
A domani!
Marco van Basten "Fragile": festa della liberazione - 31 ottobre 2014
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Si vede già dalle foto. Sono all’AZ, con una grande torta sotto il naso con su scritto 50 ANNI. Indosso anche uno di quei cappellini da compleanno. Potrà anche sembrare ridicolo, ma in quel momento sono felice, basta guardarmi. Apprezzo molto il gesto dei miei colleghi, è sempre bello quando si avverte l’amicizia, il calore degli altri.
Ma dal mio sorriso si intuisce che c’è dell’altro. È un senso di sollievo, il sollievo di non essere più un allenatore. Un paio di settimane fa, dopo vari patimenti, ci ho finalmente dato un taglio. Adesso sono assistente del nuovo allenatore John van den Brom, e mi sta bene così. Ci sono varie altre foto di quel periodo, per esempio della festa organizzata con Liesbeth, per i nostri cinquant’anni, cent’anni in due, e anche lì ho un’aria allegra, rilassata. C’è una foto del concerto dei Toppers, una con Dennis Haar, con Van den Brom e altri amici, e l’immagine è sempre la stessa.
Mi era sembrata una buona scelta. Passate le ansie dell’inizio, ho comunque fatto due buone stagioni all’Heerenveen. Con l’aiuto di Tieme Klompe e dei vertici del club ho potuto mettere insieme una formazione niente male, ma con il passare del tempo mi è venuta voglia di tornare a lavorare più vicino alla mia famiglia e magari, col tempo, a livelli più alti.
Optai per l’AZ, la scelta più sensata. Mi avevano proposto un buon contratto, lasciandomi la possibilità di scegliere i miei collaboratori. Purtroppo Tieme non mi avrebbe seguito. Era stato lui a tirarmi dentro l’esperienza all’Heerenveen, e le conseguenze della sua assenza all’AZ sarei riuscito a valutarle soltanto in seguito. Ma volevo comunque tentare, soprattutto dopo le due stagioni all’Heerenveen in cui ero riuscito finalmente a gestire lo stress.
La preparazione era iniziata col piede giusto, finché due settimane dopo non è mancato mio padre. Ho rivolto tutte le mie attenzioni alla cremazione, alla mia famiglia e al «mettere ordine», e purtroppo quando sono rientrato all’AZ avevo già perso mordente, non ero quello di prima. Ma restavo convinto a voler iniziare il campionato, a tutti i costi.
La prima giornata abbiamo vinto 3-0 con l’Heracles, e la situazione era sotto controllo. La seconda abbiamo perso 3-1 con l’Ajax. E vabbè, ci può stare. Ma poi con il Willem II abbiamo perso ancora 3-0, senza mai essere in partita, un bruttissimo colpo. Ho iniziato di nuovo a soffrire d’ansia e a dormire male. Purtroppo il fantasma era riapparso. Alla fine ho deciso di chiamare Perry, quella stessa settimana, e gli ho detto: «Le cose non vanno, è meglio finirla qui».
Ovviamente all’AZ non l’hanno presa granché bene ma, quando ho chiesto di diventare assistente, sono stati al gioco, mostrandomi tutta la loro comprensione. Certo, una svolta un po’ particolare, ma era proprio quello che volevo.
E poi, farmi trovare quella torta per il mio compleanno, un mese dopo, sono stati davvero carini. Per come la vedo io, li avevo praticamente piantati in asso, dopo tutto ciò che era costato loro assumermi e accontentarmi.
Se c’è una cosa che ho capito, allora come oggi, è che non farò mai più il primo allenatore. Quel capitolo è chiuso, per sempre. In seguito ho saputo che Liesbeth aveva detto: «Se dovesse tornargli la voglia, mi metto io di traverso».
Ha ragione, è molto meglio per me e per chi mi sta intorno, ormai conoscono l’andazzo. Di colpo, dopo aver preso una decisione così drastica, ero come tornato in me. Passata quella fase, sembrava avessi risolto tutti i miei problemi, ero di nuovo in vena di chiacchiere, come diceva Liesbeth. Pensavo di nuovo positivo, al punto che ero io a dire all’allenatore che una sconfitta non andrebbe ingigantita, che non bisognerebbe prendersela per ogni critica, che sarebbe stato sufficiente vincere la partita successiva perché la stampa e i tifosi dimenticassero la batosta. Non te la prendere, ho sentito uscire queste parole dalla mia bocca.
Invece che un momento di imbarazzo, con tutte quelle decorazioni variopinte, il compleanno all’AZ era stato la mia festa della liberazione. Avevo 50 anni e non avrei mai più fatto l’allenatore. Da quando ho preso questa decisione sono molto più rilassato e mi diverto come non mai con chi mi sta intorno. La cosa più assurda è che so perfettamente ciò che è costretto ad affrontare un primo allenatore, per cui so anche dare i consigli giusti, per esempio di non agitarsi troppo, eheh.
Alla fine ci sono voluti dieci anni perché mi decidessi a darci un taglio e non mi sentissi in dovere di fare l’allenatore. Sicuramente aver raggiunto la sicurezza economica ha avuto un suo peso, e poi non volevo che Liesbeth continuasse a sorbirsi un partner stressato. Non volevo altre pressioni, punto. Le mie notti coi fantasmi erano finite.
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