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A domani!

Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": tabelline e vittorie

 

Capitoli precedenti: presentazione - prefazione - 1

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ancelotti coppa

Il calcio è come un pranzo con gli amici: più mangi, più ti viene fame. Sono lo chef e la compagnia che fanno la differenza: io adoro quella di Beckham. Una sera, quando giocava nel Milan, l’ho invitato a mangiare in un ristorante di Parma. Gli è piaciuto, non se ne voleva più andare. Insistevo, mi guardava, diceva: «Ancora un attimo». A un certo punto ho pensato di chiamare la polizia per staccarlo dai tortellini, solo in extremis l’ho convinto, a parole: «Guarda che se non usciamo subito da questo posto, rimetto insieme le Spice Girls». Quattordici secondi dopo eravamo seduti in macchina, di ritorno verso Milano. Con la radio spenta. Apro una parentesi su David: è stata una grande sorpresa positiva. Quando è arrivato in Italia pensavo di trovarmi di fronte una star del cinema con la nostalgia di Los Angeles, una di quelle che danno troppa importanza al gossip e niente al calcio, e invece mi sbagliavo. È un professionista esemplare, un maniaco del lavoro, un uomo dall’educazione quasi esagerata, ha la classe della persona semplice. E poi gli piacciono le specialità emiliane, e questo ovviamente è l’aspetto che conta di più.

Una volta mi sarebbe piaciuto portare a Parma anche i giocatori del Chelsea. Con un solo problema da superare, di ambientamento: a Parma spesso c’è il sole, gente come Lampard e Terry – gli inglesi… – non avrebbero capito, avrebbero guardato quella strana palla arancione piantata in mezzo al cielo facendo tutti la stessa domanda: «Cos’è?». Si sarebbero spaventati, molto più di quando Zhirkov ha fatto il karaoke. Non avevano mai visto il sole in vita loro. Io sì, ma durante i miei primi dieci giorni a Londra ho rischiato di dimenticare come fosse fatto. Pioveva sempre, a tutte le ore. Uscivo di casa al mattino come un bambino che passeggia su Ocean Drive e va in spiaggia a Miami, senza paletta e secchiello, ma con la camicia a maniche corte, e tornavo la sera come un cane da slitta, senza la coda, ma con un freddo porco. Comunque, mi sono abituato in fretta al clima. E poi a quella nuova vita: in questo sono stati fondamentali gli inglesi. Potevo andare dove volevo senza che nessuno mi fermasse per strada. Riuscivo a fare la spesa al supermercato, e se qualcuno si avvicinava di solito era l’addetto alla sicurezza, che nel vedere il carrello che debordava si faceva assalire da un dubbio: «Forse ha fatto una rapina». Gli altri mi riconoscevano e mi trattavano come loro. Hanno sempre avuto rispetto della mia privacy, quasi tutti gli autografi li ho firmati a tifosi italiani, che comunque restano e resteranno sempre nel mio cuore. È un atteggiamento che rientra in un discorso più ampio, quello della cultura di chi segue il calcio in Inghilterra: si va allo stadio per tifare per la propria squadra e non contro gli avversari, sai che se sbagli paghi, canti canzoni e non cori offensivi, in tribuna ci sono i bambini, mica i bastoni. E un manager può vivere senza troppe pressioni, ha più tempo per rilassarsi, per pensare e quindi per lavorare meglio.

E, nel mio caso, per vincere. In Premier abbiamo iniziato alla grande, spinti dalla richiesta di Abramović («Voglio che il gioco del Chelsea sia riconoscibile in tutto il mondo») e dal modulo che mi ero portato dietro dall’Italia. Il 4-3-2-1, l’Albero di Natale. Non ci capiva niente nessuno le prime volte, né i giornalisti né gli allenatori avversari, e questa era senza dubbio la cosa migliore. Per un po’ è stata una vera pacchia, mi divertivo come un matto, il 3-1 rifilato al Sunderland alla seconda di campionato mi ha fatto godere. Correvamo in discesa, la nostra fiducia cresceva, anche i giocatori erano felici, perché stavano provando qualcosa di nuovo e così non si annoiavano. A seconda della posizione di Anelka cambiavo il modo di giocare. Fino a dicembre siamo andati alla grande, poi hanno iniziato a capire come fermarci, è arrivata una flessione comunque inevitabile. Abbiamo perso contro il Manchester City, pareggiato contro Everton, West Ham e Birmingham. È normale non vincere tutte le partite in stagione: quando dicevano che non avremmo mai perso mi veniva da ridere, ma anche quando sentivo qualche genio dire che non avremmo portato a casa nessun trofeo… Ci siamo ripresi e abbiamo ricominciato a correre alla nostra velocità, senza dover raccontare troppi segreti. Per il semplice fatto che non ce n’erano, a parte uno.

Una tabellina. Come quelle che si fanno i primi anni di scuola, quando impari a contare e a fare le moltiplicazioni. Si muovono le palline sul pallottoliere, si contano le pecore prima di addormentarsi (io ho sempre contato gli agnelli in verità: sono più morbidi e si digeriscono meglio) e intanto la matematica ti entra in testa. Noi, i nostri conti, li abbiamo fatti subito dopo essere usciti dalla Champions League contro l’Inter poi campione d’Europa, nel bel mezzo di un momento talmente delicato che poteva diventare disastroso. In passato il Chelsea aveva sempre fatto fatica a tirarsi fuori da batoste del genere, quindi il giorno dopo la sconfitta ci siamo ritrovati al centro sportivo di Cobham, nello spogliatoio. Hanno preso la parola anche i grandi vecchi come Terry, Lampard – altro splendido esempio di leader inglese, lo vedo in campo e sono felice – Drogba, Čech. Siamo stati bravi in quei venti minuti, abbiamo capito che avevamo perso molto, ma potevamo vincere tantissimo. Io sono stato molto chiaro: «Ci sono ancora Premier e Fa Cup. Solo sei squadre in centoquarant’anni sono riuscite a fare il Double, adesso ragazzi tocca a noi». Il progetto, poco nascosto, era quello di togliere l’attenzione dalla Champions League, fissando un nuovo orizzonte. «Mancano undici partite alla fine, giocarle bene significa entrare nella storia.» A quel punto, abbiamo tirato fuori la tabellina. Con numeri e statistiche. Scritta in maniera che nessuno corresse il rischio di non capirla. Conteneva pochi numeri, quelli essenziali che dovevamo tenere a mente. Gli allenamenti mancanti: cinquanta. I giorni che dovevamo ancora dedicare ai nostri obiettivi: sessanta, o giù di lì. Le partite ancora da giocare: undici.

La prima contro il Blackburn, e a dire la verità un po’ di paura l’1-1 finale me l’ha fatta venire. Poi, siamo esplosi come una bomba atomica: 5-0 col Portsmouth, 7-1 con l’Aston Villa, 2-1 contro il Manchester United in trasferta. Tutti numeri magici che rendevano speciale la nostra tabellina. Il successo all’Old Trafford è quello che di fatto ci ha consegnato la Premier, anche se alla fine io e Wilkins abbiamo dovuto brindare da soli. Come da tradizione, qualche minuto dopo il fischio finale siamo andati nella stanza di sir Alex per bere il solito bicchiere di vino. Siamo entrati, regnava il silenzio. Lui fissava uno schermo, la televisione era sintonizzata su un canale che trasmetteva una corsa di cavalli, suo grande amore. Siamo passati in secondo piano, anche in terzo. Siamo stati un po’ zitti, non sapevamo come comportarci, alla fine abbiamo fatto quello per cui eravamo lì: abbiamo bevuto, alla nostra salute. Bye bye. Nonostante abbia vinto tre volte su tre contro di lui in quella stagione, considero Ferguson un maestro di calcio e di vita, un esempio da sempre, un collega da cui attingere il buono, eppure inarrivabile per certi versi (nel senso che non ho la passione dei cavalli). Prima di tornare a Stamford Bridge, abbiamo affrontato l’Aston Villa in Fa Cup: 3-0. Poi di nuovo Premier: 1-0 col Bolton, le abbiamo prese dal Tottenham, ne abbiamo fatti 7 allo Stoke. E ancora: 2-0 contro il Liverpool e 8-0 contro il Wigan. Siamo diventati campioni d’Inghilterra, io re straniero in un Paese amico. Un re un po’ ubriaco a dire la verità, perché tanta birra come quella che c’era nel nostro spogliatoio, tutta insieme, l’avevo vista poche volte. I ragazzi ballavano al ritmo della musica rap, ci ho provato anch’io, ma con scarsi risultati: in inglese non è che le rime mi vengano poi così bene. Non ero del tutto lucido, ed è a quel punto che mi sono rivolto alla squadra: «Carissimi signori, è giunto il momento che voi parliate italiano. Vi stiamo colonizzando. Io alleno il Chelsea campione d’Inghilterra, Capello la Nazionale…». Mikel Obi, Joe Cole, Drogba (che in campo è una macchina da guerra), Malouda (il giocatore che in assoluto mi ha colpito di più per i suoi miglioramenti) hanno approvato, a modo loro: «Hai ragione Carlo, e che cazzo». Mi ero perso qualcosa, a quanto pare. Eccheccazzo sì, sapevano l’italiano meglio di me. Non potevano dirmelo prima?

Abbiamo tirato fuori tutti la nostra tabellina. Ci siamo accorti che c’era ancora un numero da mettere a posto, quello della finale di Fa Cup. Di cui conservo un ricordo in particolare: il principe William che mi saluta prima della partita, con le squadre già schierate sul campo di Wembley. Gli ho presentato uno a uno i miei giocatori, al termine del giro mi ha semplicemente detto «Good luck». Io avrei voluto rispondergli con una domanda: «Mi presenti tua nonna?». Ma non ne ho avuto il coraggio. Ho una venerazione per la regina Elisabetta, non la conosco personalmente, ma ogni volta che la vedo in televisione la sua figura mi trasmette un grande fascino. Mi piacerebbe incontrarla, ma non saprei bene come fare. Non è che posso telefonare a Buckingham Palace chiedendo di passarmela: «Pronto, scusi, sono Carlo Ancelotti, quello che mangia tanto. C’è Elisabetta per favore?». Non sarebbe carino. E allora non mi resta che continuare a vincere, sperando che si accorga di me. Davanti a suo nipote ci siamo presi la Fa Cup con il Chelsea, vincendo contro il Portsmouth dopo aver colpito cinque pali nel primo tempo. Certi giorni mi sembrava di vivere dentro un sogno, la scelta di allenare il Chelsea – e tutte le squadre che sono venute prima e dopo – la rifarei cento volte, e sempre nello stesso modo. Anche se essere usciti in Champions League contro l’Inter è un rimpianto che mi porto dietro. Contro l’Inter, non contro Mourinho. In Italia ce ne siamo dette di tutti i colori, non ci stavamo simpatici (leggendo il libro capirete…), ma dopo essere stato in Inghilterra il mio punto di osservazione è cambiato. Ha fatto la storia del Chelsea, il suo archivio degli allenamenti e delle esercitazioni mi è stato utile più di una volta, quindi merita un’attenzione assoluta. La nostra tregua l’abbiamo decisa e firmata prima della sfida di andata, a Milano. Ci siamo incontrati in un corridoio di San Siro, abbiamo fatto un patto: «Niente casini, non alimentiamo le polemiche». Sei parole, una stretta di mano, ci siamo messi d’accordo in dieci secondi. Spesso mi fanno una domanda: «Perché siete usciti dalla Champions contro l’Inter?». Risposta: per una questione di dettagli. Non ci sono altre verità, né discorsi da fare. Non credo che diventeremo mai amici io e José, ma adesso il rispetto è vero e reciproco. Quando ho vinto la Premier, mi ha scritto un sms: «Champagne». Quando ha vinto lui il campionato italiano, gliene ho scritto uno io: «Champagne, ma non troppo».

Gira e rigira, si torna sempre e comunque a parlare di cose da mangiare e da bere. Di un Chelsea con le bollicine. E del taxi su cui era iniziata quella nuova avventura.

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