letture rossonere

 

A domani!

Nel fango del Dio Pallone - Momenti di gloria (17)

 

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carlo petriniLa Roma superò facilmente il primo turno di Coppa Uefa, e al secondo turno ci toccò la squadra svedese del Vaxio. Vincemmo la partita d'andata, all'Olimpico, per 2 a 0.
In Svezia, alla vigilia della partita di ritorno, alloggiammo in un albergo in capo al mondo. Nell'hotel c'era in corso un congresso di medicina, erano presenti molte donne. Una di queste, una bellissima dottoressa svedese che avrà avuto una trentina d'anni, cominciò a farmi gli occhi dolci e io ricambiai. Dopo un po' mi si avvicinò, mi prese sottobraccio e mi portò nella sua camera. I miei compagni di squadra, presenti a tutta la scena, ci seguirono, e si misero ad ascoltare dietro la porta. All'interno della camera la dottoressa mi dimostrò che la fama delle svedesi era ben meritata, lei era una vera campionessa in fatto di sesso; io le dimostrai che la fama latina dei maschi italiani non era una leggenda. Fu una scopata lunga e rumorosa, e quando finimmo la dottoressa mi accompagnò gentilmente alla porta, ma non riuscì a richiuderla perché il piede di un giocatore romanista glielo impedì: allora lei lo fece entrare. Scopammo con la dottoressa svedese in sette: l'ottavo, N., quando arrivò il suo turno mise anche lui il piede nella porta, ma lei disse basta. Noi fortunati consolammo gli esclusi raccontandogli tutti i minimi particolari delle nostre scopate.
La sera dopo giocammo la partita contro il Vaxio. Nonostante la notte di sesso per 7 su 11, perdemmo solo 1 a 0 e passammo il turno.

Anche se Liedholm pretendeva che alla vigilia di ogni partita noi giocatori ci facessimo una flebo (tutti la facevamo, se si voleva giocare bisognava farla, era un obbligo, ma nessuno di noi sapeva cosa ci fosse dentro e a cosa servisse), sul campo i risultati erano fatti di alti e bassi. Eravamo una buona squadra, ma troppo condizionata dal rendimento discontinuo di Ciccio Cordova (che alternava momenti da vero genio del pallone a partite disastrose). Lui era il fuoriclasse della squadra giallorossa, l'idolo dei tifosi, quello che fra tutti noi giocatori romanisti aveva più personalità.
Io e lui in campo non andavamo per niente d'accordo, erano scazzi continui e finivamo sempre per mandarci a fare in culo. Fuori dal campo, invece, eravamo amiconi, anche perché avevamo in comune la passione per le donne. Ciccio aveva l'ultima parola anche con l'allenatore. Una volta, alla vigilia della partita di Uefa contro il Bruges, Liedholm mi comunicò che sarei rimasto in panchina, ma Ciccio non era d'accordo con la mia esclusione dalla formazione e mi disse: «Tranquillo: domani giocherai». L'indomani, nello spogliatoio, l'allenatore mi informò che ci aveva ripensato, e mi mandò in campo.

Cordova viveva con Simona Marchini (figlia dell'ex presidente romanista, una delle donne più intelligenti e simpatiche che abbia mai conosciuto), e faceva il comunista, andava sempre ai comizi di Berlinguer. Noi lo pigliavamo per il culo, gli dicevamo che era comunista per colpa dei miliardi della famiglia Marchini, allora lui si metteva a farci certi pipponi da politicante.

I mesi che passai a Roma furono una pacchia in fatto di donne. I compagni di squadra mi chiamavano «Figheroa», ma la figa era l'ossessione di tutti noi giocatori, chi più chi meno. Era una vera mania collettiva che ci teneva uniti e che ci vincolava all'omertà verso l'esterno, specialmente verso mogli e fidanzate.
Alla vigilia di un Milan-Roma, in un albergo di Milano, io e M. eravamo semiinfortunati, e la nostra presenza in campo era in dubbio. Nell'albergo c'era la troupe del film "Cattivi pensieri" (con Edwige Fenech, Luc Merenda e Ugo Tognazzi), e ci venne il "cattivo pensiero" di invitare in camera nostra una comparsa del film, una ragazza bergamasca piena di curve. Lei arrivò di corsa. Unimmo i due letti singoli e la mettemmo in mezzo. L'ammucchiata a tre andò avanti praticamente per tutta la notte. La mattina dopo, poco prima che il massaggiatore mettesse la testa in camera per svegliarci, io e M. separammo i due letti e nascondemmo la nostra ospite sotto lenzuola e coperte.

Al ritorno dalla trasferta di Como facemmo tappa all'aeroporto di Linate. Mentre aspettavamo di imbarcarci sul volo per Roma, una ragazzina si avvicinò a Prati e C. e gli disse, testuali parole: «Siete così belli che mi farei scopare da voi due qua in mezzo a tutti».
Salì con noi sull'aereo e si sistemò sui sedili in fondo, a fianco di C., che si slacciò la patta; appena i portelloni dell'aereo si chiusero per il decollo, la ragazzina glielo prese in bocca. Girati all'indietro, noialtri guardammo tutto il pompino minuto per minuto, e alla fine ci mettemmo ad applaudire.

La vigilia di Torino-Roma la passammo all'Hotel Ambasciatori di Torino. Nella hall incrociai una hostess bionda dell'Alitalia che avevo conosciuto qualche settimana prima in aereo. Ci salutammo con piacere, mi disse che sarebbe partita l'indomani, le dissi che avrei voluto passare la notte nel suo letto, lei mi diede il numero della sua camera. Informai della faccenda il mio compagno di stanza perché in caso di controlli mi coprisse, e passai la notte con lei.
Alle 7 di mattina tornai nel mio letto e dormii 2 ore. Il pomeriggio, allo stadio Comunale, giocai contro il Torino.
Una seconda hostess dell'Alitalia abitava a Roma, in un bell'appartamento vicino al campo di allenamento delle Tre Fontane. Quando era libera dal lavoro mi accoglieva in casa, nel letto o sul divano. Ci andavo a volte prima, a volte dopo gli allenamenti. Dopo la scopata mi preparava tè orientali e mi offriva marmellate esotiche.

Un giorno io e M. andammo a Terni. Mi feci prestare un appartamento da T. (col quale avevo giocato l'anno prima nella Ternana) e ci portammo due tipe umbre. Facemmo un'ammucchiata a quattro ben riuscita, eravamo tutti molto affiatati, anche le due ragazze, che a un certo punto cominciarono a fare numeri tra loro mentre noi due le guardavamo arrapati come animali alla monta.
La mia fame di donne non guardava in faccia nessuno, neanche i miei compagni di squadra. Con P., che aveva una moglie giovane, bella e disponibile, ci frequentavamo nel tempo libero dal calcio. Una volta che ero a casa loro, P. scese in strada a portare il cane a fare i bisogni, e la sua bella mogliettina si piazzò alla finestra per verificare quando fosse tornato: io le andai alle spalle, le sfilai le mutandine e cominciai a scoparla da dietro. Riuscimmo a venire in pochi minuti, prima che P. tornasse in casa.

Un giorno vennero a trovarci in ritiro, a Grottaferrata, due giovani supertifosi con le rispettive mogli.
Due di noi si incaricarono di distrarre i mariti, e altri due di noi - uno di loro ero io - ci portammo le loro mogli in camera.
E così via, potrei andare avanti per pagine intere...

Alla fine del Campionato la società giallorossa decise di portarci in tournée in America, dove ci aspettavano alcune partite a New York, Rochester, Montreal e Toronto.
Ci imbarcammo a Fiumicino, insieme a noi partì per l'America anche il cantante Little Tony. Atterrammo a New York, e prendemmo alloggio all'Americana Hotel, nella Settima Avenue. La camera che dividevo con Morini era al sessantanovesimo piano. Non ero mai stato in America, prima, e tutto quello che vedevo là mi sembrava un altro mondo.
Una sera Little Tony invitò me, Prati, Morini e Negrisolo in un night-club dove lui era di casa. Ci andammo, prendemmo posto a un tavolo prenotato, e guardammo le tre fanciulle che sulla pedana cominciarono a dimenarsi in un bollente spogliarello. Indicando le tre grazie, Tony disse: «La mia amica è quella di mezzo». Quando lo strip arrivò al culmine e le tre valchirie si tolsero le mutandine, restammo a bocca aperta: dalla peluria di quella di mezzo spuntava un pisellino grande come un dito mignolo. . Concluso lo show, l'amica di Tony col pisellino venne al nostro tavolo, lui ce la presentò, e lei ci strinse la mano dicendo «Good luck!»: aveva la voce di un camionista.
Finimmo in fretta di bere e ce ne tornammo in albergo, lasciando lì Tony e la sua "amica": i transessuali, a quell'epoca, non erano ancora di moda.

Giocai in maglia giallorossa la migliore stagione della mia carriera calcistica, un Campionato '75-76 da incorniciare. Tant'è vero che alla fine del torneo varie squadre di serie A volevano ingaggiarmi senza badare a spese. Arrivò un'offerta particolarmente vantaggiosa dal Verona, e la Roma fece l'affare: mi cedette alla società veneta.
Me ne andai dalla capitale a malincuore insieme alla mia famiglia, che nel frattempo era aumentata di numero. Il 30 marzo 1976 ero diventato padre per la terza volta: era nato Diego. Quel figlio che oggi è rimasto dentro di me come un coltello piantato.

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