. Mi ricordo esattamente l’esordio, ho conservato il discorso.

Cara mamma, da molto sapevamo che questo sarebbe accaduto. Ma adesso che è realtà, è un duro colpo. Più duro di quanto pensassi. È così assoluto, così definitivo…

Avevo preparato un foglio fitto, ma dopo quelle prime frasi sono scoppiato all’improvviso a singhiozzare, veniva dal mio intimo, la perdita di anni e anni è salita su di colpo.

Il dolore di un figlio che ha dovuto fare a meno per tutti quegli anni della madre, che c’era e nello stesso tempo non c’era. Per più di vent’anni. E anche per via della sua stessa infelicità, per non aver mai più potuto godersi i figli e i nipoti, e per l’infelicità nel suo matrimonio con mio padre, su cui da ragazzo mi confrontavo con lei. Ogni cosa era affiorata in quel momento, me ne stavo lì a piangere come un bambino, davanti a quella sala piena di persone. Guardavo i miei figli, che mi vedevano combattuto e in lacrime per la morte di mia madre e che, già tanto addolorati a loro volta, erano ancora più afflitti per il mio stato. C’è voluto un po’ prima che mi calmassi e riacquistassi un po’ di controllo su me stesso, ma comunque andava bene così, era quello che provavo, il dolore era puro e sincero.

Col senno di poi sono stato comunque molto contento che si siano manifestate. Non mi aspettavo un simile tumulto di emozioni. Ho concluso con le parole che lei mi diceva quando erano volate parole dure:

Allora mi diceva: «Un giorno, ragazzo, un giorno ripenserai a me. Quando avrai pure tu dei figli». Avevi ragione anche in questo, mamma. Solo che purtroppo non ho mai avuto modo di dirtelo di persona.

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