letture rossonere

 

A domani!

Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": cose turche

 

Capitoli precedenti: presentazione - prefazione - 1 - 2 - 3

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ancelotti coppa

Tutto è cominciato a Istanbul, e già allora avrei dovuto capire che la città era maledetta. Fino a prova contraria. Quando mi hanno mandato via dal Parma (giugno 1998, alla scadenza del secondo dei tre anni di contratto), si sono fatti vivi i turchi. Non fumavano, a quello ci pensavo io, ma pagavano bene. Appena tre giorni dopo la fine del campionato ecco il Fenerbahçe, venti milioni di tifosi, tutta la parte asiatica della Turchia ai suoi piedi. Mi volevano veramente, avevano una società con molti capitali, il presidente Iziz Yildirim era titolare di un’impresa immobiliare di altissimo livello che lavorava con le basi Nato. Lui una persona molto in gamba, io il suo sogno di quel momento. Con un problema non trascurabile: l’idea non mi faceva impazzire.

Si sono presentati a casa mia, strappandomi una promessa: «Vengo a visitare il vostro centro sportivo per tre giorni, senza impegno. Ma il viaggio deve restare segreto». Proprio come a Parigi. Il viaggio segreto, iniziato con un volo privato da Parma, è proseguito così: accoglienza all’aeroporto di Istanbul da parte di migliaia di tifosi, e qualcuno mi ha pure portato in trionfo. Sistemazione nella suite imperiale dell’hotel Kempinski con un bagno che sembrava lo stadio Olimpico. Viavai di sconosciuti che mi regalavano tappeti, tanti tappeti. Cena sul Bosforo. Gita in barca con i fotografi appollaiati sugli alberi. Il mio nome sulle prime pagine di tutti i giornali. Quarantotto ore da imperatore, la classica gita di chi vuole passare inosservato.

L’ultima cena prima della partenza è stata quella della proposta: «Ti diamo tre milioni di dollari a stagione per tre anni», cioè tanta roba. Per capire: a Parma fino a quel momento avevo guadagnato settecento milioni di lire a stagione, premi esclusi (per il primo anno centocinquanta milioni se avessimo vinto la Coppa Italia, duecentocinquanta per la Coppa Uefa e cinquecento per lo Scudetto). Sommando tutto, resta una grande verità: il Fenerbahçe mi offriva una marea di soldi.

Ma non era quello che mi interessava. Allenavo in serie A da appena due anni, troppo pochi per uscire dal giro. Volevo dire no, ma dovevo trovare il modo. Idea: chiedo di più, così si stancano. «Vorrei una villa sul mare.»

Risposta: sì.

«Vorrei una macchina con autista.»

Risposta: ok.

«Mi dovete pagare tutti i viaggi aerei per l’Italia.»

Risposta: ovvio.

«Lo staff tecnico lo scelgo io e nessuno ci mette il becco.»

Risposta: ci mancherebbe altro.

«Vi prego, basta regalarmi tappeti.»

Lì hanno vacillato, ma alla fine hanno accettato. Chiedi e ti sarà dato. Era evidente, avevo sbagliato la tattica, un tracollo su tutta la linea. La mia era più che altro una visita di cortesia, eppure il Fenerbahçe voleva farmi firmare a tutti i costi: «Da qui te ne vai solo con il contratto autografato». Un prigioniero senza sbarre, bene ma non benissimo.

Per fortuna, nonostante fossi stato esonerato per far posto a Malesani, avevo un accordo di un altro anno con il Parma: questo mi ha salvato. O, meglio, mi ha salvato una bugia: «Non posso ufficializzare tutto adesso. Lasciatemi partire, sto qualche giorno in Italia, rescindo e poi mi ripresento da voi». Questo l’ho detto, ma intanto pensavo “col cavolo”. Sono riuscito a scappare: Turchia-Emilia, biglietto di sola andata. Restava una cosa da fare: comunicare al presidente Yildirim che, diciamo così, avevo cambiato idea. Mi mancava il coraggio, l’ho fatto avvertire da mia moglie per telefono. E un po’ mi sono vergognato.

Lui però non si è dato per vinto, ha spedito un suo emissario a cercarmi, altro biglietto di sola andata: Istanbulcasa mia. Il temutissimo intermediario Bilgiç arrivava in taxi a Felegara, io intanto scappavo in macchina a Parma per non farmi trovare. Eccola, la fuga da ladro.

Ero pazzo? No, molto più semplicemente ero il nuovo allenatore della Juventus. Da poche ore, in verità. Tutta colpa di una telefonata di Luciano Moggi, non intercettata credo, ricevuta il giorno prima del mio viaggetto in Turchia. «Pronto, ahò, sono Luciano. Ci dobbiamo vedere domani.»

«Ma domani non posso, vado a Istanbul.»

«A fare che?»

«C’è una società che mi ha contattato.»

«Prima di fare qualsiasi passo parla con me, quando torni chiama…»

Pensavo che mi volesse parlare di qualche giocatore. Appena libero dalla marcatura turca l’ho cercato, ci siamo accordati per vederci il giorno successivo a Torino. Indovinato: anche questa volta di nascosto. Appuntamento davanti all’hotel Principi di Piemonte, mi stava aspettando una macchina, l’ho seguita fino alla casa di Antonio Giraudo. Io da una parte, lui, Moggi e Roberto Bettega dall’altra. La Triade al gran completo, sono andati subito al punto: «Vogliamo che tu diventi l’allenatore della Juve».

«Ma quando?»

«Sappiamo che hai ancora un anno di contratto a Parma, quindi dalla prossima stagione.»

«Scusate, non avete Lippi? È il più bravo di tutti.»

«Non è più contento, si è stancato di stare qui, ha deciso di fare l’ultimo anno. Avremmo pensato a te.»

Io invece devo aver pensato che fossero matti, e i matti, si sa, vanno assecondati: dopo qualche ora mi hanno fatto firmare il contratto. Prima impressione: tre persone in gamba, tre dirigenti capaci.

L’hanno scritto a mano su un foglio di carta intestata, penna blu su carta bianca, ventitré righe firme escluse. Qualche passaggio:

1) Il signor Carlo Ancelotti assumerà, in qualità di allenatore, la responsabilità tecnica della prima squadra della Juventus Fc spa a partire dal campionato 1999-2000 e fino al 30 giugno 2001.

2) Per tale incarico la Juventus Fc spa corrisponderà al signor Carlo Ancelotti la somma di lire 1.800.000 (un miliardo e ottocento milioni) netti per l’annata calcistica 1999-2000 e lire 1.800.000 (un miliardo e ottocento milioni) netti per l’annata calcistica 2000-2001.

3) Il signor Carlo Ancelotti concede alla Juventus Fc spa possibilità di esercitare opzione per l’annata sportiva 2001-02 con la cifra sin d’ora stabilita di lire 2.000.000 (due miliardi) […].

Le cifre erano scritte proprio così, sbagliate, in milioni anziché in miliardi: in tutte mancavano tre zeri, il conto in banca me l’hanno salvato le parentesi. Tre firme a sinistra e una a destra: Bettega e io con la stessa penna nera, Moggi e Giraudo con inchiostro blu. Sarei stato il successore di Lippi, c’era scritto lì.

Sono tornato a Felegara, ho convocato la famiglia e gli amici, ero orgoglioso. Petto e panza in fuori ho fatto il grande annuncio: «Sono l’allenatore della Juventus». Risposta in coro: «Ma va’ a cagher, sei andato fuori di testa». Dovevo andare in giro con il contratto in tasca, avevo raggiunto con la Juventus un accordo che sarebbe diventato valido l’anno successivo e nessuno mi credeva. Poi, in realtà, sulla panchina bianconera ci sono finito prima, nel febbraio 1999: Lippi andava male, ma questa è un’altra storia.

Ogni cambio di panchina, un piccolo caso, a volte un casino, sempre una scelta travagliata. Tranne quando sono passato dalla Reggiana al Parma, lì non ci ho pensato un secondo. Per il resto, dalla Nazionale – ero il vice del maestro Arrigo Sacchi – alla Reggiana ho lasciato il certo per l’incerto. Fra il Parma e la Juventus, sono scappato dal pressing dei turchi.

Poi il Milan, nel novembre 2001, e in quell’occasione sono scappato da Stefano Tanzi che voleva riportarmi al Parma. Non lo faccio apposta, mi viene così, vado più veloce di quanto vorrei. Ci siamo incontrati di venerdì e abbiamo raggiunto un accordo verbale, decidendo di rivederci alla Parmalat il lunedì successivo, per mettere tutto nero su bianco. Sabato mi sono riposato. Domenica ho visto in tv Torino-Milan con il mio amico Villiam Vecchi; soprattutto ho visto Stefano Tanzi annunciare alla Domenica Sportiva che da martedì sarei stato il suo nuovo allenatore. Tutto vero. Credo che non si sia perso la scena neppure Galliani. Lunedì mattina ho accompagnato mio figlio Davide a scuola poi sono passato da Collecchio.

«Abbia pazienza, Carletto. Il signor Tanzi è in riunione. Ne avrà ancora per un’ora.»

«Nessun problema, vado a casa, abito a dieci minuti da qui. Quando si libera chiamatemi e torno.»

Ero in macchina, mi è squillato il telefono, pensavo fosse lui, sbagliavo: «Pronto, sono Galliani. Ancelotti, dov’è? Ha già fatto il contratto con il Parma?».

«Non ancora, ma ci siamo quasi.»

«Si fermi, si chiuda in casa, mi aspetti. Sto arrivando da lei con Ariedo Braida. Deve venire al Milan, al posto di Terim.»

Ah ecco. Ci risiamo. Come prima cosa, ho staccato tutti i telefoni. Sono arrivati con il contratto, mi hanno convinto in trenta secondi, l’ho firmato sul tavolo in cucina. Dal 6 novembre 2001 al 30 giugno 2004. Era l’inizio di una storia di cuore, prima che di vittorie e di risultati. Il secondo capitolo di una storia pazzesca, dopo aver frequentato Milanello da giocatore. La causa di una tremenda incazzatura, quella assolutamente giustificata di Tanzi.

Ci sarebbe anche una vecchia storia con il Real Madrid: io e Florentino Pérez, tortellini y merengues, ma questo lo racconto dopo. Senza scappare, promesso.

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Fragile (Marco van Basten). I capitoli: presentazione - prologo - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18 - 19 - 20 - 21 - 22 - 23 - 24 - 25 - 26 - 27 - 28 - 29 - 30 - 31 - 32 - 33 - 34 - 35 - 36 - 37 - 38 - 39 - 40 - 41 - 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 48 - 49 - 50 - 51 - 52 - 53 - 54 - 55 - 56 - 57 - 58 - 59 - 60 - 61 - 62 - 63 - 64 - 65 - 66 - 67 - epilogo

 

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