
A domani!
Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": convocato da Abramović. Gli inizi
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Un po’ quel taxista mi inquietava. Fissava lo specchietto retrovisore, in realtà stava studiando le mie espressioni. Era in cerca di risposte, ma risposte che non gli potevo dare. Ero un clandestino in fuga d’amore, o così poteva sembrare: sensazione strana, non da me. L’allenatore del Milan in missione segreta. Non ero agitato, forse perché la testa era impegnata. Lavorava e pensava. E un po’ giocava.
Io, 007 di me stesso. Seduto dietro un guidatore con la faccia da killer. Forse tutto tornava, perché lì, in un certo senso, c’era in ballo la mia vita. Il mio futuro. Più che un taxi, sembrava una macchina del tempo: da Milanello a Stamford Bridge, dal diavolo (rossonero) a un altro diavolo. Ah già, ero a Parigi e stavo andando da Roman Abramović, il russo venuto dal nulla ma soprattutto – per quanto mi riguardava – il proprietario straricco del Chelsea. Che cercava un nuovo allenatore.
Non lo sapeva nessuno, ma ci eravamo già visti una volta, un paio di settimane prima. In Svizzera, in un grande albergo di Ginevra, appena fuori dal centro; vi direi anche il nome, ma giuro che non me lo ricordo. Sarà l’età. Aveva organizzato tutto Charlie Stillitano, un amico che lavorava nel mondo del football, negli Stati Uniti. Conosceva Peter Kenyon, il braccio operativo di Abramović al Chelsea che, appena finita la stagione, aveva espresso il desiderio di incontrarmi. Detto, fatto. Ero in vacanza sul lago, relax d’acqua dolce dopo l’amara, nel senso di mancata, qualificazione alla Champions League con il Milan: è venuto Abramović da me, buon segno, ma… quante guardie del corpo! Sono state loro ad accompagnarmi dal Grande Capo e da Kenyon; completavano il comitato d’accoglienza un loro collaboratore, un avvocato e un interprete. Ci siamo seduti e salutati in maniera molto cordiale, poi abbiamo iniziato a parlare. Di calcio, sempre e solo di calcio.
Per gli amanti delle date, eravamo a maggio, anno di grazia 2008. Abramović ha voluto sapere tutto di me, del mio modo di lavorare, della mia filosofia. Era alla ricerca di una squadra con un’identità precisa: «Come il Manchester United, il Liverpool, il Milan, sicuramente non come il mio Chelsea». Mentre parlava, cresceva in me la curiosità. Non era il mostro che i giornali dipingono, anzi. La prima cosa che ho notato è stata la sua timidezza. La seconda, la grande competenza calcistica. La terza, la fame bulimica: «Caro Ancelotti, io voglio vincere. Tutto». Mi ha subito ricordato qualcuno, un altro presidente per intenderci… In definitiva, mi ha fatto un’ottima impressione. Un’ora volata via, un’ora durante la quale non mi ha mai parlato di soldi. «Good-bye, a presto.»
Poi, poco tempo dopo, il George V, grande albergo a due passi dagli Champs-Elysées. Una terrazza spettacolare con vista su Parigi e, nel caso specifico, anche su Londra. Ho salutato il taxista-psicologo-assassino, gli ho dato la mancia perché non si sa mai e ho continuato il mio viaggio segretissimo. Io e Abramović, atto secondo.
Nessuno doveva sapere niente, su questo eravamo tutti d’accordo. Avevo gli occhiali da sole, mi sono guardato intorno e con la tipica espressione da agente segreto ho controllato che non ci fossero fotografi davanti all’ingresso dell’hotel. Proprio il giorno prima, a pochi minuti da lì, avevano beccato Massimo Moratti a pranzo con José Mourinho, presidente e futuro allenatore dell’Inter: ecco, non volevo fare la stessa fine. Via libera, nessuna figura sospetta, potevo entrare. Che bella hall, che atmosfera stupenda. Ma no… cazzo! Non ci credevo. Quello là, nell’angolo, era Federico Pastorello, un procuratore italiano che peraltro conoscevo molto bene. Avete presente la musica che si sentiva nei quiz di Mike Bongiorno quando un concorrente sbagliava la risposta? Ecco, in quel preciso istante nelle mie orecchie rimbombava proprio quella. E una vocina sottile, molto simile alla mia, sussurrava: «Pirla». Con la lettera maiuscola.
Cosa fare? Mi sono nascosto. In fondo c’era una saletta che mi sembrava perfetta. Ho allungato il passo, sono entrato: salvo. Anzi no. Di nuovo Mike Bongiorno e la vocina. Forse ero su Scherzi a parte, sta di fatto che mi sono trovato davanti un carissimo collega e amico. Un altro allenatore italiano che lavorava in una città che mi occupa il cuore: Luciano Spalletti. Ho riso. «E tu cosa ci fai qui?»
«No, cosa ci fai tu?»
Ho riso di nuovo. Quel rifugio improvvisato iniziava a farsi stretto stretto, per un momento mi sono sentito al supermercato. Tutti a parlare con quel presidente, la merce esposta eravamo noi. Una panchina per due, per tre, per cento, chissà per quanti. Ho capito, mi sono raffeddato, ma l’ho incontrato lo stesso. Sono sceso al piano di sotto. Mi aspettava in uno stanzone pensato per ospitare conferenze ben più affollate, con lui le stesse persone di Ginevra, tutte sedute intorno a un tavolo.
Ho messo subito in chiaro una cosa: «Ho un contratto con il Milan, sto bene lì, un eventuale rapporto con il Chelsea può nascere solo se anche il Milan è d’accordo».
Di nuovo solo calcio. Argomento obbligato: come avrei fatto giocare il Chelsea, nel caso mi avessero preso.
«Presidente, la sua è una squadra molto fisica che deve mettere più qualità in mezzo al campo.»
Ho citato due nomi, Ribéry e Xabi Alonso, calciatori che gli avrebbero fatto molto comodo. Al terzo nome ci ha pensato lui, era quello di Andriy Shevchenko, gli stava particolarmente a cuore e si vedeva: «Non mi spiego perché non stia giocando, perché da quando l’abbiamo portato in Inghilterra non sia più il vero Sheva, perché sia in difficoltà».
«Presidente, il motivo non lo posso certo sapere io.» Abbiamo parlato, parlato e parlato ancora. Mi sono trovato bene a chiacchierare con Abramović. Non mi metteva in soggezione, neppure quando mi ha detto, con la voce che un po’ si è incrinata: «Abbiamo appena perso la finale di Champions League, abbiamo appena perso il campionato, non posso certo essere soddisfatto. Il Chelsea non ha personalità. Ho l’ambizione di vincere ogni competizione a cui partecipa la mia squadra, una squadra che al momento non riconosco». Era molto legato al risultato e al bel gioco. Di nuovo mi ricordava qualcuno. Altri quaranta minuti volati via. «Grazie, Ancelotti, ci risentiamo.» Nessuna offerta economica. Ok, tutto chiaro: in quel momento non c’erano spiragli.
Poi sono risalito, ho visto la luce. Nel vero senso della parola. Ma non ho rivisto Pastorello, né il mio collega e amico allenatore. Spariti tutti. Sono sparito anch’io, sono andato a farmi un giro, d’altronde la città invogliava. Dopo un paio d’ore è squillato il telefono.
«Pronto, sono Galliani: bella Parigi?» Pausa. «Com’è andata la scappatella?»
Sapeva già tutto. Beccato, come Moratti e Mourinho. Non era stata una scappatella, glielo ho detto subito: «Sono andato a parlare con Abramović. Quando il presidente di una squadra così importante ti chiama, è giusto perlomeno andare ad ascoltarlo».
«Tanto lei non si muove.»
«Ma io non voglio muovermi.»
C’era la curiosità di incontrare un personaggio così importante del mio mondo, quello sì, ma non la volontà feroce di lasciare il Milan. In quel momento stavamo bene insieme.
Così, il pensiero di quella notte francese diventa anche l’occasione giusta per fare qualche passo indietro, per ricordare. Una cosa in particolare: tutte le volte che da allenatore sono andato incontro a scelte importanti, non è stato facile. Sono state situazioni delicate. A volte anche comiche. Come quando, per non firmare un contratto, sono scappato come un ladro.
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