
A domani!
Marco van Basten "Fragile": Principe d’Orange - 2019
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In genere andiamo con l’aereo, ma lo scorso inverno per il viaggio in macchina verso l’Austria avevo preparato una playlist con musica un po’ allegra per il tragitto. C’erano anche canzoni olandesi, una di Lange Frans che parla del nostro paese. E anche degli Europei, di Johan Cruijff e Abe Lenstra. D’un tratto pensai: è strano che io non venga nominato, perché se oltre a Cruijff c’è stato qualcuno che ha scritto la storia del calcio in Olanda, quello sono io. Con la Nazionale ho vinto un Europeo, e per gran parte è stato grazie al mio contributo. In effetti è assurdo, pensai. Il principe d’Orange dovrei essere io, metaforicamente portato in palmo di mano.
Allo stesso tempo mi rendo conto che l’Europeo dell’88 è stato un’esperienza fantastica e che Ruud era stato il volto della Nazionale olandese. Sotto l’aspetto calcistico forse ho avuto un ruolo importante, ma non rendiamolo più grande di ciò che è stato. Questa ambiguità fa parte di me, da una parte posso dire «Sono il migliore», dall’altra «Hai dato un gran bel contributo, c’è di che essere fieri».
Questa modestia ha fatto sì che abbia sempre mantenuto uno spirito critico sul mio modo di giocare. C’era sempre margine di miglioramento. Sono abbastanza bravo a non esaltare troppo i successi, sono in grado di considerare anche quelli in modo critico, a vedere nel dettaglio cosa potessi migliorare.
Ma come calciatore uno vuole vincere premi e diventare il numero uno. In questo sono riuscito, ed era il mio scopo fin dall’inizio. Non ero Johan Cruijff, ma credo di essermi avvicinato al suo livello.
D’altra parte, però, ho avuto sfortuna con quell’infortunio. Anche negli anni in cui ho giocato a calcio la mia caviglia non è stata mai al cento per cento. Figuriamoci dove sarei potuto arrivare con una caviglia a posto…
Penso che avrei potuto vincere altre tre finali di Coppa dei Campioni. In quella del 1993 non saremmo stati sconfitti dal Marsiglia se fossi stato in forma e quella contro l’Ajax, nel 1995, non l’avremmo persa, sicuro al cento per cento! E forse sarei riuscito a vincerne ancora un paio, alla fine avrei potuto eguagliare le vittorie di Cristiano Ronaldo. Ma purtroppo non è andata così.
Anche sull’apprezzamento del pubblico ho sempre avuto un atteggiamento ambiguo. Quando vedevo lo striscione con su scritto L’OTTAVO GIORNO DIO CREÒ MARCO tendevo a farci sopra una battuta, a dire che stavano decisamente esagerando. Non amo autocelebrarmi. Diamoci una calmata, guardiamo soprattutto a quello che non ho vinto. O che avrei ancora potuto vincere.
Allo stesso tempo trovo irritante quando non vengo affatto nominato, o si dimenticano di me. Quando si parla come se tutto fosse normalissimo. Allora mi viene voglia di alzare il dito: «Ehi, ci sono pure io. Anch’io ho fatto qualcosa di buono».
Da questo punto di vista ho una personalità davvero strana. Dopo l’infortunio alla caviglia guardavo più che altro a ciò che non avevo raggiunto, ma ultimamente ho imparato ad apprezzare tutto quello che sono riuscito a ottenere.
Grandi giocatori come Romário e Ronaldo hanno vinto premi già tra i 19 e 22 anni. Appartengo anch’io a questo gruppo ristretto, solo che non ho avuto la possibilità di concludere ciò che avevo cominciato. Ma alla fine mi rendo conto sempre più che posso anche vedere il bicchiere mezzo pieno, per esempio quando ripenso a quel ragazzo sulla spiaggia di Juan-les-Pins. Per fortuna ci riesco sempre più spesso.
Come allenatore è tutta un’altra storia. A posteriori credo di non essere neanche stato un allenatore così malvagio, ma mi costava troppa fatica, perché sono troppo esigente con me stesso. C’è una sorta di incrinatura nella mia storia, per via della carriera da allenatore. Di certo, quando le cose andarono male per la prima volta, san Marco era tornato a essere una persona normale. In effetti è bello, in un certo senso, che abbia vissuto anche queste difficoltà. Sono stato ripudiato, insultato, ma è stata un’esperienza istruttiva.
Per questo adesso posso sorridere del fatto che i miei figli – dopo che un tifoso dell’Ajax mi aveva dato della «frittata» di fronte alle telecamere – abbiano creato un gruppo WhatsApp chiamato «I bignè».
A volte mi capita di pensare a come mi piacerebbe essere ricordato. Johan, per esempio, era più un predicatore. Io no, io ho un’altra personalità. Forse perché alla fine non sono riuscito a raggiungere quello status, visto che a soli 28 anni ho dovuto smettere e non ho potuto lasciare la mia impronta continuativamente per vent’anni, come invece ha potuto fare Johan. E Messi, Ronaldo, ma anche Pelé e Maradona.
Johan voleva parlare sempre di calcio e influenzare i pensieri degli altri. Forse avrei potuto essere così anch’io, se avessi potuto giocare per altri dieci anni. Avrei avuto una vita diversa, senza tutti quei problemi alla caviglia. Avrei giocato con molto più piacere, le cose sarebbero state un po’ più facili e leggere, e forse avrei provato un po’ più di gratitudine per i risultati raggiunti. Invece ho dovuto combattere contro parecchia rabbia e frustrazione. Non ho avuto la vita facile, ho lottato per conquistarmi qualunque cosa. Ho potuto giocare liberamente solo una breve porzione della mia carriera, è questa la cosa triste. Già a 22 anni ho subito il primo infortunio alla caviglia. Prima di allora ho giocato tre anni ad alto livello, poi sempre con il piede fasciato.
Non sono stato un bambino particolarmente coraggioso, né un adolescente spericolato. Quello che ho vissuto intorno a me a livello umano era stato abbastanza pesante. Vengo da una famiglia in cui c’è stato poco calore, anche se ho avuto quello di mia madre. Ma anche lei soffriva di sbalzi di umore. Mio fratello e mia sorella erano molto più grandi di me, con loro non ho avuto molti contatti. E mio padre era più che altro al lavoro, per mandare avanti la baracca. Era molto concentrato sul calcio e in particolare sulla mia carriera, e poco coinvolto sul piano umano. Per questo avevo scoperto ben presto l’amore per il pallone. Il campo da calcio era un luogo sicuro, dove poter essere me stesso, dove sentirmi libero. In campo generalmente mi sentivo bene. Era il posto in cui ero al sicuro, era casa. Il posto in cui potevo eccellere.
Credo che il mio spirito di competizione sia legato alla mia autostima. A volte penso che il mio fanatismo sia patologico. Quando perdo, mi dico: ma che diavolo sto facendo? Perché sono qui? Ma, se vinco, va tutto bene, allora penso: e vai!
Non so se questo dipenda anche dal modo in cui sono cresciuto, cioè in una famiglia in cui in realtà dovevo fare tutto da solo. Ma alla fine ho scelto io la strada del pallone. Io ho voluto diventare il migliore, un professionista, e ricco. Questa molla era dentro di me.
Questa settimana Galliani mi ha mandato un’intervista di Berlusconi in cui dice che quella vittoria di Coppa dei Campioni a Barcellona nel 1989 è stato uno dei giorni più belli della sua vita. È stato fantastico sentirlo. Ve lo immaginate, un uomo come Berlusconi, un uomo d’affari di successo, miliardario, già a capo del governo italiano, che dice che quella vittoria della Coppa dei Campioni è stato uno dei giorni più belli della sua vita. Che grande impatto, e speciale, ha il calcio in Italia!
Malgrado tutto, sono davvero felice dei miei passati successi. Al Milan abbiamo vissuto un periodo splendido, San Siro era casa mia. Sono tutte cose estremamente positive, ma a volte te ne rendi conto solo dopo, perché sul momento ti limiti ad andare avanti. Vieni ferito, vieni travolto in corsa, riesci a scampare a qualcosa e vai avanti. Ogni volta.
E solo adesso che sono seduto davanti a questo libro, ci rifletto sopra e mi chiedo: «Alla fine cosa mi è successo? E perché poi è successo?». Per la prima volta mi capita di riflettere sul serio sugli avvenimenti del passato e di reagire a quanto è accaduto. È naturale, perché viene a galla tutta una serie di emozioni. Un processo interessante, che ti rende più determinato su alcune cose perché diventano più chiare.
Nel mio caso, il mio archivio era pieno, ma era tutto in disordine. Grazie però a quelle settimane e a quei mesi passati a parlare della mia vita, ho cominciato a mettere tutto a posto: ne parli, trai conclusioni, arrivi a comprendere.
Quindi, alla fine, l’archivio sarà in ordine, non solo cronologico, ma anche di importanza. Arrivi a una visione più chiara dei momenti migliori e peggiori degli ultimi cinquant’anni. È tutto al suo posto e nella giusta luce.
Le cose positive e quelle negative. Ora, per esempio, sono in grado di apprezzare davvero la visione dei miei gol più belli in Serie A. Sul momento lo ero molto meno, sei sempre di corsa.
A vent’anni sai di avere davanti un viaggio. E nei vent’anni precedenti devi preparare quel viaggio. Fai di tutto per metterti in marcia al meglio: il bagaglio adatto, la strada da seguire eccetera.
Dopodiché ti metti in marcia e devi reagire adeguatamente a ogni situazione nuova, devi sopravvivere, prendere buone decisioni, agire correttamente e lottare per mantenerti sano e in forma. Sei costantemente impegnato, non c’è un momento di sosta. Ora sono nella fase in cui ci si guarda indietro e si dà valore alle cose. E anche questo è molto istruttivo, il vissuto viene messo in una certa prospettiva. È un vantaggio.
Sono contento di aver incontrato Liesbeth, e che dopo tutti questi anni siamo ancora felici insieme. Non ci sono tanti che possono dire lo stesso dopo più di trent’anni. Questa per me è vera felicità. Anche perché, o forse proprio per questo, dai miei genitori non avevo avuto l’esempio migliore. Più che altro avevo visto come non ci si deve comportare.
Bisogna avere fortuna, e con lei ne ho avuta. Sono felicissimo della nostra bella famiglia, con le mie figlie Rebecca e Angela, e con mio figlio Alexander. E l’anno prossimo diventerò anche nonno. Una benedizione.
In definitiva, per chi intraprende la carriera calcistica è una sfida uscirne indenni. In genere il successo ha un rovescio della medaglia, sempre, in realtà. Spesso non è affatto allettante come può sembrare dall’esterno. Bisogna fare tanto da sé, fare parecchi sacrifici, avere la disciplina di negarsi determinate cose. E tutti vogliono qualcosa da te, quando hai successo. Se le cose, invece, vanno meno bene, in genere sei da solo.
Ma per uscirne indenni, specie con una carriera calcistica come la mia, in amore bisogna avere un partner forte e comprensivo, metterci tutto l’impegno e avere fortuna.
Lo stesso vale nell’amicizia. Penso che poche persone, oltre a Liesbeth e ai miei figli, mi conoscano meglio dei miei pochi amici intimi. Con tre di loro mi vedo da una vita. Ancora oggi andiamo regolarmente a cena insieme e parliamo di tutto. La trovo una bella tradizione.
In fin dei conti ho passato un sacco di guai per via di quella caviglia. E in seguito ho avuto problemi come allenatore. Ma forse sarei diventato un uomo insopportabile se per tutta la vita avessi continuato a vincere e a essere il migliore. Se non avessi mai subito quell’infortunio.
A quei tempi avevo un che di arrogante, probabilmente sarei solo peggiorato. Forse avrei dovuto darmi una calmata. Se non sai cosa vuol dire essere infelice, non sai nemmeno cosa vuol dire essere felice.
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