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A domani!

Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": far finta di fare finta

 

Capitoli precedenti: presentazione - prefazione - 1 - 2 - 3 - 4 - 5

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ancelotti coppa

Nils Liedholm poteva allenare, o darsi al cabaret. Ha scelto una via di mezzo, ha preso il teatro e l’ha portato dentro lo spogliatoio. È stato il mio primo maestro, forse anche il mio primo capo dei briganti. Capo vero, lui, di briganti veri, noi. Roma capoccia der monno infame, con un Barone che era imperatore e guida. Non alzava mai la voce ma insegnava molto, soprattutto a un giovane come me. Mi sfondava con la tecnica. «Palleggia» e io palleggiavo. «Palleggia di destro» e io palleggiavo di destro. «Palleggia di sinistro» e io palleggiavo di sinistro. «Fai lo slalom» e io mi sentivo Gustav Thoeni. «Fai finta» e io iniziavo a incartarmi. «Fai finta di fare finta» e io facevo finta di aver capito, in realtà iniziavo a scavare nel profondo per trovare la risposta a una domanda che mi tormentava: “Ma cosa cazzo vuol dire?”.

Era una persona straordinaria, faceva ridere, sorprendeva per calma e tranquillità. Avevamo il terrore di perderlo, il rischio era altissimo quando andavamo in trasferta a Milano. Il treno partiva da Roma Termini a mezzanotte, orario impossibile per lui che alle dieci di sera si faceva accompagnare a Roma Tiburtina, saliva su un vagone letto fermo sui binari e si addormentava. Alle undici e mezzo veniva agganciato dal resto del treno e portato dove c’eravamo noi, pronti a iniziare quel viaggio della speranza: nel senso che potevamo solo sperare che ci fosse anche Liedholm, che non fosse stato agganciato dalla locomotiva sbagliata, che ne so, quella per Amsterdam o per Reggio Calabria. Ogni volta un terno al lotto. Al mattino arrivavamo a Milano sfatti, l’unico riposato era lui, che sarebbe riuscito a dormire anche a Hiroshima proprio quel giorno là. «Ragazzi, tutto bene?»

«Tutto a posto, mister.»

E poi via verso il ritiro, a giocare a carte e a dare fuoco all’albergo.

Al Grand Hotel Brun, in zona San Siro, una volta ci siamo andati molto vicino. Era la vigilia di Inter-Roma del 1981. Dopo cena il gruppetto in stanza era il solito: io, Roberto Pruzzo e Bruno Conti. Pruzzo era stravaccato sul letto e leggeva il «Corriere dello Sport». Così, a Conti, che è un genio, è venuta l’illuminazione: ha preso l’accendino, si è avvicinato e da sotto ha dato fuoco al giornale. Pruzzo ha visto la fiammata, se l’è fatta addosso e ha buttato via la palla infuocata, che è atterrata dritta sulla tenda dietro di lui. Incenerita anche quella. Un incendio mai visto: Nerone è di nuovo fra noi. Gli inservienti dell’hotel correvano su e giù cercando un estintore: a fatica sono riusciti a spegnere prima la camera e poi Conti. Che ha pagato i danni, ma non ha mai ricomprato il giornale a Pruzzo.

Ci sentivamo liberi grazie a Liedholm. Talmente liberi, che una volta ci ha mandati all’ospedale. Tutti insieme, in trasferta con la barella. Dovevamo andare ad Avellino per la Coppa Italia, il programma era il solito: allenamento al mattino, pranzo insieme a Trigoria e poi partenza. Purtroppo, quella volta eravamo in anticipo e il nostro allenatore ha avuto l’idea del secolo. Ci ha portati a vedere la Lazio al Flaminio. «Ragazzi, è di strada…» Li mortacci sua. La Lazio.

Siamo arrivati senza avvertire nessuno e, come dire?, non siamo passati inosservati. Una macchia giallorossa sul tappeto buono del nemico. I tifosi si sono accorti di noi e ci hanno accolto da veri cugini: «Merde». Tutto lo stadio girato verso la tribuna, la nostra. Così per ottanta minuti; a dieci dalla fine ce ne siamo andati via. Il pullman della squadra era parcheggiato a duecento metri dalla tribuna. Liedholm aveva due amici vigili e si è barricato nel loro camioncino, noi ci siamo dovuti arrangiare. Siamo scesi alla chetichella, siamo arrivati nel piazzale e abbiamo trovato tutta la curva della Lazio ad aspettarci. Che carini. Camminavamo e ci prendevano a calci. Allungavamo il passo e ci insultavano. Correvamo e ci facevano lo sgambetto. Un assalto in piena regola, roba pesante. Mi hanno tirato di tutto, per la prima volta ho messo in pratica gli insegnamenti del maestro. «Palleggia di destro» e ho dato un calcio nel sedere a un laziale. «Palleggia di sinistro» e via con un altro calcione. «Fai lo slalom» e ho schivato un paio di paletti biancazzurri. «Fai finta» e ne ho dribblati altri due. «Fai finta di fare finta» e mi sono sentito finito. Ce la siamo vista brutta, a fatica abbiamo raggiunto il pullman. Dovevamo contarci, ma Liedholm non era ancora arrivato. Quelli hanno preso delle pigne da terra e ce le hanno tirate, spaccando i vetri. Qualcuno di noi si è ferito e ha iniziato a sanguinare. Non sapevamo cosa fare, per ripararci ci siamo sdraiati lungo il corridoio fra i sedili. Un piccolo inferno. Dal nulla, a un certo punto, è ricomparso Liedholm, pettinatissimo e scortato dai due vigili.

«Ragazzi, cos’è successo?»

Glielo abbiamo spiegato in coro: «Ma vaffanculo».

Era un personaggio. Un fenomeno. Prima delle partite importanti obbligava il dottor Alicicco a raccontarci le barzellette nello spogliatoio, quel pomeriggio la barzelletta eravamo noi. C’era una volta la Roma in casa della Lazio… Al pronto soccorso ci hanno dato talmente tanti punti che avremmo potuto riempire due classifiche.

La Roma è così. Ero Il Bimbo e Il Bimbo sono rimasto. Un giorno la allenerò, sono in debito, mi ha fatto divertire. Da subito. Fin da quando nel 1979 Liedholm, tornando da una vacanza a Salsomaggiore con la moglie, si è fermato a Parma e mi ha portato via. Un miliardo e duecento milioni, ok il prezzo è giusto. Dal primo minuto ho capito di essere finito in un posto speciale, perché è il primo impatto quello che conta.

Arrivo alla stazione Termini da San Benedetto del Tronto, con indicazioni chiare e precise: «Prendi il taxi e vai in via del Circo Massimo, il raduno della squadra è lì. Mi raccomando, un taxi giallo, uno di quelli con la scritta, non salire sulla macchina di un abusivo, sennò paghi di più». Vabbe’. Seguo alla lettera, il taxista non mi riconosce, arriviamo davanti alla sede, ci sono quattromila persone in delirio. In effetti la campagna acquisti del 1979 è stata importante, sono appena arrivati Turone e Benetti, Conti è rientrato dal prestito e in difesa hanno preso Romano. Bella sensazione, sono uno di loro, sto per scendere, chiedo al taxista quanto gli devo. «Diecimila lire.» Prendo il portafoglio, tiro fuori i soldi, glieli porgo. I tifosi non apprezzano. Vedono che sto pagando, si incazzano di brutto con quel povero taxista. «A laziale!» «A zozzo!» «Nun te devi fa’ paga’!» «Cojone, la Roma è sacra!» In pratica, prendono il taxi in ostaggio e cominciano a scuoterlo, prima da una parte e poi dall’altra, senza un vero motivo e con me dentro. Da mal di mare. Sarà destino, ma io le facce di certi taxisti proprio non le dimentico. Era terrorizzato: «Scendi. La corsa è gratis. Ma devi spari’. Te ne devi anna’». Altro che capolinea, la mia carriera doveva ancora incominciare.

Con un particolare insignificante: non avevo ancora firmato il contratto. Al Parma guadagnavo dieci milioni all’anno, alla Roma avevo deciso di chiederne cento. Ero in ritiro a Brunico, lavoravamo da pochi giorni, sono andato a parlare direttamente con il presidente Dino Viola, molto attento al bilancio, grandissimo uomo. «Quanto vuole Ancelotti?»

«Cento milioni, presidente.»

«Lei è un pazzo.»

Poi tre settimane di assoluto silenzio. L’ultimo giorno utile prima che iniziassero le partite, è stato Viola a rifarsi vivo: «Ancelotti, ha cambiato idea?».

«Be’, sì, qualcosina…» Sono arrivato a chiudere il contratto a ventiquattro milioni lordi, da cento netti. Ventiquattro milioni lordi, più o meno quello che guadagnavo a Parma. Durata della trattativa: ventinove secondi. Esito della trattativa: disastroso. Come l’esordio in serie A, all’Olimpico contro il Milan campione d’Italia. Grande tensione, grande emozione, non ancora certo di essere davvero all’altezza di quel mondo gigantesco. Dopo un minuto Conti va sul fondo, mette la palla sul secondo palo, Pruzzo la schiaccia di testa. Io entro in area, Albertosi fa una parata miracolosa, la palla rimane a mezzo metro da me. Non ci credo, ’sta botta di culo all’esordio in serie A. Chiudo gli occhi, tiro un siluro, quasi mi fa male il piede, Albertosi si rialza e para di faccia. Cazzo, para di faccia. Pallone fuori, risultato finale 0-0. Sono confuso, un po’ incazzato ma quasi felice. Dentro di me c’è una parte che esulta. Finalmente ho capito, finalmente ho imparato. Ho fatto finta di fare finta. Di fare gol.

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Fragile (Marco van Basten). I capitoli: presentazione - prologo - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18 - 19 - 20 - 21 - 22 - 23 - 24 - 25 - 26 - 27 - 28 - 29 - 30 - 31 - 32 - 33 - 34 - 35 - 36 - 37 - 38 - 39 - 40 - 41 - 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 48 - 49 - 50 - 51 - 52 - 53 - 54 - 55 - 56 - 57 - 58 - 59 - 60 - 61 - 62 - 63 - 64 - 65 - 66 - 67 - epilogo

 

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