
A domani!
Marco van Basten "Fragile": ritorno a Heerenveen - 13 agosto 2012
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Sto guidando sulla A6 in direzione Noordoostpolder. Ora che ho passato lo Tsjûkemar, intorno a me vedo soltanto distese uniformi. È ancora presto. Sto andando ad Amsterdam, è il mattino dopo la prima partita sulla panchina dell’Heerenveen, la mia nuova squadra. Ieri pomeriggio abbiamo perso contro il NEC Nijmegen, 2-0, e per giunta in casa. Sono a pezzi. Non ho fretta, me la prendo comoda, ma mi passano troppe cose per la testa. Ho dormito un paio d’ore nel mio appartamento a Heerenveen, a breve ci dovrebbe essere l’allenamento defaticante, ma ormai ho preso la mia decisione…
Finalmente torno ad allenare dopo tre anni sabbatici, ecco cosa ho pensato nelle ultime settimane. L’idea di iniziare questa esperienza a Heerenveen mi tranquillizzava. In quegli anni di transizione avevo ricevuto alcune proposte, ma le avevo respinte ogni volta, tutte troppo lontano da casa, troppo stress. Ma nella quiete di Heerenveen, a una distanza ragionevole da Amsterdam, la storia era diversa, sembrava fattibile. In più, l’idea di non dover lavorare sotto una specie di lente d’ingrandimento, come succede nei grandi club, era particolarmente allettante.
La preparazione era andata liscia come l’olio. Non avevamo perso nessuna amichevole, tranne quella in trasferta con il Colonia, ma adesso che la prima partita di campionato era appena finita, lo stress tornava ad annebbiarmi il cervello, come se avessi già smesso di dormire. Vi sembra normale? Appena arrivo a casa chiamo il presidente e gli dico che io mi fermo qui.
Me l’ero quasi dimenticato, quello stress. Da quando avevo lasciato l’Ajax era quasi scomparso, anche perché avevo accantonato le fatiche e le ansie di chi allena. Avevo capito di dover lavorare su me stesso, sulla mia paura di sbagliare, e avevo seguito un percorso di Programmazione neurolinguistica (PNL), un metodo tramite il quale si prova a prendere coscienza dei propri schemi mentali, in modo da iniziare a pensare fuori da essi.
A ispirarmi era stato Bouke de Boer, con cui mi ero confrontato a lungo. Era uno dei responsabili della PNL, nonché il fondatore dell’istituto. Sono partito con un corso breve, ma ci ho preso gusto molto in fretta e, dato che non mi piace lasciare le cose a metà, mi ci sono buttato a capofitto e ho seguito un percorso di due anni, completando tutti i moduli. La parte più istruttiva sono stati i corsi di comunicazione.
Ho iniziato a riconsiderare l’approccio che avevo avuto con i giocatori quando allenavo l’Olanda e l’Ajax, l’importanza della comunicazione non verbale, ciò che trasmetti al tuo interlocutore mentre ci parli, capire per esempio qual è il momento giusto per comunicare una brutta notizia. L’ho trovato estremamente utile; sempre in quell’istituto ho fatto addirittura un corso per imparare a gestire la paura di sbagliare. Altrettanto interessante, ma da qui a dire che ho finalmente capito cos’è che ogni tanto andava storto, be’ ce ne vuole. A volte mi tornava in mente mia madre. Avrà provato venti volte a prendere la patente, ma la bocciavano sempre. Anche lì, paura di fallire, tensione nervosa nel momento clou. Tipico.
A pensarci bene, è meglio che glielo dica di persona, che me ne vado. Non posso sbrigarmela con una telefonata. Prendo l’uscita 15, Emmeloord. Accosto e mi do qualche attimo di tregua. Poi giro due volte a sinistra e torno dritto sulla A6, nell’altro senso di marcia. Ritorno a Heerenveen, a cercare il presidente. Non ne posso più di quest’ansia, sono sicuro che non dipende dal club. Sono tutte persone affabili, che mi hanno accolto benissimo, il problema è l’ansia, ma soprattutto lo sconforto che segue a una sconfitta. Comunque sia, già sapere che fra non molto ci avrò messo una pietra sopra mi fa sentire meglio.
Una notte, nel marzo 2011, lo spettro dell’ansia era venuto a farmi visita. Uno dei maggiori club portoghesi, lo Sporting Lisbona, doveva eleggere il nuovo presidente. C’erano tre candidati, e io mi ritrovai a essere l’asso nella manica di uno di loro, mi voleva come nuovo allenatore a partire dall’estate. Bastarono pochi discorsi per mettersi d’accordo. Mi diede la sua parola che, se tutto fosse andato in porto, avrei potuto spendere diversi milioni per acquistare i giocatori che volevo.
Come se non bastasse, il secondo candidato presidente puntava su Frank Rijkaard, e aveva già chiuso un accordo, quindi io e Frank ci trovammo a essere in un certo senso concorrenti. Perry si trovava in una posizione molto delicata, essendo il procuratore sia mio che di Frank. Avevamo affrontato preventivamente la questione, i nostri interessi non erano a rischio, perciò nessuno ha avuto da ridire.
Il giorno dopo le elezioni Perry mi chiamò di buon mattino per darmi l’annuncio: «Ho brutte notizie. Alla fine ha vinto il terzo candidato, hanno finito di contare i voti stamattina, fra le cinque e le sei…».
Ma io avevo già smesso di ascoltare. Non avrei allenato lo Sporting: il sollievo fu immediato. Mi ero tolto un peso, mi sentii improvvisamente più allegro.
Imbocco l’ingresso dello stadio e raggiungo il mio posto macchina. Sembra tutto tranquillo ma io non sono tranquillo neanche un po’. Sono qui per dare le dimissioni, nota bene, dopo una sola partita ufficiale. Entro e chiedo alla receptionist se sa dov’è Robert Veenstra. A quanto pare è appena uscito, e la donna non sa dove sia andato.
Una volta, qualche tempo dopo, me la sono vista brutta anche in Spagna, a Madrid per la precisione. Perry aveva avuto una lunga trattativa con una delegazione della Federazione cinese, che era alla ricerca di un nuovo commissario tecnico per i quattro anni successivi. Era il giugno 2011. Jorge Mendes, procuratore fra gli altri di Mourinho e Cristiano Ronaldo, ci aveva contattati per conto dei cinesi.
Perry mi telefonò il pomeriggio stesso: «Fanno sul serio e offrono ottime condizioni, penso sia il caso che venga anche tu a Madrid». Due ore dopo ero in volo per la Spagna.
Quella sera restammo a tavola a discutere fino alle undici. I cinesi erano molto decisi, le impressioni erano positive da ambo le parti. Avevamo discusso i vari dettagli e raggiunto un accordo, io avrei potuto scegliere i miei assistenti e la Federazione mi avrebbe lasciato carta bianca su tutta una serie di questioni. Dei soldi non c’era da preoccuparsi. L’affare era concluso, almeno verbalmente, eravamo tutti soddisfatti. Si respirava grande ottimismo.
Il mattino successivo, nell’entusiasmo generale la delegazione cinese salì su un aereo per Pechino. Arrivati a destinazione avrebbero subito preparato i contratti per poi inviarceli. La mia presentazione ufficiale era prevista due settimane più tardi.
Finito l’ultimo drink, io e Perry ritornammo soddisfatti nelle nostre camere d’albergo. Io, però, non riuscivo a dormire, era come se me ne capacitassi solo allora: quattro anni in Cina. In che guaio mi stavo cacciando? Della Cina non sapevo nulla. Mi sentivo mancare il respiro, e solo con grande fatica riuscii a prendere sonno, a notte fonda.
Quando alle cinque e mezzo mi sono ritrovato a fissare il soffitto, con lo stomaco in subbuglio, non ce l’ho fatta più e ho scritto a Perry un lungo SMS in cui dicevo che non avrei accettato, che non volevo farlo. Che mi mancava il respiro al solo pensiero di stare quattro anni in Cina, e che per questo non mi sembrava corretto nei loro confronti, era giusto che trovassero un allenatore convinto, non uno pieno di dubbi. Purtroppo avrei mandato a monte l’affare, mi sono scusato ma non vedevo nessun’altra via d’uscita.
Perry è corso subito a bussare alla mia porta e si è accorto che dicevo sul serio. D’altronde anche lui è un uomo pragmatico. Era scocciato, ma ha accettato la situazione per quel che era. Finita così. Ha aspettato che i cinesi atterrassero e li ha subito chiamati. Quelli ovviamente non l’hanno presa benissimo, ma Perry è riuscito a rimediare al mio casino. È stato un vero sollievo quando il pomeriggio siamo saliti sul volo di ritorno per Amsterdam.
Ero arrivato da poco allo stadio, dove non avevo trovato Robert, quando ho visto che i giocatori e lo staff tecnico stavano iniziando a prepararsi per l’allenamento defaticante. Ho deciso di cambiarmi e di unirmi a loro, pensando: col presidente mi vedrò più tardi. Poi però non l’ho incontrato neanche alla fine dell’allenamento. A quel punto ho deciso di andare a casa. Una volta salito in macchina, ho iniziato a sentirmi meglio. Dopotutto, oggi, ho fatto un bel lavoro, forse la situazione non è così tragica. A mano a mano la tensione si è allentata, e almeno per oggi continuo a crederci. Torno a casa.
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