
A domani!
Marco van Basten "Fragile": epilogo - Dio non manda mai una lettera
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A posteriori mi rendo conto che è stato un viaggio bizzarro. Ora che ripenso con calma a tutti i guai che ho avuto alla caviglia, a 55 anni di età, vengono a galla altre cose. Il contrasto tra il punto più alto e quello più basso è stato enorme, prima e dopo il 21 dicembre 1992. La differenza è stata davvero notevole.
Dalla vetta più alta nella mia vita, celebrato dal mondo, allo sprofondo dove ti ritrovi sommerso in una lurida fanghiglia. Sono davvero finito in una fogna.
È stato un periodo di tre anni in cui non sono più riuscito a godermi le cose. Avevo un grosso problema, sul serio, ma non sapevo cosa fare. E ciò che ho fatto è stato cercare di uscire da quella situazione orrenda, trovare soluzioni. Sforzarmi continuamente di capire. Cosa devo fare? Di chi ho bisogno? È stata una ricerca pazzesca.
E in questo ho fallito. Certo, alla fine sono stato capace di tornare a vivere normalmente. Senza dolore, ma con un sacrificio. Un sacrificio troppo grande. Anche se non ha implicato la morte di un uomo, ma quella di un calciatore.
Allora non ero interessato a capire di chi fosse la colpa, chi ne fosse responsabile personalmente. Ero interessato a guarire. Solo adesso cerco una risposta alla domanda: «Chi è stato la causa di tutto questo?».
Sono passato attraverso una serie di emozioni diverse. Incredulità. Non avrei mai pensato che sarebbe successo a me, di dover smettere di giocare a calcio. Non ci pensavo lontanamente e poi ero troppo bravo. Ero su un livello completamente diverso. A me non sarebbe successo.
Se si pensa alla perdita di un grande amore, il paragone non regge. Il calcio per me era molto di più: dall’età di 4 anni ho vissuto di calcio. Sempre con un pallone, per strada, a scuola, agli allenamenti, ovunque. Sempre.
E a un certo punto tutto s’interrompe, e tu ti senti malissimo. Non puoi credere che una cosa del genere sia capitata a te. Ma una volta successo, non è stato come perdere un amore. Avevo perduto tutta la mia vita. Non avevo più una vita. La mia vita era il calcio.
Alla fine ne vieni fuori. Il bombardamento è cessato e la guerra è finita. Allora ti guardi intorno e ti chiedi: Che cosa è rimasto? C’è ancora del materiale disponibile? Posso costruire qualcosa? Poi è arrivata la consapevolezza: sono proprio fottuto. Voglio dire, mi ero giocato una caviglia.
Giocare a calcio era impossibile, era questa la dura realtà. Ma a dire il vero in quel momento non mi tangeva più di tanto. Ero felice di essermi finalmente liberato del dolore. Solo più tardi mi sono reso conto che a quel punto avrei dovuto cercare di ridare un senso alla mia vita. Forse l’ho vista in maniera troppo egoistica. Come se avessi voluto tenerlo per me.
È un vero peccato che a partire dai 28 anni non abbia più potuto mostrare niente né dare piacere alla gente. Perché per tante persone era un piacere. E anche per me. Era una grande soddisfazione.
Il perché subisci un infortunio è una domanda a cui è impossibile trovare una risposta. Perché Dio non mi ha mai detto perché. Non mi ha mai mandato una lettera. Perché è successo proprio a me è un’altra domanda difficile. Però adesso sono contento di essere felice, lo sono sul serio. E in effetti chiedere il motivo è inutile, tanto la risposta non arriva.
Magari sarei diventato un tipo insopportabile se avessi continuato a vincere tutto e se avessi sempre avuto ragione. Non ne sono sicuro, ma è probabile. Insomma, uno cerca le risposte, il senso delle cose.
È vero che condividevo i miei successi con milioni di persone e nel periodo difficile ero spesso da solo. Ma non mi importava, perché è impensabile condividere tutto questo con gli altri. Sarebbe stato ancora peggio.
Era bello dare, era bello condividere il successo con i tifosi ed è stata una splendida esperienza. Le occasioni in cui vieni portato in palmo di mano e l’emozione che ti trasmette sono una cosa stupenda. A tratti vivevo momenti esaltanti. Quando in passato segnavo un gol e lo stadio andava in delirio. O quando il risultato è sul 2-0 o 3-0 e devi ancora giocare mezz’ora. E sai di avere la vittoria in tasca. È un piacere enorme. E abbiamo vinto tanto e reso la gente davvero felice.
Ma era anche incredibilmente intenso e impegnativo. Spesso era tutt’altro che rilassante. E se guardo indietro, trovo positiva la vita che faccio oggi. Solo adesso che analizzo il passato me ne rendo conto: un tempo era tutto convulso, sempre impegnativo, mai un attimo di tranquillità. E per quanto fosse soddisfacente, sono comunque felice di come stanno le cose adesso.
La domanda che in questi giorni, mentre sono alle prese con questo libro, si affaccia costantemente nella mia mente è se alla fine ho raggiunto un equilibrio. Se il prezzo che ho pagato compensa ciò che ho ricevuto. Se ne è valsa la pena. La posta in gioco era alta. Il sacrificio, la mia caviglia, è stato grande. Alla fine il tutto si è compensato?
La domanda è interessante. E allo stesso tempo non lo è, perché ho forse avuto scelta? È andata com’è andata, e se avessi lasciato perdere tutto, se non fossi diventato calciatore, senza alti e bassi, come sarebbe stata la mia vita? Ma se ci rifletto, in tutte le professioni che riesco a immaginare non avrei mai conosciuto la gioia che ho provato nella mia vita da calciatore.
Forse sembrerà strano con tutti i guai che ho passato con la mia caviglia, ma sono certo che in fin dei conti ho preso una buona decisione. Ne è valsa la pena. Ho alternato tanti anni belli e intensi con brevi periodi neri. Lo trovo accettabile, col senno di poi. Un buon equilibrio.
Certo, anche perché sono nuovamente una persona «normale». La caviglia è una limitazione, ma dopotutto sono tornato a vivere una vita normale. Ed è una cosa preziosissima. Ripensandoci, ti chiedi anche perché sia andata così, e qual è stato il tuo ruolo in tutta la faccenda. Io sono sempre stato una persona che ha preso la via più breve da A a B. La strada migliore e la più veloce. Non mi lasciavo fermare da niente e da nessuno, ho ottenuto sempre quello che volevo. Come un panzer, abbattevo tutto al mio passaggio. Ma poi ho incontrato qualcosa di più grosso sul mio cammino. Un muro. E pensavo di sfasciarlo, esattamente come ero abituato a sbarazzarmi di ogni ostacolo. Senza pietà. Ma buttare giù quel muro non si è rivelata una scelta molto saggia.
Con quella caviglia non ho trovato un percorso alternativo o un modo per aggirare il muro. La caviglia andava pulita e aggiustata il più velocemente possibile. E questo – per via delle circostanze, per colpa sia di altri sia mia – non è riuscito. Dunque giocare a calcio non era più stato possibile. Ma dopo tutti quegli anni terribili, sono cambiato al punto da aver trovato la felicità anche in altre cose. Ho cominciato a giocare a tennis e a golf, e ormai da un paio d’anni mi dedico con passione allo squash. E mi sono messo a esplorare altri modi per riavvicinarmi al calcio, come allenatore.
Forse a provocarmi quei guai alla caviglia era stata la mia smania di spingermi sempre all’estremo per raggiungere il mio scopo. Certo, alla fin fine sono stati altri a incasinare la situazione, ma forse avrei dovuto comportarmi diversamente, dicendo a me stesso: «Il fastidio alla caviglia, il dolore, continuerai ad averlo. Non pulirla un’altra volta». Forse, se avessi ragionato così, non l’avrei fatto.
Forse sarei potuto andare avanti ancora per anni a quel livello e con quel dolore. Ma tu vuoi che succeda, che la situazione migliori grazie a un intervento, anche se è sempre un rischio.
Ho sperimentato a mie spese che il bisturi è pericolosissimo e, col senno di poi, avrei dovuto limitare gli interventi al minimo. Il corpo umano è già tanto complesso. E, forse, senza tutti quei dottori sarebbe andata molto meglio. Imparare ad ascoltare il proprio corpo è un luogo comune, e per me particolarmente arduo, perché ero veramente accanito.
È questa, credo, la mia parte nella storia, il punto in cui dico: avrei dovuto fare diversamente. Sembrerà presuntuoso, ma avrei dovuto essere ancora più testardo. Pur essendolo già parecchio. È un peccato che non lo sia stato. Tuttavia non me ne pento, perché ho agito con piena consapevolezza. Ma, a posteriori, posso affermare che è un peccato che dal primo giorno non abbia detto: «Finché ho male, non gioco», perché in quel caso avrei sicuramente potuto prolungare la mia carriera senza tutte quelle seccature.
Ma so anche che rifarei tutto allo stesso modo. Con il mio carattere, per la persona che sono, ci sono buone probabilità che commetterei di nuovo gli stessi errori.
FINE
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