
A domani!
Prefazione di Paolo Maldini - maggio 2009
Capitoli precedenti: presentazione
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Continuerò a dargli del tu, l’ho sempre fatto. Quando un calciatore smette di giocare diventa amico del proprio allenatore, si crea una certa confidenza, cadono le barriere. Io sono fortunato, mi sono portato avanti con il lavoro. Sono praticamente nato come compagno di squadra di Carletto, siamo da sempre una coppia di fatto. Dicono che io sia stato una bandiera per il Milan, allora spesso il suo ruolo è stato quello del vento. Soffia che io riparto, con la mia maglia numero 3, cifra perfetta grazie anche a chi mi circonda. E mi indica la via. Nella gestione dello spogliatoio e delle riunioni Carletto è rimasto quello di una volta: un casinista senza eguali. Riesce a far battute anche prima di una finale di Champions League. Ci parla di bollito, alza il sopracciglio, e noi andiamo a vincere, perché siamo sereni. La gente immagina discorsi strappalacrime fatti alla squadra nei momenti decisivi e, in effetti sì, a volte le lacrime ci sono state, ma perché non riuscivamo a smettere di ridere. In certe occasioni, nello spogliatoio degli avversari abbiamo sentito il silenzio assoluto, mentre nel nostro c’erano Silvio Berlusconi e l’allenatore che raccontavano barzellette. Siamo una famiglia e in famiglia si fa così.
Carletto non se la tira mai, tranne che a tavola, perché una volta che inizia a mangiare può fermarlo solo l’esorcista. Da quando è diventato allenatore si siede a un tavolo a parte, con un menu a parte, con una capacità di digestione a parte. Mangia, beve, rimangia e ribeve. Quando arriva qualcosa di buono saltano tutti gli schemi, anche il suo amatissimo Albero di Natale. Non ce la fa a tenere tutto quel ben di Dio per sé, allora inizia a chiamarci: «Paolo, vieni qui. Assaggia». «Ma, Carlo, sono il capitano, devo dare l’esempio.» «E io sono il tuo allenatore: prendi qualcosina, è buono.» È altruista anche lì. Si vuol godere la vita e questo ci aiuta. Fra tutte le gestioni dello spogliatoio che ho vissuto, la sua è stata in assoluto la più serena. Si tiene dentro preoccupazioni e pressioni, così la squadra resta tranquilla. E vince. E poi vince. E vince ancora. Anche se ogni tanto l’uomo più buono del mondo sbotta. L’ultima volta che è esploso per davvero è stato a Lugano, dopo un’amichevole precampionato persa contro una squadra di serie B svizzera. Sembrava pazzo. Ce ne ha dette di tutti i colori, ci ha insultati come animali. Cose pesantissime, irripetibili. Non si fermava più e a me veniva da ridere, perché gli era partita la brocca: non l’avevo mai visto così. Era tutto rosso e vicino a lui c’era Adriano Galliani con la cravatta gialla: insieme assomigliavano all’arcobaleno. Dopo due giorni ci ha chiesto scusa, perché cattivo fino in fondo non lo sarà mai. È dolce dentro. Il segreto delle nostre vittorie sta nella sua normalità: non serve essere Special One, Two o Three per trionfare, è sufficiente avere equilibrio e restare giù dal podio di chi fa i fuochi d’artificio davanti alle telecamere.
Fra me e Carletto c’è sempre stato un rapporto di confidenza. Ci siamo sempre confrontati su tutto. In occasione delle sue esternazioni più dure, poi è arrivata puntuale la domanda: «Paolo, ho sbagliato?».
Carlo non vuole mai fare tutto da solo, è un sintomo di grande intelligenza. Ecco perché può vincere ovunque: al Milan, al Chelsea, al Real Madrid o altrove. La sua conoscenza del calcio è globale, enorme. Ha un’esperienza pazzesca e a trecentosessanta gradi. Già da calciatore, in sé, era un grande organizzatore: di gioco e di idee. Non lo si può discutere né a livello tecnico né a livello umano: chi lo fa non è in buonafede. Al Milan dai tempi di Arrigo Sacchi in poi abbiamo avuto molti allenatori e quasi tutti vincenti, ma ognuno di loro ha gestito il gruppo in maniera completamente diversa. Al di là dei risultati, delle metodologie, se dovessi scegliere la qualità di vita migliore di questi anni, opterei assolutamente per quella avuta con lui in panchina. Prima di arrivare a Milanello era più rigido, meno aperto a determinati cambiamenti tattici, poi è cresciuto. Si è evoluto. E noi con lui, perché al fianco di un uomo così bisogna mettere dei giocatori che non se ne approfittino. Alla base di tutto c’è la fiducia reciproca. Negli anni qualcuno che ha fatto il furbo c’è stato, ma gli abbiamo spiegato in fretta come ci si comporta. Più che altro, gli abbiamo fatto capire che Carletto va rispettato sempre e comunque. Per il bel calcio che sa esprimere. Per come parla alla sua squadra. Per come si comporta fuori dal campo. E per quello che c’è scritto in questo libro, dove si è raccontato senza segreti.
L’hanno definito in mille modi. Per me, è semplicemente un amico. Un amico pacioccone. E per questo mi mancherà.
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