
A domani!
Marco van Basten "Fragile": la rivoluzione di Cruijff - 2011
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Il tutto è successo un lunedì di settembre, mentre già calava il buio. Eravamo seduti nella mia cucina, a un grande tavolo dove c’è posto per almeno otto persone. Per chi si siede a capotavola, come Johan quella sera, c’è una bella vista sul Vondelpark.
Era venuto a piedi dal suo appartamento in Waldeck Pyrmontlaan, trecento metri più avanti, assieme a Dennis Bergkamp e Wim Jonk. Frank de Boer, che in quel momento era il primo allenatore dell’Ajax, è arrivato cinque minuti più tardi. Con loro c’era anche Dennis Heijn. Secondo Johan era importante incontrarsi dal momento che presto avremmo iniziato a lavorare insieme per riportare l’Ajax ad alti livelli.
Liesbeth stava chiedendo ai presenti se avrebbero gradito bere qualcosa, quando Johan iniziò a parlare. Non aveva niente con sé, né cartellette né appunti, niente di niente, procedeva a braccio. Spiegò che con Dennis, Wim e Frank avevamo già tre ex calciatori nell’organigramma, e che io avrei completato il quadro in veste di direttore sportivo e direttore generale. Calciatori al potere: in sostanza il suo piano era quello.
Me lo aspettavo. Johan mi aveva accennato quella proposta già un anno e mezzo prima, ma lo scambio di battute era stato così fugace che mi era sembrata una sparata e poco più. «Non fa per me» gli avevo risposto, credevo di non essere compatibile con quel ruolo, oltre al fatto che, all’epoca, lo stesso Johan non rivestiva nessuna carica all’Ajax. Era tutto troppo vago, così avevo lasciato perdere continuando a seguire l’Ajax a debita distanza. Allo stesso tempo sapevo che Johan aveva smosso la situazione già nel settembre 2010 con un suo articolo sul «De Telegraaf». Secondo lui serviva una svolta, e da quel momento molte cose sarebbero effettivamente cambiate, ma io preferivo restarne fuori.
Finché, quell’estate, non mi contattò Steven ten Have, per chiedermi di punto in bianco se mi sarebbe andato, un giorno o l’altro, di prendere un caffè con lui. Quel tizio non parlava a vanvera, me n’ero accorto subito. Navigato in materia societaria e con una visione chiara di cosa servisse al club, mi aveva fatto un’ottima impressione, di persona seria e dedita al proprio lavoro.
Voleva a tutti i costi un nome di primo piano da collocare a capo del «nuovo Ajax», qualcuno che avesse l’Ajax nel DNA e che potesse abbracciare la linea-Cruijff. Allo stesso tempo il nuovo direttore non avrebbe dovuto sbrigare tutto da sé, perché al suo fianco era prevista una figura più prettamente commerciale, qualcuno che sarebbe rimasto in contatto costante coi media, oltre a un membro esperto del CdA, come in qualsiasi altra società quotata in Borsa. «Butto giù uno schema» mi aveva detto. «Può anche essere diverso. Pensaci su, non c’è fretta.»
La cosa assurda è che, dopo lo scetticismo iniziale, ora sentivo nascere in me un interesse, anche perché Steven aveva detto chiaramente che sarei stato libero di portare con me i miei uomini di fiducia. Se non sbaglio nel giro di poche settimane ci sentimmo quattro, cinque volte. La cosa si faceva sempre più seria. La settimana seguente mi svegliai molto agitato al pensiero che sarei diventato direttore dell’Ajax, per fortuna i colloqui successivi avrebbero dissipato ogni dubbio. Si era aperto un varco, mi sentivo sempre più coinvolto e proposi alcuni nomi per un eventuale team direttivo. Dennis Heijn, un amico, era il mio candidato per la posizione di direttore commerciale. Miel Brinkhuis, l’addetto stampa di allora, sarebbe diventato direttore della comunicazione, mentre Perry mi avrebbe supportato da dietro le quinte.
Ten Have aveva già discusso con gli altri membri del CdA, la sua idea era solida e convincente, gli aspetti positivi sembravano aumentare. Avrei potuto continuare a vivere ad Amsterdam e pensavo, forse un po’ ingenuamente, che in quanto direttore non sarei stato sempre sotto le luci dei riflettori come un allenatore, tutt’altra storia rispetto a quella che mi aveva prospettato Johan un paio di mesi prima.
Nel momento in cui Ten Have accelerò per passare alle formalità del caso, preferii rallentare. Avrei considerato seriamente di accettare quel ruolo soltanto se Johan ne fosse stato al corrente e mi avesse sostenuto al cento per cento, sapevo che senza il suo appoggio qualsiasi piano per l’Ajax sarebbe stato destinato a fallire. Johan era determinante, sempre e comunque. D’altra parte, era stato lui a interpellarmi in un primo momento.
A quel punto gli ho telefonato personalmente per spiegargli tutto ciò che era successo dopo il nostro ultimo dialogo. All’inizio si stupì che avessi prima detto di no a lui per poi, qualche mese più tardi, considerare la proposta di Ten Have. Ho la sensazione che già all’epoca non corresse buon sangue fra lui e il CdA. Ma con calma gli ho spiegato che mi stavo abituando all’idea, che intorno a me avrei avuto un gruppo di professionisti, e che sapere di poter comporre personalmente il direttivo era un punto per me decisivo. Solo così si può pensare di dare la propria impronta a una squadra.
Alla fine, parlando con me Johan aveva ritrovato l’entusiasmo per l’idea che in origine era venuta da lui. «Prima voglio che ci sia un incontro fra te, Frank de Boer, Dennis Bergkamp e Wim Jonk» concluse. «E voglio esserci anch’io, così possiamo scambiarci un po’ di idee. Ora, invece, vedrò di incontrare Dennis Heijn, il tuo prescelto per l’area commerciale. Vediamo se si riesce a trovare una linea comune.»
Ecco perché quella sera di settembre eravamo seduti attorno al tavolo della mia cucina, mentre Johan illustrava minuziosamente i suoi piani per l’Ajax. Il clima era fantastico, un gruppo di calciatori uniti da un’idea comune per rilanciare il proprio club. Convenivamo che all’Ajax sarebbe servita una ventata di aria fresca, e che doveva essere il calcio stesso a ispirarla.
Non c’è stato il tempo neppure per una seconda tazza di caffè. Quando Liesbeth è tornata di sotto, avevo già congedato i miei ospiti. La discussione era durata meno di un’ora, ma mi sentivo sollevato perché anche Johan aveva preso parte all’incontro, e per me quella era una condizione essenziale.
Tre giorni dopo è passato da casa mia nel primo pomeriggio, di sua iniziativa, questa volta da solo. Abbiamo discusso del futuro del club, domandandoci che forma avrebbe dovuto avere il nuovo gruppo dirigente. Il suo entusiasmo cresceva a vista d’occhio, e il quadro si faceva più chiaro, con me e Dennis rispettivamente direttore generale e commerciale dell’Ajax. Conservava un certo scetticismo nei confronti degli altri membri del CdA, ma allo stesso tempo sapeva che il nostro piano era già stato approvato, perciò nessuno avrebbe più potuto ostacolarci.
Quando poi mi ha detto che quella sera stessa sarebbe partito per Barcellona assieme a Danny, mi sono offerto spontaneamente di accompagnarli a Schiphol. Abbiamo preso la mia macchina e siamo passati da casa loro, dove Danny era già pronta con il bagaglio a mano. È andata a sedersi sul sedile posteriore, e non ha più detto granché.
Johan sedeva accanto a me, era chiaramente soddisfatto che dopo mesi e mesi di discussioni qualcosa sembrava concretizzarsi, e che ci fossi io alla guida di tutto questo. Quel progetto era chiaro come l’acqua. In aeroporto ci siamo salutati affettuosamente e da buoni amici ognuno ha preso la propria strada.
Il giorno dopo ho chiamato Ten Have per dirgli che Johan aveva accettato. Lui mi ha risposto con grande entusiasmo, assicurandomi che avrebbe preparato quanto prima il contratto per me, per Dennis e per Miel. Ci saremmo visti in tempi brevi per la firma, nel suo ufficio di Utrecht.
Passata una settimana, il giovedì sera, squillò il telefono. Era Johan. Il suo tono di voce era cambiato. Mi ha detto che ci aveva ripensato, e che voleva proteggermi, perché non ero ancora pronto per fare il direttore generale. Voleva che oltre a me ci fosse un consiglio direttivo, in teoria per non gettarmi in pasto ai leoni. Il consiglio avrebbe incluso gente come Tscheu La Ling, Maarten Fontein, Leo van Wijk e Guus Hiddink.
Quando ho sentito quei nomi sono rimasto senza parole. Avevamo già pianificato chi mi avrebbe supportato in quella funzione, ne avevamo lungamente discusso intorno al tavolo di casa mia, e Johan aveva dato il pieno assenso neanche una settimana prima. E adesso, invece, c’era bisogno di un consiglio direttivo, pronto a intromettersi nelle decisioni più importanti, per proteggermi dai miei stessi errori? Lo conoscevo da tanto, ma questa volta non mi sembrava sincero, questo non era da lui. Che fine avevano fatto l’unione di intenti, la determinazione della settimana precedente? La sintonia fra me e lui nel tragitto per Schiphol? Che razza di storia era?
Mi sembrava inaccettabile, Johan aveva fatto dal nulla un enorme dietrofront. Un sorprendente, sospetto dietrofront. Cosa poteva essere successo in quella settimana, al punto da gettare tutto il progetto dritto nella spazzatura? Avevo la netta sensazione che Johan fosse stato influenzato da persone della sua cerchia, gente con degli interessi da difendere. Gente che tramava alle sue spalle. Non riuscivo a spiegarmelo altrimenti.
Jaap de Groot, il giornalista del «De Telegraaf», si teneva quotidianamente in contatto con Johan, era attivo anche presso la Cruijff Foundation, e Tscheu La Ling, con cui Cruijff aveva avuto degli screzi quando ancora giocava, era un ottimo amico e socio in affari di De Groot. Come era saltato fuori quel nome? C’era qualcuno che voleva trarre vantaggio dai cambiamenti in corso all’Ajax? Venivo percepito come una minaccia, dal momento che avrei portato con me un direttore commerciale e uno della comunicazione?
Già quella settimana, sulle pagine sportive di «De Telegraaf» uscirono degli articoli a firma di De Groot in cui si spiegava la svolta di Johan, giustificandola in una maniera rivoltante. Si insinuava che Johan volesse proteggere «il suo pupillo». Erano riportate anche vere e proprie bugie riguardo a una società che io, Perry e Dennis avremmo voluto aprire, un’idea che era sfumata quando i contatti con l’Ajax si erano concretizzati. De Groot aveva messo nero su bianco che Johan ce l’aveva con me perché io avevo taciuto i miei progetti. L’articolo proseguiva dicendo che era preoccupante che io volessi portare all’Ajax i miei «amichetti» Dennis e Perry.
A me sembravano un mucchio di esagerazioni a dir poco lampanti, alla luce di com’erano andate le cose. Ma i lettori del «De Telegraaf» non potevano saperlo, a loro questi «fatti» erano stati spiattellati come «la verità». Il livello era davvero infimo, mi avevano tirato in ballo in un gioco di potere di cui non volevo assolutamente far parte.
Allo stesso tempo fra me e Johan c’era un legame personale che non volevo fosse danneggiato da giornalisti di nessun tipo. Perciò, il giorno dopo l’uscita dell’articolo, ho deciso di andare da lui per parlargli di persona e per provare a risolvere eventuali incomprensioni, guardandoci negli occhi. Speravo che così ne saremmo usciti facilmente.
Sono andato a casa sua, in Waldeck Pyrmontlaan, e ho suonato il citofono. Il portone si è aperto con un ronzio, poi ho preso l’ascensore per il secondo piano. Uscito di lì, Danny mi ha aperto e mi ha fatto entrare. «Johan non c’è» ha esclamato, per poi aggiungere: «È vero quello che ho letto, che porti avanti i piani di quel Ten Have, che dai retta alle storie che ti racconta?».
Mi aveva preso totalmente alla sprovvista, ma le ho risposto dicendo la verità: «Sì, è così, e non ci vedo niente di assurdo».
«Ma che stai dicendo?» Mi ha risposto subito Danny. «Non ha alcun senso.»
Ho provato a spiegarle che unendo l’esperienza dirigenziale di Ten Have e quella calcistica di Johan, secondo me avremmo potuto creare qualcosa di bello per l’Ajax. «Io la vedo così.»
«E quindi hanno ancora tutto il tuo appoggio?»
«Esatto.»
A quel punto Danny mi ha detto: «Ok, se ne sei così convinto, non c’è più posto per te in questa casa. È meglio se te ne vai».
Per un istante sono rimasto interdetto. È il caso di piantare una grana? Allo stesso tempo ho pensato: se mi manda via, non farò storie. Così ho chiuso la porta alle mie spalle, ho preso l’ascensore e me ne sono andato.
A quel punto mi sono messo a cercare Johan. Speravo di trovarlo all’Olympisch Stadion, alla Cruijff Foundation. Per fortuna l’ho incontrato subito e gli ho detto: «Danny mi ha cacciato da casa vostra, non è stato molto gentile da parte sua. Ti sembra normale?». Ma Johan non intendeva andare a fondo, anzi, sminuì l’accaduto.
«Stammi a sentire, voglio dirtelo chiaramente» gli ho detto. «A me il progetto di Ten Have e del CdA non dispiace. E non mi dispiace neanche il vostro. Penso che i due fronti non siano così incompatibili, e che si possa provare a metterli insieme. Sarebbe l’opzione migliore, se unissimo le forze faremmo solo il bene dell’Ajax.»
«Su queste basi non ci troviamo» fu la risposta di Johan, piuttosto categorica. «Almeno se continui ad appoggiare quella gente. Non sanno di cosa parlano, di calcio non capiscono nulla, e tu non puoi tenere il piede in due scarpe. Devi decidere se stai con i calciatori o no.»
Mi ero confrontato per ore con Ten Have. Johan era competente in materia di calcio, ma dirigere una società è una cosa ben diversa. «Ho sentito discorsi ragionevoli da entrambi i fronti» gli ho detto. «Ten Have mi sembra un tipo a posto, con cui si può ragionare, credo si rivelerà un buon dirigente. Per come la vedo io non è tutto bianco o tutto nero.»
A quel punto Johan ha esclamato: «Bene, per quanto mi riguarda questa storia finisce qui. Non puoi tifare per due partiti, devi scegliere, e se non sei in grado…».
«Se le cose stanno davvero come dici tu, meglio darci un taglio» ho risposto. «Cercati qualcun altro, io sono fuori.»
E sono andato via, per me da quel momento la questione era chiusa. Non ce l’avevo con lui, ma mi ero reso conto da subito che sarebbe stata una battaglia persa in partenza. Evidentemente Johan non era disposto ad ascoltare una versione che non fosse la sua, mentre io non ero disposto a rinunciare così alla leggera a un gruppo di professionisti di buon senso che volevano il bene dell’Ajax.
Comunque sia, dopo appena dieci giorni dal confronto al tavolo di casa mia, l’intero progetto di rilancio dell’Ajax a cui Cruijff, il CdA, l’allenatore e il reparto tecnico avevano dato il loro assenso era completamente andato all’aria. L’indomani ho chiamato Steven ten Have per comunicargli che ritiravo la mia candidatura a direttore generale dell’Ajax, la presa di posizione di Cruijff non mi permetteva di andare avanti in quel percorso. Potevamo gettare i contratti nel tritacarte. Ten Have rimase stupito e molto deluso.
Le settimane e i mesi successivi non fecero che rafforzare la mia decisione. Gli sviluppi della questione furono ancora più incresciosi e deprimenti. Ten Have deve aver agito in gran fretta, perché dopo neanche due settimane dalla mia telefonata il CdA presentò senza alcun preavviso Louis van Gaal in qualità di direttore generale. Inutile dire che Johan Cruijff non era stato informato.
Alcuni anni più tardi ho espresso la mia critica nei confronti della «Rivoluzione di velluto». Era il 2015, nel frattempo nell’Ajax erano riusciti a farsi la guerra l’uno con l’altro e il vivaio si era trasformato in una grande valle di lacrime. I trofei che Frank de Boer aveva portato a casa, nonostante tutti i problemi, erano l’unico antidoto a una situazione drammatica. In quell’occasione dissi che il piano-Cruijff era stato «una farsa» e che mi sembrava «Il bosco dei perché». Lasciando perdere gli intrallazzi politici, gli intrighi e i giochi di potere, ritenevo e ritengo che le richieste di Johan fossero illogiche e completamente irrealizzabili. Al Barcellona aveva fatto senz’altro un ottimo lavoro, ma parliamo di due squadre che non ha nemmeno senso confrontare. Nella catena alimentare del calcio il Barcellona è il predatore e l’Ajax la preda, almeno in ambito internazionale. L’Ajax si trova a metà della catena.
Johan sosteneva di aver migliorato il vivaio dell’Ajax, ma alla fine dei conti anche all’AZ ci si allena bene quanto all’Ajax. E così all’Heerenveen, o al Feyenoord, o ancora al PSV. Sono tutti ottimi club, pieni di gente capace e con degli ottimi vivai, soltanto che l’Ajax esercita un fascino maggiore e per questo attrae e intercetta i giocatori più forti. Il vivaio dell’Ajax potrà anche sembrare il migliore, ma è una conclusione fin troppo evidente, all’Ajax entra semplicemente più qualità. A farli giocare insieme, quelli «buoni» diventano calciatori migliori, non ci vuole un mago. Non c’entra l’approccio, non c’entrano i punti di vista, si tratta di un’unica cosa: aggiungere qualità a qualità. Punto. Non è che ti svegli un bel giorno dicendo «Bisogna implementare il vivaio», significa essere miopi.
Per esempio, Frenkie de Jong sta andando alla grande. Ha iniziato nel Willem II, ma poi è andato all’Ajax, perciò si può dire che è cresciuto nel vivaio dell’Ajax. Sciocchezze. Anch’io vengo da Utrecht e sono approdato all’Ajax quando avevo già 16 anni. Oppure, Johan Cruijff è cresciuto nell’Ajax, ma se fosse stato il Feyenoord, pensate davvero che non sarebbe diventato un buon giocatore?
Barcellona, Bayern Monaco, Manchester City e altri club dello stesso spessore si trovano alla fine della catena alimentare del calcio, sono i club più grossi, i più ricchi, che acquistano calciatori per diventare più forti e ne vendono perché – detto brutalmente – sono «esuberi». L’Ajax può solo sperare di intercettare qualche potenziale campione. A quel punto può vendere i suoi giocatori, ma per arricchirsi e non certo per rinforzarsi.
Perlomeno fino a qualche tempo fa. Ora, invece, l’Ajax sta provando a forzare un po’ questo schema, perché se non provi a star dietro ai club con i grandi budget puoi solo sperare di restare a galla e nulla più, continuando a fare la preda. A dirla tutta, adesso l’Ajax fa tutto ciò a cui Cruijff era contrario. Lui spingeva per una gestione di ex lancieri, con un vivaio autonomo e senza acquisti costosi. Un approccio che non ha avuto successo, fino a quando, un paio di anni fa, Overmars espresse la nuova posizione dell’Ajax: «Da oggi si cambia».
Naturalmente Johan aveva fatto scoppiare quella rivoluzione per dare una mano alla squadra, soltanto per il bene del club. Questo è quello che credo. Ma se sei una persona intelligente, e Johan lo era, non puoi non accorgerti che una proposta del genere avrebbe funzionato per club come il Barcellona.
A un certo momento si era pensato di non assegnare un allenatore fisso alle formazioni giovanili, ma di fare a rotazione. Ogni mese uno nuovo. Nel giro di sei mesi l’idea è stata accantonata. Provava a vendere l’invendibile, per questo mi era venuto da dire: «Il bosco dei perché», il mondo delle favole.
E poi dipende sempre da chi mette in pratica le idee, è impossibile pianificare tutto. All’epoca lui deve aver pensato: se non funziona, ci penso io a trovare una soluzione. Se si parla di calcio, Johan era un vero e proprio intellettuale – vedeva quello che gli altri non vedono –, ma mettere in piedi un’organizzazione è proprio un’altra storia.
«Fate un po’ come volete» ormai il mio pensiero era quello. Dopo che Danny mi aveva messo alla porta e Johan con quella svolta improvvisa sembrava correre dietro a non so quali interessi, io non ne potei più, né pensai stesse a me fare il primo passo, o provare a ristabilire i contatti. Ma trascorso l’autunno in questione, dopo il 2011, Johan non ha mai più preso l’iniziativa, né lui né Danny. Così ho lasciato perdere.
Da allora ho rivisto Johan due volte, all’Ajax, quando con l’Heerenveen abbiamo giocato all’ArenA e, a distanza, nel corso di un’intervista. Poi mai più. Io e Liesbeth ci siamo fatti sentire quando era malato, ma si può dire che morì abbastanza all’improvviso. La sua scomparsa mi ha lasciato senza parole, mi ha profondamente toccato.
A ripensarci è stata proprio una brutta storia. Mi sembrava di essere diviso a metà: da un lato, Johan per me era stato un idolo, un mentore e più avanti un amico fidato, dall’altro, mi aveva scaricato. E tutto questo solo per una stupida rivoluzione e per quei giochetti di potere ai vertici di una squadra come l’Ajax. Che tremendo peccato.
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