
A domani!
Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": «Pronto, sono Silvio. Voglio vincere tutto»
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Mi hanno fatto passare la voglia di restare. Ho perso il sentimento verso la società, è sparita la passione. Succedevano cose strane, ma soprattutto la Roma aveva appena comprato Manfredonia e Völler. Era rimasta senza soldi e aveva bisogno di vendere un giocatore: l’unico che aveva richieste ero io. Martire di un mercato sbagliato.
Nel 1987 il Milan aveva preso un allenatore giovane, Sacchi, che non so per quale motivo era fissato con me. Mi ha voluto a tutti i costi, più di Gullit e Van Basten che erano già stati comprati da altri. Ero arrabbiato, speravo che la trattativa andasse in porto subito ma ho dovuto aspettare un po’: l’affare si è concluso l’ultimo giorno di mercato. Ero in vacanza in Sardegna, mi ha chiamato il segretario generale della Roma, Borgogno: «Ti abbiamo venduto. Vieni a Roma, ti do un indirizzo, vai e troverai un dirigente del Milan».
Palazzo al Velabro. Dovevo andare lì. Era un residence nella zona storica della città. Arrivo, entro, sono curioso. Il portiere non dice niente, mi dà la chiave della camera e mi fa l’occhiolino. Sul momento non so perché, il motivo l’avrei capito dopo. Salgo in stanza, apro la porta, il salone è grande. Sul tavolo ci sono champagne e pasticcini, lascio stare l’alcool ma il vassoio è spacciato. All’improvviso, a tradimento, spunta un dirigente del Milan, giovanile ma senza un capello in testa. Zero, neanche uno, ho controllato bene. È Adriano Galliani, l’amministratore delegato. Lo Zio. Penso al portiere, mi metto nei suoi panni e mi vengono i brividi: ha visto arrivare un signore senza capelli che prima di andare in stanza gli ha chiesto champagne e pasticcini, poi ha visto arrivare me, Carletto detto Il Bimbo. Capisco perché mi ha fatto l’occhiolino: ci ha preso per culattoni.
È la prima volta che vedo Galliani. Parliamo della sua filosofia, della società, di quello che vuole fare: «Abbiamo grandi ambizioni». Frase già sentita mille volte. «Vogliamo vincere il campionato l’anno prossimo, fare la Coppa dei campioni, vincere la Coppa dei campioni nel giro di due anni e la Coppa Intercontinentale il terzo.» Ecco, questa è nuova. Guardo l’ora, dice cose da ubriaco ma è troppo presto perché sia già sfondato di alcool. Forse è completamente impazzito. Da lì a poco, avrei parlato al telefono con Silvio Berlusconi. Per la prima volta. «Pronto? Sono il presidente.»
«Buongiorno.»
«Buongiorno a lei: come stanno le sue ginocchia?»
Non è che ci avesse proprio girato intorno. È stata la prima domanda, a bruciapelo.
«Presidente, stanno bene.»
«Contiamo molto su di lei. Vogliamo vincere il campionato il prossimo anno, dopo due anni la Coppa dei Campioni, dopo tre la Coppa Intercontinentale.»
Ufficiale, l’ubriacatura era collettiva. Ma cosa cazzo bevono a Milano? Faceva un sacco di battute, è stato stimolante parlare con lui. «Allora arrivederci, presidente.»
«Arrivederci, Carletto. E speriamo che le visite mediche vadano bene.»
Mi sono toccato le palle.
In effetti, quello era un passaggio cruciale. Io contro le mie ginocchia, sempre loro. Il giorno dopo hanno spedito a Roma il medico del Milan, Monti. Le visite in realtà me le ha fatte il professor Perugia, quello che mi aveva operato. Devo dire che Monti è stato molto negativo, aveva capito che le mie ginocchia non erano il massimo. Nonostante tutto mi hanno preso.
Da Trigoria a Milanello è stato il viaggio verso un altro mondo. Dove ho conosciuto uno che mi sembrava matto: Arrigo Sacchi. Qualche tempo dopo avrei capito che invece era un genio. Davvero un grande. Un altro maestro. Le prime volte con lui sono state durissime. Di solito fra una stagione e l’altra mi allenavo, ma quell’estate, sapendo di dover essere ceduto, non avevo fatto niente. Ero in condizioni pietose, la prima preparazione con Arrigo è stata terribile. I suoi metodi erano totalmente innovativi. Se prima potevi dire che nel lavoro c’era un’intensità pari a venti, a Milanello l’intensità era cento. Una differenza abissale, una fatica tremenda. Il terrore di tutti noi erano le scale che portavano alle nostre stanze, non riuscivamo più a farle, ci veniva da piangere. Un calvario, sembravamo un gruppo di zombi. Il tragitto dalla sala ristorante allo spogliatoio era una lotta contro noi stessi: «Oggi non possiamo allenarci». Ma alla fine ci allenavamo sempre, sempre di più. Il problema era che la giornata non finiva alle sette di sera, dopo il secondo allenamento. C’era la cena, poi fra il caffè e il letto Sacchi ci piazzava la riunione. Non la riunione tecnica, ma quella psicologica. C’erano lo psicologo Bruno De Michelis e un altro personaggio, Zaccuri, responsabile del personale della Fininvest. De Michelis: «Ditemi il nome di cinquanta cose, io le scrivo sulla lavagna numerate da uno a cinquanta». L’abbiamo subito pensato tutti: “I matti sono loro, mica noi”. Abbiamo iniziato: pane, casa, pallone, tortellini (indovinate chi l’ha detto…), gol, stadio, passera, macchina, caffè, e via così, fino a cinquanta. De Michelis: «Ora giro la lavagna e ve le ripeto tutte in ordine, senza leggere». L’ha fatto: pane, casa, pallone, tortellini, gol, stadio, passera, macchina, caffè… Non ne ha sbagliata una. «Adesso vi dico tutte le parole in ordine, ma partendo dal fondo: caffè, macchina, passera, stadio, gol, tortellini, pallone, casa, pane». Incredibile. Volevamo fare i furbi, non ci stavamo a perdere così.
«Mi scusi, al numero 30 cosa c’è?»
«Foglio.»
E al 20? «Penna.»
E al 47? «Divano.»
Meno male, non ha risposto «morto che parla». Nuovo insegnamento: il cervello può fare tantissime cose. Tutte le sere, dopo due allenamenti, per un’ora e mezza, c’era questa. Poi abbiamo iniziato con le tecniche di rilassamento: si raggiungeva uno stato di relax attraverso musica e parole. Prima si faceva teoria e dopo pratica, che consisteva nell’ascoltare una musichetta, solitamente quella di Momenti di gloria, con le luci soffuse. Sulla musichetta, De Michelis e Zaccuri parlavano: «Adesso rilassa il tuo corpo, ascolta il tuo battito. Immagina di essere sul campo, vedi i tifosi, la partita sta per iniziare, senti il profumo dell’erba». Due Giucas Casella, ma preparati per davvero. La loro era una tecnica che uso ancora oggi, nei momenti di stress. Il primo a crollare era Francesco Zanoncelli, che non si addormentava: sveniva. Cotto come la porchetta. Alla fine, metà squadra dormiva.
Ecco il Milan che deve vincere lo Scudetto quest’anno, la Coppa dei Campioni entro due stagioni e la Coppa Intercontinentale la terza. Sem mis ben, siamo messi bene. Quando si accendevano le luci, caricavamo il cadavere di Zanoncelli e lo portavamo a letto. A inizio preparazione pesavo ottantaquattro chili, alla fine settantotto. Dopo il ritiro sono tornato a casa, ho bussato alla porta, la mia mamma non mi ha riconosciuto. C’è un estraneo alla porta. «Ma cosa ti hanno fatto? Ma guarda come sei ridotto…»
Psicologicamente stavamo diventando fortissimi. Anche perché sopportare Sacchi non era facile. Ti spiegava gli schemi anche di notte, prima di dormire. Li disegnava sulle porte delle camere. Era imperdibile quando doveva farli capire a Gullit e Van Basten, che non parlavano italiano. La lingua prescelta era l’inglese. Al che non si riusciva a stare seri. Alle prime riunioni in inglese trattenersi dal ridere era veramente un calvario. Si rischiava di esplodere, per resistere facevamo finta di schiarirci la voce. Iniziavamo io e Tassotti, gli altri ci venivano dietro. «Its nesessari tu ev a sciort tim»: se avesse dovuto metterlo nero su bianco l’avrebbe scritto proprio così. Ci vuole la squadra corta. «Uen de boll arraivs, uan go e uan cam.» Uno va e uno viene. Non si capiva veramente niente.
Il culmine l’abbiamo raggiunto prima di un’amichevole a Parma. Riunione tecnica, oddio, terrore, che cosa dirà adesso? Come facciamo? Siamo entrati in una sala, il soffitto era tenuto su da un pilone, ci siamo messi tutti e ventidue lì dietro: se ci fosse scappato da ridere, non ci avrebbe beccato. Il primo pilone al mondo con quarantaquattro gambe, in fila per sei col resto di due. Sacchi praticamente parlava da solo, non ce la facevamo, abbiamo confessato: «Mister, il suo inglese fa schifo».
Era il numero uno. Anche quando dormiva. Non sognava, urlava. Nel sonno emetteva dei versi tremendi, sembrava che lo stessero ammazzando. Ogni tanto gli scappava anche qualcosa di tecnico, sempre mentre dormiva: «La diagonaaallllleeeeeeee» oppure «torna, torna, tornaaaaaaaa». Oddio, non stacca mai. Era il suo grande segreto, forse la sua croce.
Prima di cadere in catalessi, verso le dieci e mezzo di sera, faceva il giro delle stanze. Aveva le pantofole, trascinava i piedi, lo sentivamo arrivare. Spegnevamo la luce, ci buttavamo sotto le coperte e fingevamo di dormire. Massaro era il peggiore, lo faceva sempre. Di Sacchi, all’inizio, ne pensavamo di tutti i colori. Finché non ha ottenuto il gioco che voleva. Non era ben chiaro dove saremmo potuti arrivare attraverso quella dedizione maniacale al lavoro. Certi meccanismi non erano naturali, si faceva una fatica disumana, era tutto uno schema dietro l’altro. Esercitazioni tattiche di continuo. Mi diceva sempre: «Tu sei uno che corre tanto, ma io voglio che diventi il direttore d’orchestra. Devi studiare la musica e i tempi. Dobbiamo eseguire uno spartito che devi conoscere a memoria». I miei tempi erano stop e passaggio. Stop e passaggio. Stop e passaggio. Ogni tanto per sfogarmi facevo un tocco in più. Stop senza passaggio, nel senso che Sacchi fermava l’allenamento e mi diceva di ricominciare daccapo. Ci esercitavamo per ore, io e lui da soli, ma cose semplici semplici, da Asilo Mariuccia. Un dribbling mai, eh? No, stop e passaggio. Stop e passaggio. Alla fine sapevo esattamente quello che dovevo fare, me l’aveva insegnato alla perfezione. Mi aveva reso tranquillo e sereno. Erano movimenti standard, sapevo dove andare quando aveva la palla Tassotti, o Maldini, o Baresi, o Van Basten. O un avversario.
A ventotto anni ero diventato un centrocampista centrale. Sacchi mi aveva aperto un nuovo mondo. Fra pressing e gioco collettivo, iniziavo a divertirmi come un matto. Non sentivo più la fatica. Tante volte, finiva la partita e ci incazzavamo. Ce la prendevamo con l’arbitro quando fischiava, volevamo continuare a giocare. Eravamo il Milan degli Invincibili, ma non lo sapevamo ancora.
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Fragile (Marco van Basten). I capitoli: presentazione - prologo - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18 - 19 - 20 - 21 - 22 - 23 - 24 - 25 - 26 - 27 - 28 - 29 - 30 - 31 - 32 - 33 - 34 - 35 - 36 - 37 - 38 - 39 - 40 - 41 - 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 48 - 49 - 50 - 51 - 52 - 53 - 54 - 55 - 56 - 57 - 58 - 59 - 60 - 61 - 62 - 63 - 64 - 65 - 66 - 67 - epilogo















