
A domani!
Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": la storia della bistecca che non sapeva cantare
Capitoli precedenti: presentazione - prefazione
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Una sola volta ho pensato di aver bisogno di uno psichiatra. Guardavo Zhirkov e vedevo una bistecca. Ben cotta, profumata, ancora calda, appena cucinata. L’ho fissato negli occhi e mi è venuta fame. Sai che novità. Gli avrei addentato una coscia, è stato l’istinto di un attimo. Nella mia mente ero già pronto al ruttino. Carne, pesce, vino rosso, Coca-Cola, salame, mortadella, pecorino, gorgonzola, fish and chips, torte, amari, risotto, spaghetti, fusilli, pesto, ragù, costolette, ossibuchi, antipasti, primi, secondi, dolci e, una volta, in un ristorante all’avanguardia di Biella, anche un caffè venuto su in mezzo al concime, praticamente da una pianta coltivata da un contadino che cagava: nella mia vita avevo ingurgitato di tutto, ma mai un calciatore. Eppure l’idea del momento era quella, mi stuzzicava. Colpa di una forchetta che stava volando dritta verso la sua faccia, con una certa eleganza devo dire. Lanciata da una mano anonima, ma con un obiettivo preciso. Traiettoria perfetta, silenziosa, un oggetto volante ben identificato. Mancava il piatto, mancavano le altre posate, c’erano il ristorante e i suoi clienti: noi del Chelsea. Io, manager con tendenza all’allargamento. Loro, giocatori in cerca di vittorie. Lui, centrocampista russo con molti talenti tranne uno: non sa cantare. Emette versi.
Però gli toccava. Era arrivato il suo momento. Per chi vuole entrare nel Chelsea non è sufficiente firmare il contratto, c’è un’altra prova da superare. La più dura, dove la pietà non esiste. Deve uscire indenne dalla serata dei dilettanti allo sbaraglio, un rito intoccabile, andato in scena per l’occasione in un albergo di Los Angeles, durante il nostro tour estivo del 2009 negli Stati Uniti. La mia prima trasferta dopo aver lasciato il Milan. Hollywood a due passi e Yury sul palco, non ho mai capito se fosse una commedia o un film dell’orrore. Più la seconda che la prima, a giudicare dai brividi. Chi arriva dal settore giovanile deve ballare davanti ai nuovi compagni schierati al gran completo; ai calciatori che sono stati acquistati da un’altra squadra o ai nuovi componenti dello staff viene invece chiesto di scegliere una canzone e iniziare a cantarla. Senza accompagnamento musicale, senza aiuti, una tortura solitaria. Io, ad esempio, mi ero buttato su un brano romano, in dialetto, che mi è sempre piaciuto: La società dei magnaccioni, di Lando Fiorini. Roba di paese, da festa di ubriachi. Per i pochi che non dovessero conoscerlo, dico di pensare a Elton John e immaginare il suo esatto contrario. Me l’ero cavata bene, nessun giocatore mi aveva fischiato, anche perché nel caso l’avrei tenuto in panchina per l’intera stagione. Anzi, mi hanno applaudito tutti, qualcuno addirittura ha sventolato il tovagliolo bianco al cielo. Si arrendeva davanti alla mia bravura.
Tutt’altra storia per Zhirkov, che era stato annunciato alla platea da un nostro massaggiatore: «Signore e signori, silenzio prego. Adesso vi presento un artista che viene dall’Est, è qui solo per noi, ascoltate e poi giudicate». Le risatine in sottofondo non facevano presagire nulla di buono. Dal Cska Mosca con furore. La vittima sacrificale stava camminando verso il patibolo, già leggevo negli occhi di Terry e Lampard il dramma all’orizzonte. Ridevano ancora prima che aprisse bocca. Ivanović lo incitava, «forza Yury», ma era la classica sceneggiata di chi si era alleato segretamente con gli altri compagni. Erano tre giorni che lo prendeva in giro, che gli diceva che si sarebbe dovuto preparare come per una finale di Champions League, che da quella performance sarebbe dipeso il suo futuro al Chelsea. Che era una cosa seria, al limite del sacro. Infatti era agitato come me davanti alla porta di una trattoria, e il fatto di essere timido non lo aiutava. È salito in piedi su una sedia e ha iniziato. Dio mio, mai sentito niente del genere. Un orrore, non azzeccava una nota. I primi pezzi di pane glieli hanno tirati dopo pochi secondi, frutti interi a seguire, c’erano più cose da mangiare addosso a lui che in tavola. È lì che ha iniziato a piacermi. Occhi sbarrati, fissi nel vuoto, ha portato avanti quello strazio per quasi due minuti. Parole incomprensibili, melodia di una tristezza assoluta. Se fosse successo al Milan, Silvio Berlusconi avrebbe liquidato così la faccenda: «Il solito comunista». E invece il Chelsea al gran completo ha fatto di peggio: l’ha lasciato finire. Non gli ha permesso di interrompere quella catastrofe e tornare al suo posto, in castigo, a letto senza cena. È stato l’ultimo ritornello a fregarlo, perché quando i compagni proprio non ce la facevano più, qualcuno gli ha scagliato contro quella benedetta forchetta.
L’ho fissata, mentre era sospesa in aria. Aveva una grazia tutta sua. Volteggiava, sfidava la forza di gravità, un missile intelligente. Molto intelligente, e con ottimi gusti musicali. Sul finire del suo tragitto ha rallentato e poi cambiato direzione, come un pallone calciato con l’effetto. Si vergognava anche lei. In quel momento esatto, ho avuto la visione. Il mio cervello quando si tratta di cibo e attrezzi ad esso collegati viaggia a senso unico, in direzione del mio stomaco. L’associazione di idee è stata veloce, quasi naturale: posata-bistecca. Ho sorriso, per un attimo ero il più felice di tutti. Sicuramente più di Yury, ormai ostaggio del suo rantolo disumano. Čech voleva mettersi il caschetto, per coprire le orecchie. Malouda era il più scatenato, fischiava e urlava, pareva posseduto dal demonio. Un circo equestre, mi sono guardato intorno e ho cercato un naso rosso finto da indossare, ma non l’ho trovato. Niente clown ragazzi, per stasera. Zhirkov non si è ripreso per un po’ dallo shock, ma grazie a gente come lui, e come me, e come tutti gli altri, e come De Michelis che faceva parte del nostro staff (lui sì psicologo vero nonché sopraffino interprete di Nessun dorma in quella serata indimenticabile), siamo entrati nella storia del calcio inglese. Vincendo il Double, Premier + Fa Cup, senza dimenticare il Community Shield contro il Manchester United. Per lungo tempo ho pensato che fosse il mio trofeo preferito, ma solo perché è a forma di piatto. E dentro ci puoi mettere quello che vuoi: io l’ho riempito di passione, alla scoperta di un mondo che per me era sconosciuto. Londra, l’Inghilterra, il Chelsea, Abramović, Stamford Bridge, il blu, i Blues, la regina. Un altro passo dentro la mia vita, un altro tassello di una splendida avventura. Partita con quella porcheria interpretata da Yury e finita con Volare, straordinaria poesia in musica che ho cantato insieme alla squadra, davanti a migliaia di persone che hanno invaso Fulham Road, in piedi all’ultimo piano di un bus scoperto, dopo che avevamo vinto a Wembley contro il Portsmouth la finale di Fa Cup. Un angolo della città diventato il nostro universo immenso. Inattaccabile, inespugnabile.
È stato tutto molto bello, anche se difficile all’inizio. Non conoscevo bene la lingua, il club per questo mi aveva spedito a fare un corso intensivo in Olanda (di nascosto e in contemporanea aveva iscritto a una scuola di italiano tutti i suoi dirigenti più importanti, non so se come forma di rispetto o perché avevano capito che come studente sono una vera pippa). Per il mio inserimento nello spogliatoio era stato fondamentale Wilkins, mio vice e amico, perché tradurre le parole lo sanno fare in molti, ma tradurre i sentimenti è un dono per pochi eletti. Ray è uno di quelli, sempre presente, nobile di spirito, ha il sangue blu, il Chelsea che gli scorre nelle vene. Gli batte il cuore in due lingue, e questo mi ha aiutato. Senza di lui non avremmo vinto niente, soprattutto non avremmo iniziato l’annata a una velocità supersonica. Prima partita e primo trofeo: il Community Shield contro lo United, battuto ai rigori. Ancelotti 1 – sir Alex 0. Non ero mai stato a Wembley prima di allora, un po’ di emozione c’era, più curiosità che emozione forse, però sapevo come sarebbe finita. Ci eravamo preparati troppo bene per poter perdere, io non avevo la minima intenzione di fare brutta figura davanti ai miei nuovi giocatori e loro di farla di fronte al manager venuto dall’Italia. L’ho detto alla squadra nello spogliatoio: «Siamo un gruppo di grande qualità, ma non ce ne siamo ancora resi conto. Dobbiamo attaccare, imporre il nostro gioco, essere riconoscibili per quello che facciamo. Oggi capirò molte cose». Una, comunque, mi era già entrata in testa nelle settimane precedenti: Terry è il capitano dei capitani, nato con la fascia appiccicata al braccio. Anche quando non ce l’ha la porta comunque, ed è giusto così. È diverso da tutti gli altri, il Chelsea è casa sua, lo è sempre stata, fin dal settore giovanile. Basta una sua parola e lo spogliatoio smette di fiatare. A tavola è il primo che si siede e il primo che si alza. Fuori, il primo e basta, in senso assoluto. Il successo del club è la sua missione, l’hanno disegnato così, segue da vicino le partite dei ragazzi più piccoli, si informa, sa tutti i risultati, non si perde nulla (anche se in sala mensa spesso perde a ping-pong e allora si salvi chi può). Lavora il doppio degli altri, sente la responsabilità di chi guida una società, un popolo, una filosofia che deve per forza essere vincente. Non c’è spazio per i secondi, ci dev’essere posto solo per nuove vittorie.
Come quella nel Community Shield contro lo United. Salire le scale che dallo stadio portano verso la tribuna era un esercizio che avevo visto fare solo in televisione, sono sempre stato curioso di capire cosa si potesse pensare in quel momento. L’ho scoperto in fretta: “Devo dimagrire”. Sì, devo dimagrire, cazzo. Mi sembrava di scalare l’Everest, arrancavo, ero fuori forma, mi mancava l’aria. Ma arrivando in cima ho finalmente capito: in effetti, stavo iniziando una passeggiata verso il cielo. Una volta che mi hanno messo in mano il trofeo, anzi il piatto, l’ho alzato con grande orgoglio. Prezioso, unico, incredibilmente leggero. Attimi magici, anche se un impercettibile senso di sconforto per qualche istante si è impossessato di me: succede sempre, quando vedo un piatto vuoto.
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