
A domani!
Marco van Basten "Fragile": fare ordine - 21 luglio 2014
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Mio padre è morto. Mio fratello è ripartito per Curaçao. È lunedì pomeriggio, sono passati tre giorni dalla cremazione e sto iniziando a fare ordine nella casa di mio padre. Ciò significa che dovrò entrare anche in quella camera, la mia vecchia cameretta in Johan Wagenaarkade, per la prima volta dopo non so quanti anni. Anche quando mio padre viveva ancora qui, prima che due anni fa si trasferisse nella casa di riposo, in quella stanza non entravo mai. Venivo a trovarlo, ma lì non entravo.
Supero l’Olympisch Stadion e imbocco la tangenziale di Amsterdam. Mi è quasi venuta voglia di andare a fare un po’ di ordine. Può sembrare strano visto che ho un sacco di ricordi legati a quella stanza, dove ho trascorso giorni interi a tirare pallonate contro il muro, e dove per la prima volta ho baciato Anne, la mia prima ragazza. E dove mio padre veniva a sedersi sul bordo del letto, per la buonanotte. La cameretta l’ho lasciata dopo l’incidente di mia madre, quando a 21 anni sono andato a vivere con Liesbeth. Sul piano della scrivania è ancora incisa quella frase: IO SONO IL MIGLIORE (DOPO DI ME). Parole che, involontariamente, hanno assunto un valore mitologico.
«Noi andiamo avanti» aveva detto mio padre quando un medico si era convinto che avrei dovuto farla finita col calcio, perché avrei messo a rischio la mia anca. Avevo 15 anni, ma «noi» andammo avanti, e a vele spiegate. Quella cameretta ne è testimone, dato che, quando, mi trasferii, mio padre iniziò letteralmente ad accanirsi trasformandola in una specie di museo, con tutte le mie coppe, i gagliardetti, le maglie che avevo vestito, videocassette e raccoglitori pieni di note sulle partite che avevo giocato. Di tutto di più. Gli faceva bene, a quel punto poteva ricevere i giornalisti e raccontare la sua versione. Io non ero d’accordo, ma ormai la sua vita era quella.
Si sentiva molto realizzato, è per questo che gli ho concesso di mettere su quel museo, così come lo Sportpark Marco van Basten. Ci teneva così tanto. Avrei potuto aspettarmelo anche dall’UVV, il vecchio club a cui mi legavano tanti bei ricordi.
Nei trent’anni da quando ho lasciato quella casa, la mia cameretta si è trasformata in un luogo di cui ormai voglio solo sbarazzarmi. Una sorta di pietra tombale di un giocatore finito. Un monumento per «l’attaccante che è stato», una cosa del passato. Io sono andato avanti, ho una famiglia, dei figli, altre priorità, lui invece per tutto questo tempo è rimasto ancorato a quegli anni, al mio periodo di gloria, che un po’ sentiva anche suo. Stava vivendo i successi che non aveva mai ottenuto personalmente.
Pare che a volte parlasse un po’ troppo con i giornalisti, così sento dire ogni tanto. Gli raccontava di essere pentito di alcune cose, che avrebbe dovuto dare più attenzione a mia madre quando lei ancora stava «bene», e prendersi più cura di mio fratello e mia sorella, invece di pensare solo a me. Diceva di aver «pagato caro» il suo comportamento, ma a me non ha mai detto queste cose, né io ho mai letto le sue interviste.
Arrivato a Utrecht il traffico aumenta. Attraverso il ponte di Spinozabrug verso Oog in Al, poi svolto a destra in Herderplein. Nonostante tutto, negli ultimi anni ho voluto dirgli determinate cose, non ho potuto farne a meno. Per esempio che non capivo perché per trent’anni non avesse degnato mia madre di uno sguardo, fino a quando non era stata male, mentre ora andava a trovarla tre volte al giorno, quando lei nemmeno lo riconosceva più. Ma che senso ha? E poi non vedeva quasi mai i nipoti. Era assurdo.
Forse la viveva come una forma di espiazione, per il suo credo cattolico. Ma perché? Mi ha fatto perdere le staffe diverse volte. «Che vai blaterando?» gli dicevo in quei casi, ma lui si limitava a rispondere: «Ora sento di dover fare così, Marco».
Be’, quand’è così lasci perdere.
Le sue relazioni sociali si riducevano ogni giorno di più. Non ne aveva quasi più. E mia madre non se n’è accorta, se non in minima parte, lei che era rinchiusa fra i dementi. Ovviamente ha sempre agito a fin di bene, in base a ciò che ha potuto, secondo onore e coscienza, non ho dubbi su questo.
Inoltre, negli ultimi anni, ho imparato ad apprezzare mia madre sempre di più. La mia parte sensibile e creativa la devo a lei, che era anche molto più socievole di mio padre. Poco prima di stare male era andata in Canada a trovare Stanley e i suoi bambini, e sono sicuro che, se fosse stata ancora viva, avrebbe avuto un ottimo rapporto con i nostri figli. Ne sono più che convinto.
Ricordo che insisteva perché imparassi a suonare il pianoforte. Lei era bravissima, suonava a orecchio. Io presi lezioni per un periodo, ma quando ero seduto al piano passavo tutto il tempo a sbirciare fuori, dove mi aspettava il mio pallone.
Infilo la chiave nella serratura di Johan Wagenaarkade. L’Amsterdam-Reno si riflette nei vetri della porta d’ingresso, in mano ho un rotolo di sacchi per l’immondizia, di quelli blu. Entro e vado dritto verso la cameretta, verso quel mucchio di cianfrusaglie. Quando apro la porta sono più che determinato: via questa roba. Ogni cosa è ricoperta da uno spesso strato di polvere, riempio i sacchi a piene mani, il sudore mi cola giù per la schiena. Devo aprire una finestra.
A quel punto vedo il gagliardetto di un torneo giovanile a cui partecipai con l’UVV nel Sud della Francia, quando avevo 9 anni. Il posto si chiamava Le Lavandou. Si giocava sulla ghiaia, palme tutto intorno, una roba incredibile. Vincemmo il torneo e io fui eletto miglior giocatore. Il responsabile di tutto era l’allenatore delle giovanili Wim Haazer, un vero pilastro dell’UVV. In qualità di vincitori ci invitarono subito per l’anno successivo, e all’improvviso tutti scoprirono di voler andare in Costa Azzurra. Ormai era diventata una vacanza, in cui fra una cosa e l’altra si disputava un torneo. Arrivammo tredicesimi, eheh, bei tempi.
Tutto il resto, però, deve sparire, c’è una quantità incredibile di ciarpame che si ostinava a conservare… Riempio un sacco dopo l’altro. La vita continua. Mentre trascino tre sacchi alla volta e li lascio sulla porta d’ingresso, mi sento rinato.
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