
A domani!
Nel fango del Dio Pallone - Momenti di gloria (11)
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Nella tarda primavera del 1971 il Toro arrivò a disputare la finale di Coppa Italia. contro il Milan, sul campo neutro di Marassi, a Genova. A casa mia.
Andammo in ritiro a Ruta di Camogli, nel mio paese adottivo, alloggiando nell'albergo dell'amico Bruno Barbagelata. Mi aspettava una finale strana: dovevo giocare per il Torino, che aveva il 50 per cento del mio cartellino, e contro un Milan che aveva l'altro 50 per cento.
In campo la storica rivalità fra granata e rossoneri si confermò in pieno. L'angioletto Rosato, che mi marcava, si prese la rivincita: picchiò alla sua maniera e mi "sistemò" una caviglia per le feste - ancora oggi ne porto le conseguenze. L'incontro finì in parità, 0 a 0, e la vittoria venne assegnata ai rigori. Il signorino Rivera ne sbagliò uno, il nostro Maddè non ne sbagliò nessuno, così la Coppa Italia finì al Toro.
Con il premio-partita di quella vittoria di coppa comprai un appartamento a Recco, sulla riviera di Levante, e ci sistemai mia madre.
Nell'estate del '71 il Torino decise di rispedirmi a Milano, e il Milan mi passò al Varese, ancora al 50 per cento, insieme a Trapattoni.
Andai a Varese controvoglia: era una provinciale che avrebbe dovuto lottare per restare in serie A.
Presidente della società era Guido Borghi, figlio del padrone della Ignis. Discutemmo l'ingaggio senza trovare un accordo, così il figlio di papà mi portò al cospetto del Padre. Mi ricordo che il Vecchio guardò il suo figliolo e gli disse in dialetto: «Fai il presidente o fai il pidocchio?». Allora trovammo l'accordo per 16 milioni annui: 8 ufficiali, e 8 "in nero". Non ricordo se i soldi "in nero" li propose il Borghi junior o li chiesi io. Mi ricordo però che i pagamenti sottobanco per evadere il Fisco stavano diventando una regola dei contratti d'ingaggio nel calcio, e io non volevo essere il più coglione.
Alle società conveniva pagarci una parte dell'ingaggio in nero perché così le cifre ufficiali scritte sul contratto erano più basse e avevano meno carico fiscale.
E conveniva a noi giocatori perché pagavamo le tasse solo sulla cifra ufficiale scritta sul contratto - quella "in nero" era esentasse. Insomma era evasione fiscale, un'altra delle cose che nel calcio si facevano - le facevamo in tanti - ma che non si dovevano mai dire.
Trovai una bella casa fuori Varese e ci si trasferirono mia moglie e i miei due figli. Lassù c'erano dei bellissimi panorami, l'aria era fresca, ma la noia della vita in provincia era tanta, il calore della gente aveva i gradi di un frigorifero.
Anche l'ambiente della squadra era moscio. Forse perché avevamo l'allenatore più insulso che mi sia mai capitato di incontrare, Sergio Brighenti, un ex giocatore che sembrava messo lì per ubbidire al presidente Borghi e al direttore sportivo Sandro Vitali.
La formazione-tipo della squadra era: Nardin, Andena, Della Giovanna, Rimbano, Dolci, Morini, Umile, Tamborini, Petrini, Bonatti, Braida.
La preparazione pre-campionato per me fu tutto un problema. La caviglia tartassata da Rosato nella finale di Coppa Italia a Marassi continuava a farmi molto male, e avevo il ginocchio destro gonfio. Il medico del Varese, l'argentino Dario Rubens Oliva, per curarmi usava le maniere forti: mi praticava ogni giorno tre infiltrazioni alla caviglia e una al ginocchio.
Il Varese mi voleva in campo fin dalla prima partita di Campionato, a tutti i costi, così mi venivano fatte quelle infiltrazioni, che non erano per farmi guarire ma per ridurre il dolore in modo che potessi giocare lo stesso.
Il dottor Oliva era un tipo tosto, un vero genio. Mi ricordo che una domenica, prima di andare in campo, ci fece bere un liquido di sua invenzione: un caffè fortissimo dentro al quale aveva sciolto dell'aspirina.
Ci disse che quel miscuglio permetteva ai nostri muscoli di entrare subito in carburazione, senza bisogno di riscaldamento. Nessuno di noi giocatori obiettò niente. E da quel giorno, nello spogliatoio, prima di ogni partita, ci dovevamo bere il caffè "corretto" all'aspirina. Molti anni dopo il dottor Oliva diventerà il medico di Maradona, formando un'accoppiata di veri fuoriclasse.
Fatto sta che alla fine del ritiro pre-campionato ero ancora zoppo, e infortunato a un ginocchio era anche Riccardo Mascheroni. Così la società, prima che cominciasse il torneo, decise di mandarci tutti e due a fare una visita specialistica a Lione, dal professor Trillat. Andammo e tornammo utilizzando l'aereo personale del presidente Borghi. Al ritorno, i nostri compagni di squadra - invidiosi - ci fecero trovare, appeso alla porta della nostra camera, un bel cartello con scritto in grande: «Non bussate troppo forte, potrebbero rompersi».
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