letture rossonere

 

A domani!

Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": ginocchia d’Achille

 

Capitoli precedenti: presentazione - prefazione - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6

≈ ≈ ≈

ancelotti coppa

Peppe non aveva bisogno di fingere. Stava per morire davvero, seccato da un infarto. Nel caso, tutti d’accordo: avremmo dato la colpa a Bruno Conti. Tanto, avvolto nella carta igienica com’era, quello travestito da merda era lui.

Peppe era il nostro magazziniere, assunto alla Roma dopo un’invasione di campo: Roma-Inter, calcio di rigore per l’Inter all’ultimo minuto, questo non era riuscito a trattenersi e aveva saltato le recinzioni dell’Olimpico. Urlava come un invasato, ma aveva fatto una fine indegna, gonfiato di botte davanti a cinquantamila persone. La società, per evitargli altre figuracce, si era intenerita e l’aveva preso. Era un omino minuto, un lavoratore, con un tic mai visto: metteva la lingua fra le labbra e soffiava, poi faceva finta di sputare ma senza saliva. Un capolavoro d’ingegno, che finiva sempre allo stesso modo, con una frase ripetuta due volte: «In culo la Lazio, in culo la Lazio». Come dargli torto?

Una sera, in ritiro, abbiamo deciso di fargli uno scherzo. Io, Pruzzo e Scarnecchia abbiamo preso Conti e l’abbiamo avvolto nella carta igienica. Fasciato dalla testa ai piedi: era talmente piccolo che bastavano pochi rotoli. Bruno, dieci piani di morbidezza, dieci rotoli di convenienza. Sembrava veramente una mummia, gli avevamo dato anche due pennellate di mercurocromo per ottenere l’effetto sangue. Alle due di notte l’abbiamo depositato davanti alla stanza di Peppe, abbiamo bussato alla porta e siamo scappati. Quando quel poveretto ha aperto, Conti ha cacciato un grido infernale: «Uuuoooaaahhh». Peppe si è sentito male all’istante, scherzo riuscito. Anche troppo, visto che è diventato pallido. Poi ha smesso di parlare. Paralizzato dalla paura. «Peppe sono io, sono Bruno.» Ecco, forse è lì che si è spaventato sul serio, fatto sta che abbiamo dovuto chiamare il medico. Due schiaffi e l’ha rimesso a posto.

Mi sarei anche inginocchiato per chiedergli scusa, ma poi ci ho pensato bene: “Sì, bravo, così non ti rialzi più”. Achille aveva il tallone, Pinocchio e Tassotti il naso, io le ginocchia: diciamo che non erano esattamente i miei punti di forza. Me ne sono accorto proprio a Roma, con due infortuni gravi. Non vado forte con le date, però il 25 ottobre 1981 me lo ricordo: giocavamo contro la Fiorentina, mi marcava Casagrande, un mediano deciso che mi aveva già rotto il naso quand’era a Cagliari. Su una rimessa laterale ho fatto un movimento strano dopo uno stop di petto, mi si è girato il ginocchio, i miei compagni se la sono presa con lui: «Bastardo». In realtà non c’entrava niente, l’immagine della Rai era chiarissima, non mi aveva neanche toccato.

Quello che ti può venire in mente in pochi secondi, quei pochi secondi, è pazzesco. A me è venuto in mente Francesco Rocca detto Kawasaki, un idolo, il mio primo compagno di camera alla Roma. Ho assistito al suo calvario dopo un grave infortunio, soprattutto ho assaggiato le fettuccine (delle teglie intere) che ci preparava la sua mamma a San Vito Romano dopo ogni allenamento. A dir la verità ho pensato prima alle fettuccine e poi a lui, perché la vita è fatta di priorità. Comunque: mi ero appena rotto il legamento crociato ma, avendo i menischi sani, abbiamo tentato la via del recupero senza l’operazione. Sono stato un mese fermo, poi ho ripreso e sono andato in panchina con il Napoli, senza giocare. Il giorno dopo, calciando una palla laterale durante un allenamento con la Primavera, dentro il ginocchio ho sentito cloc. Prego? Cloc. Ah, grazie, avevo capito bene. Due rumori e il ginocchio è rimasto piegato. Ero a Trigoria, mi sono messo sul divano, ho chiamato il dottor Alicicco. «Ernesto, c’è qualcosa che non va. Secondo me, si è rotto il menisco.»

«Secondo me, no.»

«Vieni a vedere, dai.»

«Arrivo.»

Mi stava visitando, era sempre più sicuro: «Non può essere il menisco, perché il menisco sta qua» e mentre lo diceva mi ha toccato con il dito. Sono saltato per aria, odio ammetterlo, ma già allora avevo sempre ragione.

Mi hanno operato, la riabilitazione è stata un inferno. Oggi c’è chi dopo due mesi già corre, ma ai miei tempi dopo due mesi erano ancora bestemmie. Per quarantacinque giorni si teneva il gesso con la gamba bloccata a quarantacinque gradi, poi per un altro mese la doccia gessata (mezzo gesso che si toglieva al mattino per fare fisioterapia), e ancora trenta giorni durante i quali si poteva solo appoggiare il piede per terra. Totale: centocinque giorni senza camminare, due palle enormi e dolori pazzeschi dappertutto. Nel frattempo Rocca aveva smesso di giocare ma, essendo un esperto del settore zoppi, era rimasto alla Roma che l’ha assegnato al mio recupero.

Durante l’inattività ero ingrassato un po’ – incredibile, proprio io… –, allora Francesco aveva deciso di mettermi a dieta. D’estate, in ritiro lavoravo a parte con lui mentre la squadra si allenava. Tutte le mattine mi pesava e non calavo mai. Zero. Impazziva. Non se ne faceva una ragione.

«Perché non cali? Carletto, dove sbaglio?»

«Francesco, non lo so. Ma è sicuramente colpa tua.»

E merito dei tifosi. A Brunico non tutti i giocatori dormivano nel corpo principale dell’albergo, molti di noi erano in una specie di dépendance dove ogni camera aveva la cucina. A una certa ora ci veniva fame, i tifosi ci portavano i funghi e a mezzanotte via con le fettuccine ai funghi. Fossero stati velenosi, oggi Roma avrebbe una squadra sola. Ci facevamo delle mangiate bestiali. Sono rientrato nell’ottobre dell’82, rotondetto ma felice, giusto in tempo per iniziare la stagione dello Scudetto e saltare i Mondiali. «Campioni del Mondo. Campioni del Mondo. Campioni del Mondo.» Loro. Io, campione, lo sarei diventato poi, con il Milan.

E dire che Bearzot in Spagna mi avrebbe portato. Avevo già debuttato in Nazionale nel gennaio ’81, a Montevideo contro l’Olanda. C’era il Mundialito, avevo fatto gol dopo sei minuti, vincendo anche un orologio d’oro messo in palio dall’organizzazione. I compagni, quelli anziani prima degli altri, l’avevano presa con filosofia: «Che culo».

Dopo la partita ero andato in giro per la città con Tardelli e Gentile, poi a cena. Ovviamente eravamo rientrati in ritardo. Primo pensiero fra me e me: “Sono con Tardelli e Gentile, nessun problema”. Secondo pensiero fra me e me, vedendo Bearzot sulla porta dell’albergo: “Nessun problema un cazzo”.

Un asino fuori tempo massimo. Eravamo passati dal retro, avevamo preso l’ascensore, eravamo saliti al terzo piano. Si era aperta la porta, eravamo salvi, o quasi. Lo saremmo stati se non avessimo trovato Bearzot ad aspettarci. Il Vecio in persona: «Voi due, Tardelli e Gentile, andate pure. Mi meraviglio soprattutto di te, Ancelotti». Poche parole ed era sparito. Mi ero sentito male. Ero diventato pallido. Zero voglia di parlare. Ero paralizzato dalla paura. Mi sarei buttato ai suoi piedi in ginocchio, tutti sintomi già visti. Conti, qualche metro più in là, rideva. Ma per fortuna non era vestito da mummia.

==================

Precedentemente in "Letture RossoNere"

Calcio totale (Arrigo Sacchi). I capitoli: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17

Fragile (Marco van Basten). I capitoli: presentazione - prologo - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18 - 19 - 20 - 21 - 22 - 23 - 24 - 25 - 26 - 27 - 28 - 29 - 30 - 31 - 32 - 33 - 34 - 35 - 36 - 37 - 38 - 39 - 40 - 41 - 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 48 - 49 - 50 - 51 - 52 - 53 - 54 - 55 - 56 - 57 - 58 - 59 - 60 - 61 - 62 - 63 - 64 - 65 - 66 - 67 - epilogo

 

banner orizz pubb mdtube
 
 
 
 
 

Su questo sito usiamo i cookies, anche di terze parti. Navigandolo accetti.