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A domani!

Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": un cane campione d’Italia

 

Capitoli precedenti: presentazione - prefazione - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7

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ancelotti coppa

Roma, città matta, capitale del mio cuore. Di Milano non conosco niente, di Roma tutto. Lì ho imparato a vincere, anche se il mio rapporto con i momenti belli è strano: li ricordo poco. Nel calcio come nella vita – anche privata – ti restano più addosso le delusioni, di cui però non ho tutta questa voglia di parlare. Lo Scudetto del 1983 è stata la mia prima vittoria, eppure nella testa sono rimasti solo dei flash. Neanche tanti. Roma campione d’Italia dopo quarant’anni, ancora oggi vivo di rendita, ci sono posti dove mi tratteranno sempre come un re. Andavamo spesso a mangiare Da Pierluigi, in piazza de’ Ricci, dove anche adesso il portafoglio me lo posso scordare. Non si paga, uno Scudetto è per sempre.

Nella fase cruciale della stagione abbiamo giocato in casa contro la Juventus, la nostra principale avversaria, e abbiamo perso. Azione di Platini a pochi minuti dalla fine, colpo di testa di Brio, gol. I cinque punti di vantaggio sono diventati tre, ce la siamo fatta un po’ addosso, ma Brio ha avuto la sua giusta punizione. Un cane della Polizia l’ha morsicato nel sottopassaggio, il minimo che gli potesse capitare. Erano attimi concitati, c’era confusione, molti protestavano, il cane lupo ha perso la testa. Sergio era un personaggio poco amato da noi giocatori, era troppo deciso sul campo, cattivo. Dopo la vittoria saltava, gridava, rideva: quella povera bestia ha visto un gigante esultare e si è spaventata, è andata dritta verso la sua chiappa e gli ha morso il culo. Che scena straordinaria. Abbiamo portato il cane in trionfo. Sarò bollito, ma se penso allo Scudetto la prima immagine che mi viene in mente è quella.

Poi ci sono i festeggiamenti. Arrivavamo da Genova, dove avevamo giocato la partita decisiva: l’Appia era tutta bloccata, dall’aeroporto di Ciampino fino al centro città. La gente ci aspettava con le macchine mentre noi passavamo con il pullman, una cosa incredibile. Un concerto di clacson. Le vie sono rimaste addobbate a festa per quattro o cinque mesi, eravamo una buona scusa per non lavorare. Cappuccio, cornetto e Forza Roma. La prima notte ho messo sciarpa, berretto e occhiali per non farmi riconoscere, sono salito sul motorino e ho girato per ore. È un posto speciale, dove è difficile vincere proprio per questo, perché vive all’eccesso sia le cose positive che quelle negative. Non è facile mantenere equilibrio in un ambiente così: però resta unico.

Il tifoso romanista ha una marcia in più, ha un senso dell’umorismo spiccato. Mi piace molto sentire la gente di Roma che parla, perché vengono fuori battute geniali. Una volta – giocavo già al Milan – siamo andati a Roma. All’Olimpico c’erano i lavori per i Mondiali del ’90, quindi per il riscaldamento si andava allo Stadio dei Marmi. La gente poteva stare intorno e ne sentivi di tutti i colori. Pietro Paolo Virdis esce dallo spogliatoio con i suoi baffetti, uno lo vede e urla: «A prodotto Bialetti!». Fantastico. Aveva ragione lui, Virdis era come l’omino della pubblicità. Un’altra volta, prima di Roma-Juventus, è uscito Brio dal sottopassaggio. Il famoso Sergione Brio, senza il cane attaccato al culo ma con Rui Barros vicino. Uno altissimo, l’altro un nanerottolo. Facevano effetto. Dalla folla, un poeta contemporaneo ha detto la sua: «A Brio, ma che tte sei portato? L’accendino?». Seguirono novantadue minuti di applausi.

Zero applausi, invece, dopo il mio secondo infortunio. Peggiore del primo, questa volta al ginocchio sinistro. Nel dicembre ’83, da campioni d’Italia, giocavamo a Torino contro la Juventus. Salto di testa su una palla lunga, Cabrini da dietro mi mette una mano sulla spalla e mi sbilancia un po’. Sono caduto male sul ginocchio. Cloc. Come cloc, ancora? Sì, cloc. Ormai il ginocchio mi parlava ed erano notizie pessime. Non riuscivo a controllare la parte inferiore della gamba, come la prima volta. Brutta sensazione, ci risiamo. Altra operazione con il professor Perugia e altra fisioterapia con Silio Musa. Dopo sei mesi non riuscivo ancora a estendere la gamba, il professor Perugia aveva trovato delle aderenze: «Mi dispiace ma dobbiamo fare un altro piccolo intervento. Si chiama sblocco in narcosi». Solo a sentirlo mi è venuto un brivido lungo la schiena. «Lo sblocco in narcosi fallo a tua sorella.» Tanto per essere sicuro che stessi male fino in fondo, mi ha convocato in clinica il giorno dopo la finale di Coppa dei Campioni persa a Roma contro il Liverpool. Praticamente ha risparmiato sull’anestesia, anche se la partita l’avevo vista solo dalla tribuna. Sono entrato a Villa Bianca e mi hanno fatto festa: «Di nuovo qui, Carletto? Che piacere vederti». Erano frasi sincere, ma li ho mandati lo stesso a quel paese. Mi hanno ingessato a gamba estesa con il piede a martello, un dolore pazzesco. Alla fine, comunque, mi sono ripreso.

Nello stesso periodo si era infortunato un altro giocatore della Roma, Giovannelli. Un amico. A differenza mia si era rotto il crociato posteriore. Neanche lui dopo sei mesi era riuscito a guarire, a recuperare la flessione completa della gamba. Quindi si è sentito dire una frase che conoscevo bene: «Dobbiamo farti lo sblocco in narcosi». A quel punto, la sorella del professor Perugia avrà avvertito uno strano malessere, proprio mentre iniziavo a farmi delle domande: “Ma se io che dovevo recuperare l’estensione sono stato ingessato a gamba estesa, a lui che deve ricominciare a piegarla cosa fanno?”. Semplicemente, l’hanno legato. L’hanno addormentato, sbloccato, fasciato e legato. Sembrava un salame, l’ho visto e mi è venuta fame. Il primo istinto sarebbe stato quello di mangiarlo, mi sono trattenuto per amicizia. Urlava come un animale, lo prendevo in giro: «Non hai le palle, il dolore non esiste».

Non scherzavo, il dolore non esiste per davvero. È una teoria tutta mia, ma funziona. Le ginocchia sono nemici da combattere: il conflitto è nato negli anni e continua ancora oggi. Ho voglia di correre, la mia testa dice che ci devo andare, vado, il ginocchio si gonfia ma me ne frego. È lui che soffre, non io né la mia testa. Gli dà fastidio che io corra, non ha menischi e quindi è molto più sollecitato, ma io non mi arrendo. Mi ha fatto soffrire tanto, ora tocca a lui e lo punisco, spesso andando anche nei boschi, con salite e discese. O sul tapis roulant e sul duro: gli dà molto fastidio. E più lui si gonfia, più io corro, così gli sta bene. Ogni tanto gli parlo e lo insulto. Certe volte mi offendo e non gli parlo più. Forse sono da internare, ma se succede sono soddisfatto, perché il mio ginocchio viene con me. Già vedo il titolo sul giornale: «Carletto sconfitto dal dolore che non esiste». E l’intervista a Brio: «Ma allora cos’era quello che sentivo al culo?».

A parte gli scherzi, è un buon esercizio psicologico. Le difficoltà non sono un ostacolo, si può e si deve andare oltre. Oltre il mio secondo infortunio c’era Eriksson, che nel frattempo – nel giugno ’85 – aveva sostituito Liedholm in panchina. Era giovane, svedese, aveva già vinto la Coppa Uefa con il Göteborg, arrivava dal Portogallo e non si capiva una mazza quando parlava italiano, praticamente come adesso. «Tre muuuu tre.» Nei primi tempi qualcuno gli rispondeva «nove», poi abbiamo capito che voleva dire «tre contro tre», non «tre per tre». Facevamo molte partitine, tre muuuu tre e poi quattro muuuu quattro.

Eriksson ha portato una metodologia di lavoro diversa, era molto preparato, rispettoso, una persona decisamente buona e disponibile verso i giocatori. Alla mattina, quando arrivava, andava a stringere la mano a tutti i calciatori, tanto che qualcuno non ce la faceva più, come Pruzzo. Eriksson gli dava la mano, lui faceva lo stesso e diceva: «Piacere, Roberto».

Mi sono trovato abbastanza bene, anche se in quel periodo ho iniziato a capire cosa significasse andare in panchina. Avevo recuperato dall’infortunio, ma lui non mi faceva giocare, credeva molto in Desideri e Giannini, che venivano dal settore giovanile. Mi sentivo accantonato, pensavo che non mi vedesse e ce l’avesse con me. Non era così, sono tornato titolare e l’anno dopo addirittura mi ha proposto come capitano, perché Di Bartolomei era andato al Milan e Conti non aveva voglia di prendersi quella responsabilità. Io, capitano della Roma. Rappresentavo una squadra e tre quarti di città, perché, diciamolo, i laziali sono pochini.

Prima di una partita entriamo nello spogliatoio, non mi ricordo in quale stadio, e ci prende un discreto senso di nausea. Una puzza mai sentita. Ciccio Graziani vola verso i bagni, e con il suo solito savoir faire cerca delicatamente di capire di chi fosse la colpa: «Ahò, ma che te sei magnato? I ratti der Tevere?». Si apre una porta, esce Eriksson tutto rosso in faccia. «Ragazzi, tranquilli. È il mister che si è cagato addosso.» Come Liedholm, non si arrabbiava mai. Era il suo successore naturale. Veramente molto in gamba. Uno dei motivi per cui il mio rapporto con la Roma si è raffreddato è stata la decisione della società di mandarlo via nell’aprile dell’87. L’anno prima avevamo perso uno scudetto clamoroso nella famosa partita contro il Lecce, eppure giocavamo un calcio bellissimo. Undici muuuu undici.

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