
A domani!
Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": la formazione la faccio io
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Sacchi truccava i risultati dei miei test atletici, soprattutto sui trenta metri. Non voleva che sapessi; a modo suo cercava di farmi coraggio. Nelle prove di velocità arrivava prima un paracarro di me. Sfida a due: mi classificavo terzo. Per distacco.
Ero lento, ma è per questo che siamo diventati campioni d’Italia: non potevo fare le sovrapposizioni con Gullit, ecco il punto. Ruud missile e io gambero. Un pesce palla che doveva stare dietro a un pesce siluro, fisicamente impossibile. Eppure nei primi tempi Sacchi ci credeva e in campo ci faceva provare il 4-3-3. Quattro difensori, tre centrocampisti – io sul centrodestra (Lui approvava), Bortolazzi in mezzo e Donadoni sul centrosinistra – poi tre attaccanti che erano Virdis, Van Basten e Gullit davanti a me. C’era uno schema che prevedeva la mia sovrapposizione con Gullit. Per chi non sapesse che cosa vuol dire: se Ruud aveva il pallone fra i piedi, dovevo partire a tutta velocità sulla fascia, passargli dietro la schiena e ricevere il suo appoggio il prima possibile. Una, due, tre, cento volte, succedeva sempre la stessa cosa: Gullit faceva il passaggio a un fantasma, perché io non riuscivo a correre alla velocità giusta. Quando arrivavo a destinazione, il pallone era già uscito dal campo. Sacchi si innervosiva: «Eddai, Carletto».
«Eddai cosa? Treccioline corre il triplo di me. Manco in moto ce la faccio.»
Ci abbiamo provato in tutti modi, poi Arrigo si è arreso: «Ragassi, facciamo il 4-4-2. Con Ruud attaccante e Carletto centrocampista centrale». Semplicemente, è stato il modulo dello Scudetto. Tanto per iniziare. E tutto è partito dalle mie gambe di legno.
La gente considerava quel Milan una squadra di grandissimo talento. Non era così, ci giocava anche Colombo… Avevamo un buon portiere, Galli, ma i fuoriclasse erano solo tre: Baresi, Gullit e Donadoni, peraltro molto giovani. Maldini era ancora un bambino, un fenomeno tutto da scoprire. La differenza l’hanno fatta la consapevolezza di essere un gruppo e un fortissimo senso di appartenenza. Alla squadra, alla società, ai colori. Merito del settore giovanile, da cui molti provenivano. Galli, Costacurta, Baresi, Maldini, Evani, rossoneri da sempre, gente che aveva imparato a camminare a Milanello.
Il Milan degli Invincibili fatto in casa, con una difesa che è durata molto a lungo. Diciamo che dura ancora adesso. Tassotti-Baresi-Costacurta-Maldini, c’era di peggio. Una leggenda in evoluzione costante, che si tramanda di anno in anno, di generazione in generazione, di simbolo in simbolo.
Il Milan negli ultimi vent’anni ha vinto parecchio perché ha mantenuto lo stesso spirito degli inizi. Con un’anima fortemente italiana, altro aspetto fondamentale: giocatori che, a livello di comportamento, di disciplina, di carattere, trascinano tutti gli altri. Stranieri compresi. Cinque o sei italiani ci vogliono, sono loro che hanno sempre mandato avanti la tradizione costruita da Sacchi. Fino a quando, sinceramente, non lo so. Perché tutto cambia, perché diventa sempre più difficile. In questi vent’anni il presidente è sempre stato lo stesso, l’amministratore delegato anche (con un’aggiunta femminile negli ultimi tempi…), il team manager quasi. Neppure fra i cuochi e i camerieri di Milanello c’è stato turn over. È sempre stata una società a conduzione familiare. L’unico cambiamento è che per gli impegni politici Berlusconi è stato progressivamente meno presente. E questo si è visto. La sua presenza a Milanello è diventata più rara, anche nella mia ultima stagione ci sono stati per lo più solo colloqui telefonici per prendere informazioni. Ogni tanto mi ha domandato come stavano i giocatori e quale formazione avevo intenzione di mandare in campo.
Avvertimento al mondo esterno: la formazione la faccio io, solo io, sempre io, questo vorrei fosse chiaro una volta per tutte. Certo, spesso Berlusconi mi ha chiesto il motivo di qualche esclusione, magari c’è stato da discutere quando tenevo in panchina i suoi preferiti, i calciatori di classe e di talento che gli fa effetto non veder giocare. Penso ai fantasisti come Ronaldinho o Rui Costa, ai giocatori che adorava come Van Basten e Savićević, come Kaká.
Se un presidente chiede delucidazioni, gliele devi dare: è dovere di un allenatore verso il suo datore di lavoro. Ci mancherebbe altro. La filosofia di Berlusconi è ben chiara, quante volte l’abbiamo sentita? «Voglio una squadra capace di essere protagonista in Italia, in Europa, nel mondo, attraverso un calcio spettacolare e divertente. Che porti avanti i princìpi della lealtà, della serietà e della disciplina. Padrona del campo e del gioco.» Anzi, del giuoco.
Questo, per dire che le linee guida di oggi erano già le linee guida di allora. Vincere e divertire. Sacchi è stato il primo a riuscirci. Con lui ho anche capito l’importanza degli arbitri che vanno rispettati, ancora prima che me lo spiegassero Moggi e Giraudo parlando di De Santis. Milan-Empoli a San Siro nell’88, ero diffidato, la partita successiva si sarebbe giocata a Roma. Contro la mia Roma. Per la prima volta all’Olimpico da ex, non volevo mancare, quindi non potevo essere ammonito di nuovo. Mi sono fatto accompagnare da Ramaccioni nello stanzino dell’arbitro Rosario Lo Bello: lo conoscevo perché mi era venuto a trovare quando ero infortunato, insieme con un certo Nicolini, un assistente di suo padre Concetto, che aveva un allevamento di vitelli vicino a casa mia. Gentili, avevo apprezzato. Insomma, sono andato da Lo Bello jr e ho subito iniziato a parlare: «Le porto i saluti del signor Nicolini» che in realtà non vedevo da mesi. «E poi spero di fare una bella partita oggi. L’unico mio pensiero è che sono diffidato, e che domenica vorrei essere in campo con la Roma. Ci tengo tanto, cercherò di comportarmi bene.»
«Carletto, questo però è un problema tuo.»
Dalla sua risposta, ho capito molte cose. Soprattutto, che avevo appena fatto una cagata. «Enorme» mi ha tranquillizzato Ramaccioni.
1-0 per noi, gol di Van Basten; all’ultimo minuto avevamo a disposizione una rimessa laterale. Sono andato a prendere la palla, stavo per battere, poi ho cambiato idea e l’ho data a Tassotti. Cartellino giallo. Ammonito per perdita di tempo. Sono diventato una bestia, a fine partita ho aspettato Lo Bello nel sottopassaggio e gliene ho dette di tutti i colori. Risultato: due giornate di squalifica, perché nel referto ha scritto anche del nostro colloquio prepartita. Abbiamo fatto ricorso, una giornata me l’hanno tolta, ma Roma-Milan l’ho saltata lo stesso. Insegnamento di quel giorno: fatti gli affaracci tuoi. Soprattutto quando ti viene in mente di andare nello spogliatoio dell’arbitro. Che ogni tanto è un venduto.
Abbiamo incontrato Pauly al Marakana di Belgrado, contro la Stella Rossa in Coppa dei Campioni, l’anno dopo lo Scudetto. Ancora adesso odio Pauly. Lui, e quell’animale di Stojković. All’andata a San Siro ci eravamo beccati per tutta la partita, gli avevo dato qualche scarpata ed ero anche stato ammonito, ma per me era finita lì. Non per lui, mi ha aspettato nel tunnel che porta agli spogliatoi. Nella sua lingua mi ha dato appuntamento alla partita di ritorno, io nella mia gli ho spiegato che non vedevo l’ora, che speravo che quelle due settimane passassero in fretta. Lui parlava austro-ungarico, io rispondevo in emiliano: ci siamo capiti benissimo. In effetti, si è presentato puntuale a Belgrado, in uno stadio con centoventimila spettatori, tutti assatanati. C’era tensione, l’atmosfera era strana, stava per scoppiare la guerra dei Balcani e si vedeva. La gente lo sentiva. Stojković prima di entrare in campo è venuto a cercarmi: «Ci vediamo dentro».
«Tranquillo, sono qui apposta.»
Dopo quattro minuti, la situazione ideale: portava palla, l’ho affiancato, ho trovato il tempo giusto. Ho cercato di rompergli la caviglia, missione fallita per poco. L’arbitro, alla sua ultima direzione in Coppa dei campioni, mi ha ammonito. Siccome ero già diffidato, avrei saltato la partita successiva. Che, purtroppo per me, si sarebbe giocata contro la Stella Rossa il giorno seguente. Nel giro di cinquanta minuti, infatti, su Belgrado sarebbe scesa una nebbia tremenda, l’Uomo Nero avrebbe sospeso l’incontro e rimandato tutto a ventiquattro ore più tardi. Il recupero lo abbiamo vinto noi, ai rigori, dopo un gol regolarissimo di Van Basten non visto da Pauly, che doveva dare un senso al suo assegno. E io al mio, staccato per volontà di Sacchi, arrabbiatissimo: multa di cinquanta milioni. Il cartellino giallo più caro della mia vita. Maledetto Pauly, maledetto Stojković.
Alla faccia loro, quella Coppa dei Campioni alla fine l’abbiamo vinta noi (e il presidente ha revocato la mia multa). 4-0 contro la Steaua Bucarest, al Camp Nou di Barcellona. In semifinale avevamo eliminato il Real Madrid, con premonizione di Berlusconi negli spogliatoi di San Siro: «Vinceremo di goleada». Milan 5-Real Madrid 0. Prevedeva già il futuro. Di certo aveva indovinato con Sacchi, che negli anni gli ha regalato uno Scudetto, due Coppe dei campioni, due Intercontinentali, due Supercoppe Europee e una Supercoppa italiana. Padroni in Italia, in Europa e nel mondo. Il giuoco valeva la candela.
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