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Marco van Basten "Fragile": la FIFA (2) - un caffè da Vladimir Putin Giugno-luglio 2018

 

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Al Cremlino sembrava tutto antico, sul serio. Quando siamo usciti per riprendere la macchina, mi pareva di aver vissuto una situazione irreale. Chi ha mai l’opportunità di entrare alla Casa Bianca? O al Cremlino? È un fatto decisamente speciale essere invitati in un luogo tanto inusuale, d’un tratto ti ritrovi seduto a un tavolo con il signor Putin.

Una volta arrivati, dovemmo aspettare venti minuti in un’altra stanza prima di poter accedere alla sala di ricevimento ufficiale. Eravamo stati invitati perché la FIFA stava organizzando il Mondiale che quell’anno si sarebbe svolto in Russia.

La nostra delegazione era formata da circa dieci persone: quattro, cinque ex giocatori e funzionari della FIFA. Ovviamente c’erano anche Boban e Infantino. Appena seduti, ci offrirono caffè e pasticcini russi, e portarono vassoi di frutta tagliata. Tutto molto chic.

Putin fece un discorso, in russo, tradotto simultaneamente per noi tramite un auricolare. Ad assistere alla parte ufficiale del programma c’era anche parecchia stampa. Credo che Putin abbia parlato circa un quarto d’ora, tutte cose positive sui Mondiali, ogni tanto anche una battuta.

Dopo l’intervento di Putin, Lothar Matthäus disse che trovava la Russia un paese meraviglioso. Poi la stampa lasciò la sala, Putin fece un giro lungo il tavolo e strinse la mano a tutti. Si rivolse sempre a noi principalmente in russo, affiancato da un interprete, ogni tanto azzardò qualche parola in tedesco o in inglese. Tutti commentarono molto educatamente che sarebbe stato un bel Mondiale, ma io provai a dare un tocco di allegria alla riunione per il resto alquanto formale e piena di convenevoli. «Spero che lei non sia ancora arrabbiato con me» dissi «per la finale del 1988.» All’inizio la battuta non fu recepita, poi per un momento la cosa lo fece sorridere. Forse per pura cortesia.

Durante i Mondiali alloggiavo al Radisson Hotel nel centro di Mosca. Alle partite volevano che sedessi nei posti vip riservati agli ospiti ufficiali della FIFA, ma io non ho mai utilizzato quei biglietti. Preferivo sedere in tribuna stampa, così nessuno mi veniva a parlare in continuazione e potevo seguire il gioco abbastanza bene. Ma più di tutto preferivo guardare le partite tranquillamente in albergo.

Tuttavia, ho assistito a un paio di incontri. Almeno al match di apertura allo stadio Lužniki dovevo farmi vedere. E poi ancora Islanda-Argentina e il quarto di finale Russia-Croazia.

Avevamo un gruppo su WhatsApp per discutere le situazioni di campo e gli interventi del VAR che si verificavano durante il torneo.

Ci fu un brutto episodio dopo l’incontro Brasile-Svizzera. Quando la Svizzera pareggiò su calcio d’angolo, grazie a un colpo di testa di Steven Zuber, scrissi un commento sul nostro gruppo. Dal replay di una delle telecamere si era visto chiaramente che Zuber aveva dato una leggera spinta da dietro al difensore brasiliano Miranda, liberandosene e riuscendo così a insaccare di testa senza impedimenti. Sembrava un fallo, quindi il gol avrebbe dovuto essere annullato.

Proprio per momenti come questi avevamo istituito il VAR, ma il video non fu consultato, mentre quella piccola spinta era evidente per chiunque nel mondo stesse guardando la tv. Lo trovai inaccettabile. I brasiliani erano furibondi, la partita si chiuse sull’1-1 e così persero due punti.

Era noto che gli arbitri avessero difficoltà nei confronti del VAR, e che in quel momento non si fosse ricorsi alla prova video mi era sembrato imbarazzante. Anche a posteriori non avrebbero ammesso che era stato un errore.

Avevo subito espresso, senza riserve, il mio punto di vista sul gruppo WhatsApp, la FIFA non ne usciva bene, dal replay l’episodio era chiaro agli occhi del mondo intero. Ma i miei commenti non furono apprezzati. La cosa non ebbe alcun seguito.

Il giorno dopo, al Radisson, incontrai un giornalista brasiliano che mi fece una domanda al riguardo. Per prima cosa dissi: «Non sono io ad aver preso quella decisione» e lo invitai a rivolgersi agli arbitri. Lui però insistette. «Ma tu che cosa ne pensi?» Alla fine risposi: «Mi è sembrato un episodio poco felice, bisognava ricorrere maggiormente al VAR».

Mezz’ora dopo, la mia affermazione era pubblicata online e un’ora dopo ero al telefono con Boban. Mi chiese cosa stessi combinando. «Tu non ti occupi più di questioni arbitrali, quindi non sei il portavoce, lascia fare ad altri.»

Certo, capisco bene che ero al servizio della FIFA e per questo le mie parole avevano un peso maggiore, ma la situazione verificatasi durante Brasile-Svizzera per me era inaccettabile.

Proprio la Svizzera aveva avuto un vantaggio «non regolamentare» in quella partita, per il mancato intervento del VAR. E la situazione era ancora più imbarazzante dal momento che la FIFA ha sede in Svizzera e il suo presidente, seduto in bella vista in tribuna d’onore durante il match, era svizzero. Per questo, subito dopo l’incidente mi ero molto preoccupato per quella decisione arbitrale, prevedendo già le polemiche. Ero nervoso per le eventuali recriminazioni all’indirizzo della FIFA, di Infantino e della Svizzera per via di questo incidente, ma evidentemente la mia preoccupazione non venne apprezzata dai miei colleghi.

A gennaio, dopo uno scambio di messaggi, andai da Boban per scusarmi del mio commento sulla sua inaffidabilità. Lo apprezzò molto, si era sentito profondamente offeso. Per fortuna le cose tra noi si sono sistemate, ma in seguito le mie attività non cambiarono granché.

Tutto considerato, si può dire che durante i Mondiali del 2018 preparai la mia dipartita dalla FIFA. Lavorai ancora a un dossier sul «VAR ai Mondiali», ma già mi chiedevo se dopo l’estate qualcuno se ne sarebbe ancora interessato. A Zurigo mi sentivo ormai da tempo una specie di Don Chisciotte. Nell’ottobre 2018 mollai definitivamente.

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