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A domani!

Marco van Basten "Fragile": Russi e lutto al braccio - Europei 2008

 

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Adesso che ci ripenso, a distanza di quasi dodici anni, ancora lo trovo incredibile. Non è crudele che, durante un Europeo, un bimbo nato prematuro di uno dei tuoi giocatori muoia? E che un avvenimento così triste si verifichi per di più in un ospedale a un paio di chilometri dall’albergo dei giocatori, tre giorni prima della partita decisiva di quello stesso Europeo, per il quale si è lavorato tutti insieme già da due anni?

Molto doloroso e lacerante, tanto più che i giocatori, quasi tutti giovani padri, due giorni prima avevano festeggiato le vittorie contro i campioni e i vicecampioni del mondo, assolutamente inaspettate vista l’atmosfera negativa che circondava la Nazionale, con la prole in braccio e davanti ai tifosi arancioni in delirio. Se ne andavano in giro, uno per uno, con i loro figlioletti sulle spalle, dopo aver sconfitto Italia e Francia, a festeggiare davanti agli occhi del mondo. Poi abbiamo vinto, e festeggiato, anche contro la Romania. A dire il vero non poteva esserci atmosfera migliore, nella squadra e tra i tifosi, in Svizzera, dopo i primi tre incontri del girone. Restava solo da capire chi ci sarebbe toccato ai quarti di finale.

Proprio quando, mercoledì 18 giugno, stavo osservando con John la partita tra Svezia e Russia, per analizzare pregi e difetti del prossimo avversario, mi ha chiamato alla fine del primo tempo Edwin van der Sar, il mio capitano, dall’ospedale di Losanna. La moglie di Khalid Boulahrouz aveva partorito una bimba nata prematura di sei mesi che era morta poco dopo.

Quella settimana avevamo concesso ai calciatori un giorno libero per vedere consorti o amiche, dopo l’ottima fase a gironi, quindi la maggior parte del seguito era in città, in un altro albergo. La moglie di Khalid era stata ricoverata d’urgenza quel pomeriggio, mi ha raccontato Edwin. Khalid, appresa la notizia, è andato in ospedale per assistere la moglie, ma purtroppo la loro bambina non ce l’ha fatta.

Edwin mi ha esortato a recarmi immediatamente all’ospedale per porgere le mie condoglianze.

Che momento strano. Sei il responsabile della Nazionale e partecipi a una fase finale, stai lavorando sodo e sei molto concentrato, ma nello stesso tempo c’è un dramma umano che coinvolge uno dei tuoi giocatori, quindi, sì, ho avuto un momento di dubbio, lo dico con sincerità, non esistono manuali per questo tipo di situazioni.

Ho preso un taxi e sono andato all’ospedale per porgere le mie condoglianze, per stare vicino e dare il mio sostegno a Khalid e a sua moglie, come commissario tecnico e come uomo. Hanno molto apprezzato il mio gesto, all’ospedale ho trovato anche diversi giocatori, venuti lì a mia insaputa. Oltre a Edwin van der Sar, c’erano Robin van Persie, Ruud van Nistelrooij e Nigel de Jong a confortare la famiglia Boulahrouz, avevano tutti un buon legame personale con Khalid.

In seguito mi hanno bombardato di domande: i giocatori avrebbero dovuto chiedere il permesso per andare in ospedale? Era una buona cosa esporre a così tanto dolore parte della squadra durante la fase finale di un torneo?

La risposta è molto semplice: non lo so. Non lo sapevo allora e non lo so nemmeno oggi, quasi dodici anni dopo. Il giornale «NRC», alla fine del 2008, ha ricostruito bene i giorni di quell’Europeo, e anche quella questione. Avrei dovuto proibirlo ai giocatori? In quel momento volevano sostenere Khalid, avrei dovuto oppormi?

Non ne ho fatto un problema in quel momento, anch’io ho cercato di stare vicino a Khalid, ma dopo circa mezz’ora in ospedale sentivo di dover, a poco a poco, spostare le attenzioni dal mio coinvolgimento nel dramma allo svolgimento del mio compito principale in Svizzera: preparare la Nazionale olandese per il quarto di finale degli Europei. Quando ho lasciato l’ospedale, avevo appreso nel frattempo che il nostro prossimo avversario sarebbe stato la Russia, tre giorni dopo a Basilea.

Il giorno successivo Khalid, dopo avermi chiesto il permesso, ha parlato alla squadra. Ha raccontato che doveva elaborare la perdita, come stava facendo, sottolineando di poter essere in grado di proseguire la preparazione alla partita seguente in una maniera normale, e che tutti si sarebbero dovuti comportare come sempre, continuando a fare pure le tradizionali battute.

Dopo l’allenamento ho avuto un colloquio con lui, a faccia a faccia. Gli ho chiesto se avrebbe preferito tornare a casa per stare con sua moglie a elaborare insieme il dolore. Mi ha risposto che voleva assolutamente rimanere con noi, decisione presa di comune accordo con la moglie, che desiderava che lui restasse con la squadra. Mi dava l’impressione di essere forte e, dopo essermi consultato con John, ho deciso che poteva rimanere col gruppo, partecipare alla preparazione dell’incontro contro la Russia e partire titolare come terzino destro.

Con nostro spavento Arjen Robben, durante l’allenamento del venerdì pomeriggio, ha cominciato all’improvviso a trascinare la gamba. Infortunio. Quelle settimane eravamo stati superprudenti con lui. Non aveva giocato contro l’Italia, contro la Francia era entrato nell’ultimo quarto d’ora e contro la Romania aveva giocato un’ora senza problemi. Ci aspettavamo quindi che Arjen sarebbe arrivato con parecchi minuti nelle gambe contro la Russia, lui era uno dei nostri migliori giocatori e poteva risultare decisivo, ma prima della partita abbiamo capito che non c’era niente da fare, il suo inguine non ha superato l’ultimo provino quel sabato mattina.

Anche Robin van Persie si stava riprendendo da un infortunio, e anche lui era entrato dalla panchina contro la Francia, aveva comunque giocato l’intera partita contro la Romania, e segnato, il 2-0, all’ottantasettesimo minuto, ma gli mancava ancora il ritmo per affrontare altri novanta minuti.

Era un bel rompicapo, alla fine di quei quattro anni da commissario tecnico purtroppo sono riuscito di rado a schierare sin dal fischio d’inizio quel quartetto in forma, i giocatori che in seguito sarebbero stati chiamati «i grandi quattro»: Robben, Sneijder, Van der Vaart e Van Persie. Ce n’era sempre almeno uno infortunato, come in questo caso.

Insieme a John ho cercato di venirne a capo dopo la rinuncia forzata a Robben, analizzando l’avversario e la formazione. I giocatori, in quei giorni, erano ancora presi da quanto capitato a Khalid, se ne parlava molto, anche se non avevamo previsto un colloquio di gruppo. Abbiamo lasciato ognuno libero di elaborare l’accaduto a modo suo, l’unica cosa di cui abbiamo discusso in gruppo riguardava l’eventualità di osservare un minuto di silenzio. I giocatori erano molto favorevoli, ma la Federazione olandese era contraria, alla fine abbiamo deciso di indossare il lutto al braccio contro la Russia. Alla maggior parte dei giocatori stava bene così, secondo me, e di sicuro a Khalid.

Si sopravvaluta spesso l’incidenza di un allenatore, come è dolorosamente emerso durante il quarto di finale di quel sabato sera a Basilea. Un paio di cose non hanno funzionato, facevamo fatica a costruire il gioco da dietro, aspetto in cui Boulahrouz ebbe un ruolo importante, perché i russi gli lasciarono molta libertà e, in tal modo, aveva molti palloni da gestire con il compito di far partire l’azione.

Disturbando il nostro impianto di gioco, la Russia ha impedito che i nostri forti centrocampisti e attaccanti ricevessero palloni giocabili, rendendoli in tal modo molto meno pericolosi. La tattica russa ha funzionato bene. Ho sostituito Boulahrouz per precauzione con John Heitinga in quanto aveva preso un cartellino giallo.

Abbiamo cercato di neutralizzare il miglior giocatore russo, Andrej Aršavin, prima con Boulahrouz e poi con Heitinga, senza riuscirci. Aršavin ha giocato la partita della vita, era una minaccia continua, dettava il passaggio con grande furbizia tra le linee, non dava punti di riferimento ai nostri difensori. Dobbiamo continuare a seguirlo o è meglio aspettarlo? Scelte difficili. Aršavin ci ha creato grossi problemi per tutta la partita.

Il fatto che il nostro Aršavin, Arjen Robben, non abbia giocato ha avuto un impatto notevole sullo svolgimento della partita, perché ci mancava un dribblatore imprevedibile, uno che da solo avrebbe potuto fare la differenza.

Al cinquantaseiesimo minuto ci siamo trovati in svantaggio. Dato che era un incontro a eliminazione diretta, dovevamo tornare ad attaccare, pur avendo difficoltà nella costruzione. Per questo abbiamo fatto un cambio in avanti, sostituendo Orlando Engelaar con Ibrahim Afellay e, alla fine, poco prima del novantesimo, abbiamo pareggiato, di nuovo con Ruud van Nistelrooij, agguantando così i supplementari. Il problema era che avevo già fatto i tre cambi, perché tra il primo e il secondo tempo avevo sostituito Kuijt con Van Persie.

Penso che alla fine abbiamo pagato pegno per quei cambi anticipati ma necessari, per quell’ansia di pareggiare e per la tensione, dovuta in parte alla brutta vicenda di Boulahrouz, perché ai supplementari Rafael e Ruud accusarono i crampi. Si sentiva in campo. In quei trenta minuti extra, se avessimo avuto Ruud e Rafael freschi, avremmo vinto, ne sono convinto.

Ma il momento più bizzarro è arrivato poco prima della fine dei tempi regolamentari. Denis Kolodin, un giocatore russo, vicino alla propria linea di fondo ha dato un calcio a Wesley Sneijder, in quel momento eravamo sull’1-1, che gli è costato giustamente un cartellino giallo. Ma per Kolodin si trattava del secondo giallo, quindi rosso, doveva uscire dal campo, così avremmo iniziato i supplementari in 11 contro 10, il che sarebbe stato un grande vantaggio.

Ma subito dopo è successo qualcosa di molto strano, c’è stata un po’ di confusione e l’arbitro, l’esperto slovacco L’uboš Michel’, ha gridato qualcosa a proposito credo di un fuorigioco e, all’improvviso, ha cambiato idea e ha annullato il cartellino giallo. Così, dal nulla.

Sono rimasto perplesso, per un attimo mi è venuta la tentazione di entrare in campo, per protesta. Ho pensato veramente: ma come si fa? Non è proprio possibile.

Perché la condotta violenta non ha niente a che vedere con il calcio, è semplicemente da punire, fuorigioco o meno non ha importanza, perché è proibito. Punto e basta. E quello era stato un calcione cattivo, che ha abbattuto Sneijder, quindi il fuorigioco non aveva rilevanza, era stato un gesto violento, e quindi il russo avrebbe meritato comunque il secondo giallo. Questa è stata la circostanza che, più di tutte, mi ha fatto perdere il sonno.

La UEFA in seguito ha dichiarato che il cartellino giallo sarebbe stato annullato in quanto la palla aveva già superato la linea di fondo nel momento del calcione a Sneijder, ma le immagini dimostrano il contrario. Non ha importanza dove si trovi la palla, la regola è che una condotta violenta comporta un cartellino giallo, stop. Il capo della commissione arbitrale dell’UEFA avrebbe detto in seguito che si era trattato di un grosso errore, ma questo contentino non mi è servito a niente.

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