
A domani!
Marco van Basten "Fragile": la FIFA (1) - «Abolire il fuorigioco» 2016-2017
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«Credo di essere disoccupato.»
Appena ho pronunciato quella frase, mi sono accorto di quanto dovesse suonare idiota alle orecchie di Perry, all’altro capo del telefono. Stavo nell’erba, sul prato accanto al grosso edificio su cui campeggiava il logo FIFA, ed ero reduce da uno scontro con Zvonimir Boban, il mio diretto superiore alla FIFA, un gradino sotto il presidente Gianni Infantino. Avevamo perso le staffe. Lo conoscevo già da qualche tempo e, a essere sincero, ero consapevole che quel mio commento non sarebbe passato inosservato, ma non mi aspettavo minimamente che avrebbe perso la testa.
Mi rendevo conto che lo avrei colpito nel vivo dicendogli che era inaffidabile, ma la mia preoccupazione era un’altra, io avrei voluto che in quel momento mi prendesse sul serio, perché mi sembrava di aver imboccato un binario morto. Eravamo ai ferri corti già da qualche mese, nonostante le ottime premesse con cui avevo iniziato a lavorare lì. Avevano fatto di tutto pur di avermi, non c’era niente che facesse pensare il contrario. Era però capitato che in occasione di alcuni meeting in cui si discutevano questioni di mia competenza, io non fossi stato più invitato a partecipare. Era una strana sensazione, starsene lì negli uffici della sede centrale, di fianco al campo da calcio, e sentirmi così all’oscuro di ciò che accadeva. Sono andato a recuperare la mia roba nella mia stanza, e un paio d’ore più tardi sarei già ripartito per Amsterdam. Sono arrivato all’aeroporto un po’ in anticipo, tutto qua.
Ho incontrato Gianni Infantino per la prima volta nel 2016, assieme a Boban e a Mattias Grafström, il braccio destro di Gianni. Cercavano una figura che potesse occuparsi di sviluppo in ambito calcistico, che avesse un ruolo di supervisione e che stimolasse la riflessione, visto che la presidenza Blatter era stata così inefficace e macchinosa in questo senso.
Infantino era stato eletto presidente della FIFA un paio di mesi prima, ma le difficoltà non mancavano. Voleva spazzare via la pessima fama che circondava questa istituzione e cercava forze fresche. Ecco perché associare Marco van Basten alla FIFA gli era sembrata un’idea così attraente.
Esattamente in quel campo da calcio dove mi sono fermato a rifiatare, Gianni aveva organizzato una partitella il giorno successivo alla sua nomina, nel febbraio 2016, coinvolgendo diverse vecchie glorie del calcio. Un’ottima mossa, dal punto di vista pubblicitario, circondarsi di ex calciatori, persone irreprensibili, che avrebbero rimesso il calcio al centro dell’attenzione. Voleva far passare il messaggio che, dopo tutti i casi di corruzione, i vari arresti che avevano fatto il giro del mondo sotto la presidenza Blatter, la FIFA sarebbe tornata finalmente a occuparsi di calcio.
Quei primi colloqui mi avevano convinto, si parlava esclusivamente del nostro sport e di progetti che lo riguardavano. Ci stavano mettendo molta passione, e si vedeva. Nel caso di Boban potevo aspettarmelo, avevamo giocato insieme per un breve periodo al Milan, Infantino e Grafström invece li ho conosciuti solo allora, e mi parevano ottime persone.
L’idea era di creare un tailormade job, un ruolo fatto su misura per me, in pratica avrei potuto scegliere autonomamente di cosa mi sarei occupato. Vennero fuori tre punti: il miglioramento delle regole, le questioni arbitrali e lo sviluppo dell’applicazione della tecnologia sul campo. Il progetto mi convinceva, era una vita che mi interessavo delle regole del calcio e in quei colloqui avevo potuto mettere al centro una visione personale, delle idee fresche. Sentivo che non era soltanto una questione di «nome», le impressioni erano positive.
In quel momento ero ancora assistente di Danny Blind sulla panchina dell’Olanda, e ogni volta che discutevo con lui e Kees Jansma mi sentivo dire scherzosamente: «Dovresti andare a lavorare per la FIFA». E proprio adesso la FIFA ha bussato alla mia porta. Una bella occasione, nonostante la Federazione olandese non la pensasse allo stesso modo.
In breve tempo tre assistenti lasciarono la Nazionale, inoltre l’Olanda non avrebbe partecipato agli Europei di quell’anno. A maggio Ruud van Nistelrooij andò al PSV, il suo sostituto, Dick Advocaat, lasciò a sua volta l’incarico dopo due mesi per allenare il Fenerbahçe, e infine andai via io in seguito all’offerta della FIFA. A settembre ero ancora parte del team e sostenni Danny fino alla partita di ritorno con la Svezia, ma il 1° ottobre 2016 ero già a Zurigo, pieno di energia e pronto a iniziare con il piede giusto.
Mi avevano dato un ufficio accanto a quello di Boban, nello stesso corridoio di Infantino, e partecipavo a tutte le riunioni importanti riguardo ai «miei» argomenti. Durante la settimana vivevo lì, in un appartamento, ma tornavo a casa ogni weekend, ad Amsterdam. C’era da farci l’abitudine, fino ad allora non avevo mai avuto un vero e proprio lavoro d’ufficio, e ora dal nulla avevo quaranta persone sotto di me e un budget di circa 40 milioni di franchi svizzeri. Il primo giorno una persona si presentò nel mio ufficio per parlare delle sue ferie, e io non sapevo minimamente cosa risponderle. Era proprio quel genere di cose di cui avevo «zero» esperienza, ma c’era chi mi avrebbe assistito.
Le riunioni sul miglioramento delle regole e lo sviluppo di nuove tecnologie come il VAR mi interessavano molto, ne nascevano discussioni sempre vivaci, durante le quali dicevo ciò che pensavo. Dopo la Coppa del Mondo per club FIFA del 2016 in Giappone, era emersa la possibilità di incentivare il VAR in vista della Confederations Cup e magari, in seguito, in vista dei Mondiali. Mi ero speso molto affinché quel processo non venisse ostacolato e si andasse fino in fondo. Gli arbitri erano gli unici a non essere favorevoli, ritenevano che il VAR fosse uno strumento contorto, una minaccia.
Le prime vere difficoltà risalgono al gennaio 2017, avevo preso servizio da tre mesi. Infantino non lo vedevo quasi mai, era in viaggio circa duecentosessanta giorni all’anno, in tutto il mondo, e anche Boban badava sempre meno a me. Nel frattempo anche il mio ufficio era stato trasferito dall’altra parte del corridoio. Ho rilasciato in quel periodo un’intervista al giornale tedesco «Bild», in cui raccontai il mio nuovo ruolo di Chief Officer for Technical Development. Quando l’intervista è stata pubblicata, una settimana dopo, il mio telefono sembrava dovesse prendere fuoco. L’articolo titolava: Il dirigente FIFA Marco van Basten: «Aboliamo il fuorigioco!».
Mi sono trovato subito con Infantino e Boban all’altro capo della linea, erano a dir poco sbigottiti, mentre io non avevo fatto altro che illustrare le mie idee. Avevo sganciato una bomba, non solo sulla FIFA ma di portata globale. Jürgen Klopp l’ha definita un’idea idiota, Arsène Wenger ha espresso a sua volta delle critiche, mentre Infantino continuava a ricevere telefonate da ogni parte del mondo: «Che intenzioni ha la FIFA?» gli chiedevano i suoi uomini di fiducia. «È davvero una vostra idea?». Ovunque trambusto e agitazione.
Nell’intervista avevo distinto chiaramente le mie opinioni personali dalle posizioni della FIFA, ma quasi nessuno si era preoccupato di citarle. Ufficialmente io ero Chief Officer for Technical Development della FIFA e, se dall’alto della mia funzione mi permettevo di lanciare una proposta, era come se già fosse realtà, questa era la percezione. Avevo commesso un’ingenuità, non proprio una gran mossa.
Ma ho continuato lo stesso per la mia strada, pieno di ottimismo. Lavorando dietro le quinte intendevo fare pressioni per l’introduzione del VAR, di cui ero un grande sostenitore, semplicemente perché avrebbe reso il calcio più onesto.
Ero sempre tre passi avanti rispetto agli altri e vedevo frenate le mie iniziative. Durante la Confederations Cup avevo iniziato a occuparmi anche di Effective Playing Time, il tempo di gioco effettivo. Ho assistito a varie partite con il telefono in mano per misurare gli effettivi minuti di gioco, e di solito si arrivava a circa trenta minuti di gioco a tempo, a volte anche meno.
Le mie idee miravano a contenere i rallentamenti nel gioco, le tattiche ostruzionistiche, le interruzioni. Gli amanti del calcio vogliono vedere movimento, azione, gol, le perdite di tempo sono un fastidio tremendo per tutti.
L’idea di abolire il fuorigioco la sostengo ancora oggi. O, quantomeno, sarebbe interessante testare le eventuali conseguenze di una simile decisione. Secondo me il calcio ne guadagnerebbe soltanto, lo penso davvero, per quanto resti fondamentale fare test approfonditi. Il fuorigioco è quasi sempre una questione di millimetri, essere sul filo o poco più in là.
Dopo la Confederations Cup la FIFA ha assoldato Pierluigi Collina, che ha preso il mio posto per quanto concerne le questioni arbitrali. Infantino è venuto a comunicarmelo personalmente, per poi dirmi subito: «Invece, voglio sia tu a occuparti dell’International Match Calendar, anche su questo c’è molto da fare». Quando si svolgono le competizioni internazionali? I giocatori hanno tempo di rifiatare durante la stagione? Quando e come organizzare un Mondiale per club, senza che i giocatori siano sovraccaricati di partite? Questo genere di questioni mi sembrava un puzzle ricco e stimolante a cui dedicarmi anima e corpo.
Mi ricordavo perfettamente com’era stato iniziare al Milan dopo una stagione durissima, occorrevano almeno quattro settimane per smaltire tutto, liberarsi della tensione e ricaricarsi. Per questo volevo battermi per garantire ai giocatori quattro settimane di riposo, da inserire nel Match Calendar. All’epoca non era così comune una sosta del genere, ed era necessario intervenire. Tra l’altro una pausa di quel tipo avrebbe fatto bene a tutti, sia ai diretti protagonisti che agli altri, a tutti serviva un po’ di tempo per farsi tornare la voglia: tifosi, arbitri, giornalisti. Un bel mesetto senza calcio avrebbe giovato a chiunque.
Eppure, nella mia parte di corridoio continuava a esserci uno strano silenzio. Nessuno chiedeva mai nulla sull’andamento del nostro lavoro, soltanto l’introduzione del VAR in vista dei Mondiali mi aveva visto seriamente coinvolto. Era un processo interessantissimo, che spesso ha portato a discussioni molto accese, la parte per me più divertente. Sapevo che ci si sarebbe aspettato un atteggiamento politicamente corretto da parte mia, ma io mi sono sempre rifiutato di tenere chiusa la bocca.
Ed ecco che quel giorno ho deciso di incontrare Boban per confrontarmi sulla mia situazione. «Cos’è che volete da me?» gli ho domandato. «Non mi proponete nulla, non mi chiedete mai nulla. Posso anche dedicarmi ad altro, nessun problema. Ma per qualche ragione volete che io stia qui.»
Per un attimo è rimasto in silenzio. Poco dopo, quando la discussione è esplosa in tutta la sua forza, io l’ho definito inaffidabile. So benissimo che c’è una bella differenza tra il non attenersi agli accordi e l’essere inaffidabile, ma volevo soltanto provocarlo. Nei suoi occhi c’era lo sguardo di chi aveva appena ricevuto una pugnalata, infatti mi ha subito cacciato.
Che dire, in quel momento ho lasciato calmare le acque e sono tornato in Olanda per festeggiare il Natale, in attesa di sapere se Boban e Infantino mi avrebbero richiamato per l’anno successivo.
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