
A domani!
Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": il maiale è sacro e può allenare
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Magno come un cavallo e sono felice. Campione d’Italia, d’Europa e del Mondo: datemi una trattoria e state a guardare, non ce n’è per nessuno. Il contorno non conta, il segreto è il ripieno: dentro a quello che mangio c’è quello che sono. Il filosofo del ragù con un’idea da premio Nobel: non è il salame che fa male, ma il coltello.
Una sera a San Siro tenevo Seedorf in campo e mi contestavano, un signore in particolare: «Vai a Parma a mangiare i tortellini».
«E tu vattene affanculo.»
Lui urlava in italiano, io gli ho risposto in francese. Mica per Seedorf, è che il tortellino non si tocca.
Mi fa venire in mente l’infanzia. Sono nato in una famiglia contadina, è il ricordo del pranzo domenicale. Un classico. Era la specialità di quel giorno, solo ed esclusivamente di quel giorno, momento sacro dedicato ai parenti, aria di casa mia. Aria pulita. Eravamo poveri ma educati, belli non lo so. Io e mia sorella Angela, papà Giuseppe e mamma Cecilia, nonno Erminio (detto Carlino) e nonna Maria: il gruppo del tortellino è servito. Casa e chiesa, prima l’ostia e poi l’oste, che a turno era sempre uno di noi. Tortellini, vino e maiale, menu fisso a costo zero. Tanto maiale, perché quella era la carne più usata dalle famiglie contadine. Veniva allevato, tirato su per un anno, macellato nel periodo invernale e poi si andava avanti a oltranza. Era carne buona, la mangiavamo trecentosessantacinque giorni all’anno e nessuno ha mai avuto problemi di colesterolo. Anzi, credo che il colesterolo l’abbiano inventato dopo. Questo per dire che se penso al maiale, penso a qualcosa di bello, a un animale quasi sacro, come la mucca in India o Ibrahimović per i tifosi del Paris Saint-Germain.
Quelli della Juventus avevano un’idea un po’ differente della questione. C’è un flash che ogni tanto ritorna. Primissimi giorni di lavoro a Torino, sono quasi in sede, davanti a piazza Crimea vedo un obelisco. Bello, mi colpisce, davvero particolare quella scritta fatta con lo spray: «Un maiale non può allenare». Cuminciom ben, cominciamo bene. Dentro, ad aspettarmi, tutti i capi ultras portati da Moggi: «Dovete fare pace con Ancelotti, avete capito?». No, non hanno capito, non serve neppure spiegarglielo, risparmiate i soldi del Cepu.
Sono stato un giocatore della Roma negli anni Ottanta e l’avversaria era la Juve, sono stato un giocatore del Milan e l’avversaria era la Juve, ho allenato il Parma e per lo Scudetto giocavamo contro la Juve: mi vedono come un nemico, punto e basta. Le cose non sarebbero mai cambiate e non cambieranno mai. Sono pochi poveracci in mezzo a tanta gente perbene, magra consolazione. Era dedicato a loro il dito medio che una sera, da allenatore del Milan, ho alzato verso la curva Scirea. Gente di poca fantasia, sempre il solito coro: «Un maiale non può allenare». Mi fa tremendamente girare i coglioni. È un’insopportabile mancanza di rispetto verso la figura del maiale.
Che può allenare. Eccome se può. E anche vincere, alla faccia loro e di quella ben più simpatica di due miei amici di Parma, tifosi veri della Juventus, i primi a cui ho pensato dopo la Champions League vinta contro i bianconeri all’Old Trafford. Benedetto sia quell’ultimo rigore di Shevchenko a Manchester. Ho comprato due salami, li ho infiocchettati e portati a destinazione, con doppio bigliettino: «A voi il salame, a me la Coppa». Hanno riso, l’hanno presa bene. Perché mi conoscono meglio di altri. Sanno come sono fatto: io la coppa quasi sempre la mangio, ma quando posso la vinco. Con la forza della mia famiglia, con la filosofia che viene dalla mia terra. Maiale e tortellini: alla fine, gira e rigira, si torna sempre al punto di partenza.
Se non fosse stato per il sudore di mamma e papà sarei uno qualunque. Ai tempi era un grandissimo sacrificio lavorare la terra senza macchinari, si faceva tutto a mano, si perdevano tantissime ore. Quello che seminavi lo raccoglievi a distanza di un anno, non c’era un riscontro immediato, bisognava avere grande pazienza, non lasciarsi abbattere nei momenti di difficoltà.
Il loro era il campo vero, il mio quello da calcio. La loro stagione portava al raccolto, la mia verso lo Scudetto o qualche Coppa. Mondi all’opposto, eppure simili. Sono stato cresciuto da due allenatori eccellenti. Il prodotto che ai loro tempi rendeva di più era il latte, ma i soldi li prendevi solo quando i caseifici vendevano il formaggio. Passava un anno, a volte un anno e mezzo. Nel periodo in cui non si andava a riscuotere, occorreva avere pazienza e capacità di organizzarsi. L’arte della calma era fondamentale, l’ho imparata lì, mi è servita da giocatore nel momento degli infortuni e da allenatore un milione di volte. Mi aiuta a tirare avanti quando devo gestire la situazione senza farmi prendere dal nervosismo: se vengo messo sotto pressione dall’atteggiamento di un giocatore, o dalle critiche dei tifosi e della società, o ancora dalla stampa. Ci vuole buonsenso, altrimenti sei spacciato.
Il gruppo lo gestisci a seconda di come sei. A me piace parlare con i giocatori, non urlare: ma dopo certe partite capita. Mi sento dentro al gruppo, né sopra né sotto. Chi ha un problema si può sfogare. Chi è arrabbiato può chiedere spiegazioni, anche se a volte non ci sono argomenti per motivare le decisioni prese: scegliere fra un giocatore che si allena e uno che non si allena è facile, lo è un po’ meno quando si è di fronte a due calciatori con qualità simili che si impegnano allo stesso modo. In quelle occasioni l’intelligenza consiste nel rimanere in silenzio. Non sono un padre, ma sono un amico, di sicuro uno psicologo. Di scontri feroci con i calciatori non ne ho mai avuti, sono più le volte in cui abbiamo riso insieme.
A Dubai, durante il ritiro invernale con il Milan, sono scoppiati a ridere tutti tranne uno: Flamini, vittima del Capo dei briganti, uno scherzo di gruppo da veri bastardi. Ma spettacolare. Si sceglie un bersaglio, di solito un permalosone – oui, Flamini – e gli si costruisce un racconto intorno. Spiegarlo a tutti, singolarmente, è stato un lavoro che mi ha segnato: prima agli italiani in italiano, poi ai brasiliani in simil-italiano, quindi a Beckham a gesti. La trama è sempre uguale. Io sono il narratore di una storia, i calciatori i protagonisti. Ci sono il re, la regina, il cocchiere, l’aiuto cocchiere, le guardie, i briganti e ovviamente il loro capo. Dopo cena, Gattuso si avvicina e mi dice: «Dai mister, facciamo il gioco del Capo dei briganti. È divertente, ci sono dei giocatori che non lo conoscono».
Alzo un po’ il sopracciglio, tanto mi viene naturale: «No, dai, basta. Lasciatemi stare. Sono stanco, non lo voglio fare».
Tutti gli altri, in coro: «Mister, mister, mister».
Ci siamo, è il segnale. «Vabbe’, ma che sia l’ultima volta.»
Comincio a spiegare le regole, ma solo per Flamini, che in realtà è l’unico che non sa di cosa stiamo parlando. Ci sono dei ruoli da assegnare, uno per ogni calciatore. Fila tutto liscio, fino a quando si deve scegliere il capo dei briganti. E qui viene il bello.
Riecco Gattuso: «Stasera il capo dei briganti lo voglio fare io».
Si alza Inzaghi, scaraventando un tovagliolo a terra: «Basta, Rino, cazzo! Tu l’hai già fatto, stasera lo voglio fare io».
Interviene Kaladze, arrabbiatissimo: «Siete i soliti raccomandati, per una volta lasciate spazio a me».
Ok, intervengo: «State buoni, lo facciamo fare a uno dei nuovi acquisti».
Kaladze: «Io voto per Beckham».
Kaká: «Ma Beckham non sa l’italiano, cosa vuoi che capisca?».
Tocca di nuovo a me: «Per me va bene Beckham».
Tutti si girano verso Flamini, lui si carica e quasi urla: «Lo faccio io, lo faccio io».
Eccolo. Morto.
Che lo scherzo abbia inizio, parto con il racconto. «In un bellissimo castello abita…» Maldini, con la forchetta in mano: «Il re».
«E il re naturalmente è sposato con…»
Borriello, con fare effeminato: «La regina».
«Loro due per uscire dal castello usano una carrozza trainata da bellissimi cavalli e guidata dal…»
Kalac, mimando il gesto sulla sedia: «Cocchiere».
«Ma il cocchiere non è solo, al suo fianco c’è…»
Abbiati, quasi ballando: «L’aiuto cocchiere».
Mi fermo e penso che dobbiamo vincere lo Scudetto. Dio mio.
«Tutti insieme si devono avventurare in un bosco molto pericoloso, quindi devono essere scortati dalle…»
Emerson, Pato, Kaká, Dida, Ronaldinho e Seedorf in coro, tutti armati di coltello: «Guardie».
«Perché dentro al bosco ci sono…»
Zambrotta, Bonera, Antonini e Jankulovski, con i tovaglioli in testa: «I briganti».
«E i briganti sono capeggiati dal…»
Silenzio. Flamini si alza lentamente e praticamente sussurra: «Il capo dei briganti».
«No, Mathieu, non ci siamo. Ma cos’è? Devi dirlo più forte, urla come Maldini.»
Rifacciamo. «E i briganti sono capeggiati dal…»
Flamini, un po’ più forte: «Il capo dei briganti».
Maldini: «Ma allora non capisci una fava. Devi ur-la-re!».
Il terzo tentativo è sempre quello buono. «E i briganti sono capeggiati dal…»
Flamini, come una furia: «Il capo dei briganti».
Un secondo di pausa. Si alzano tutti, da Beckham a Sheva. L’urlo è terrificante, il Milan al gran completo: «Che ci fa una pippa a tutti quanti!». Boato. Gattuso quasi sviene. Mathieu (persona splendida, gran compagnone) mi guarda malissimo. Talmente male che capisco quello che pensa: “Un maiale non può allenare”.
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