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A domani!

Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": il Milan di Sacchi come il Bologna di Maifredi!

 

Capitoli precedenti: presentazione - prefazione - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9

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ancelotti coppa

Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, oltre l’orizzonte c’era la tormenta. E, oltre la tormenta, uno tsunami. E, dal centro dello tsunami, sbucava sempre un presidente con un elicottero intorno. E Berlusconi discese dal cielo (questa gli piacerà…).

In pratica il quadro era quello dell’Apocalisse, perché noi ci divertivamo ma i risultati non arrivavano: la situazione peggiore per chi ci pagava. Per Lui in persona. Faceva fatica ad atterrare sul campo di Milanello, causa turbolenze. L’aria era quella della rivoluzione, del cambiamento, soprattutto dopo l’eliminazione in Coppa Uefa contro l’Espanyol, eppure eravamo solo all’inizio della stagione. Rumori sinistri intorno alla panchina del Milan, sai che novità. Ma siccome Sacchi era una sua scelta, il suo preferito, la sua espressione fra noi esseri umani, Lui in quell’occasione è stato bravo. Molto bravo. Credeva tantissimo nel suo allenatore e per questo l’ha sempre difeso, in particolare dagli attacchi della stampa. Comunista, immagino. C’erano alcuni vecchi giornalisti – Gianni Brera in testa – che contestavano sempre e comunque: Sacchi era un innovatore e loro non riuscivano a capirlo. Ce l’avevano con il suo modo di fare. Era sotto tiro, ma con un grande scudo: Lui. Veniva spesso in ritiro, ci parlava, chiedeva informazioni sul lavoro. Stava a Milanello tutto il giorno, faceva colloqui con la squadra e poi discorsi individuali, per capire quale tipo di feeling ci fosse con l’allenatore. I suoi primi exit poll li ha fatti con noi, che già sapevamo il vincitore: «Ragazzi, io Sacchi non lo mando via». Su quello è stato chiaro fin da subito e aveva ragione. Non vincevamo, ma nello spogliatoio avevamo tutti la stessa sensazione: le cose, da lì a poco, sarebbero andate bene. Era matematico. In settimana ci ammazzavamo di lavoro però eravamo felici, quindi non poteva girarci tutto storto all’infinito. Il nostro gioco era molto schematizzato, ci voleva solo del tempo per far diventare naturali i movimenti. Il problema stava tutto lì.

In passato, Lui era molto presente. In passato. Qualunque decisione gli apparteneva e, prima di prenderla, consultava anche i giocatori. Me e Baresi, spesso. Una volta, nella primavera dell’88, abbiamo avuto delle difficoltà, colpa di Claudio Borghi, infatuazione presidenziale del momento, in realtà una pippa mai vista. L’aveva scoperto in Coppa Intercontinentale nell’86: colpo di fulmine. L’aveva acquistato, ma siccome i due posti per gli stranieri erano occupati da Gullit e Van Basten, l’aveva parcheggiato al Como. Stai buono lì che poi ripassiamo. Alla fine della stagione potevamo prendere un altro giocatore non italiano, quindi Lui spingeva per Borghi mentre Sacchi aveva chiesto Rijkaard.

Lui: «Arrigo, teniamo Borghi».

Sacchi, con la nausea dipinta in faccia: «Presidente, partendo dal presupposto che lei ha sempre ragione, che è il più grande conoscitore di calcio del mondo, che le sue scelte sono sempre azzeccate come dimostra quella relativa all’allenatore, forse alla nostra squadra servirebbe di più Rijkaard».

Lui: «Arrigo, ma Borghi è Borghi».

Sacchi: «Appunto».

Si è arrivati a un compromesso: negli ultimi allenamenti della prima stagione del Milan di Sacchi, Borghi è venuto a lavorare a Milanello per qualche giorno, e a giocare due amichevoli: una in casa con il Real Madrid e l’altra a Manchester contro lo United. Un doppio provino, ma già sapevamo che, per tipo di gioco, non era molto in sintonia con il resto della squadra. Per non farsi mancare nulla, proprio prima di Milan-Real Madrid si era infortunato alla caviglia, ma aveva voluto giocare lo stesso. In campo era dolorante, ma era anche riuscito a segnare.

Lui: «Hai visto Arrigo? Ha fatto gol».

Sacchi: «Sì, ma oltre al gol non ha fatto niente».

Zoppicava, sembrava Lazzaro, con una sostanziale differenza però: si era alzato ma non riusciva a camminare. Andava avanti tutto storto, non si poteva guardare. La caviglia era gonfia, Manchester United-Milan si avvicinava e Borghi non voleva mollare: «Gioco». Sacchi: «Sono completamente d’accordo con te, giochi». Tutti sapevamo che lo voleva mandare in campo solo per fargli fare una grandissima figura di merda.

È partito titolare, esattamente di fianco a me: andava avanti a zig-zag, un ubriaco con i tacchetti, ma il destino a quanto pare era dalla sua parte. Doppietta. Un gol e poi un altro. Borghi-Borghi, li mortacci sua. A Manchester contro lo United. Lui ha sorriso, senza parlare: brutto segno. Sacchi non ha parlato, né sorriso: bruttissimo segno. A quel punto, siamo entrati in gioco noi. Sacchi ci incontrava spesso, cercava di convincerci che Borghi non c’entrasse niente con il Milan, che fosse un calciatore fuori posto: «Mister, hai perfettamente ragione. La pensiamo allo stesso modo. Siamo tutti con te».

Poi ci telefonava Lui, sostenendo di aver trovato il nuovo Maradona: «Presidente, ha perfettamente ragione. La pensiamo allo stesso modo. Siamo tutti con Lei».

Eravamo ruffiani per necessità, tenevamo famiglia. Sinceri con chi ci allenava, un po’ meno con chi ci dava da vivere. Non ho mai capito come Sacchi gli abbia fatto cambiare idea, sicuramente ci sono stati scontri verbali piuttosto forti, la cosa certa è che alla fine Lui ha ceduto. Borghi. Nel senso che lo ha dato via e ha preso Rijkaard.

Il Milan degli Invincibili era diventato anche il Milan degli Olandesi. Con la lettera maiuscola, di stima, perché tutti insieme erano troppo forti. Gullitrijkaardvanbasten, uno scioglilingua: dillo senza errori e avrai scoperto il segreto dell’immortalità. Lui si illuminò.

Senza Rijkaard e con Borghi che ancora si barcamenava al Como, nel frattempo avevamo vinto lo Scudetto. Sacchi subito campione d’Italia, al primo tentativo. Le nostre sensazioni erano diventate reali, avevamo ingranato con tanti saluti agli altri. Soprattutto al Bologna di Maifredi, il nostro incubo. Nessuno lo sa, ma teoricamente doveva essere quella la nostra squadra modello. Contemporanei a cui ispirarci. Non l’Inter di Herrera, il Bologna di Maifredi. Sacchi era un disco rotto: «Loro sì che sanno giocare a pallone».

Non ne potevamo più, ce lo ripeteva tutti i giorni, più volte al giorno, con le e strette e le zeta inesistenti: «Ragassi, dovete cercare di imitarli. Il Bologna di Maifredi è la squadra più bella che esista».

La reazione di Van Basten, all’inizio, era sempre la stessa: «Ma chi è questo Manfredo?».

Lui che era abituato all’Ajax di Cruijff. Che Sacchi facesse vedere a Baresi le videocassette di Signorini, per copiarne i movimenti, è un falso storico; che ci parlasse sempre e comunque del Bologna di Manfredo, invece, una triste e sacrosanta verità. Era riuscito a farci diventare antipatica una squadra che antipatica non era. Quella del mitico Villa e di tutti gli altri. Ci stuzzicava. Finché un giorno giustizia è stata fatta. Sacchi, il 26 dicembre 1987, ha organizzato un’amichevole proprio con il Bologna, in trasferta. Siamo scesi in campo con il sangue agli occhi, io in particolare, perché mi avevano fatto saltare il pranzo di Santo Stefano. Caro Bologna di Manfredo, te le do io le lenticchie e pure il bollito. Prima di uscire dagli spogliatoi, siamo stati molto chiari con Sacchi: «Ora ti facciamo vedere chi sa giocare a calcio e chi no».

Li abbiamo fatti neri, 5-0 per noi. Bastonati senza pietà. Van Basten – quello che sopportava di meno tutti i nostri schemi perché amava giocare d’istinto – era infortunato, ma quando siamo tornati è diventato stranamente ironico: «Mister, forse è meglio il Milan di Sacchi». Il quale era felice nonostante avesse torto.

Un’amichevole ci aveva resi più forti, il resto era merito di Arrigo. Prima di farci fare una cosa, ce ne spiegava sempre il motivo. Tutto aveva un perché. Facevamo un pressing totale, gli avversari non sapevano dove girarsi. Non capivano niente. Cercavano di giocare e noi li soffocavamo con una difesa altissima. Rispetto alla Roma, eravamo un gruppo di giocatori diverso: c’era meno goliardia, stavamo tutti più sulle nostre.

La seconda partita che ci ha cambiato la vita è stata proprio quella contro il Napoli. Al San Paolo, alla terzultima del campionato 1987/88. Eravamo staccati in classifica di un punto ma sapevamo che nel loro spogliatoio c’era il terremoto. Scosse che ci avevano caricati a mille, anche perché avevamo appena vinto il derby. Ancora prima di giocare sapevamo che sarebbe finita tanti a pochi per noi, esattamente come i nostri avversari erano convinti di perdere.

Il campionato in discesa, e in fondo alla discesa lo Scudetto. Maradona aveva rilasciato dichiarazioni precise: «Allo stadio non voglio vedere neanche una bandiera rossonera». C’eravamo noi e poteva bastare. Napoli 2 - Milan 3, siamo noi, siamo noi, i campioni dell’Italia siamo noi. Noi con Lui. Mentre Van Basten tormentava uno steward: «Scusi, ha visto Manfredo?»

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Fragile (Marco van Basten). I capitoli: presentazione - prologo - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18 - 19 - 20 - 21 - 22 - 23 - 24 - 25 - 26 - 27 - 28 - 29 - 30 - 31 - 32 - 33 - 34 - 35 - 36 - 37 - 38 - 39 - 40 - 41 - 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 48 - 49 - 50 - 51 - 52 - 53 - 54 - 55 - 56 - 57 - 58 - 59 - 60 - 61 - 62 - 63 - 64 - 65 - 66 - 67 - epilogo

 

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