letture rossonere

 

A domani!

Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": fine di una storia non ancora cominciata

 

Capitoli precedenti: presentazione - prefazione - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17

≈ ≈ ≈

ancelotti coppa

144. Uno, quattro, quattro. Come le hot lines di una volta.

«Chiamate, tifosi bianconeri. Sono Carletto, e in quanto maiale soddisferò tutte le vostre voglie. Tranne una, quella di Scudetto.»

Con la Juventus ho fatto 144 punti in due stagioni e due volte sono arrivato secondo. Campioni d’Italia sono diventati sempre gli altri, prima la Lazio e dopo la Roma. In quel periodo si era svegliata la capitale. Se volete il diluvio universale su Perugia digitate uno, se preferite un gol di Nakata digitate due, se desiderate parlare con un operatore (di mercato) cercate Moggi con una scheda svizzera, tanto lui risponde sempre. Battuto una prima volta dalla pioggia e, nella stagione successiva, dalla rete di un giapponese, che neanche avrebbe potuto giocare se non avessero cambiato in corsa le regole sugli extracomunitari. Polca tloia.

La Juventus, in fretta, ha cambiato me. Ma nessuno aveva il coraggio di dirmelo. A parte i giornalisti di Torino, che a quanto pare sapevano: «Carletto, guarda che a fine campionato ti mandano via. Hanno già ripreso Lippi».

«Ma non scherzate.»

«Siamo serissimi, sei un morto che cammina.»

Tiè. Con i giornalisti torinesi ho sempre avuto un ottimo rapporto. Quasi nessuno di loro era juventino e questo forse ha inciso.

«Ragazzi, siete matti. Ho un contratto in mano.»

«Controlla bene, forse è quello della Telecom. Moggi ti ha dato da pagare la bolletta dei suoi sette telefoni…»

Tutti pronti per «Zelig». Di esoneri a mezzo stampa ce n’erano stati mille, ma nessun allenatore era mai stato cacciato direttamente dai media. A me stava succedendo.

Stentavo a crederci: il contratto mi era stato rinnovato da pochissimo. Alla fine di una battaglia, e non di una trattativa. Appena usciti dalla Champions League, nel dicembre 2000, ero stato convocato in sede. Moggi, Giraudo e Bettega da una parte, io dall’altra. Tre contro uno: scorretti, era chiaro che avrebbero vinto loro.

Avevano esordito: «Siamo stati eliminati, ma non ci interessa. Stai lavorando bene quindi ti vogliamo tenere. C’è un’opzione per il rinnovo, la eserciteremo. Quanto vuoi?».

«Due miliardi e mezzo, grazie.»

Almeno un prego me lo sarei aspettato. Niente. Siccome facevano tutto insieme, come una squadra di nuoto sincronizzato, quella volta si erano alzati di scatto – in tre nello stesso istante – e se ne erano andati. Movimenti perfetti, neppure una sbavatura, grande coordinazione. Chissà quante volte avevano provato l’esercizio. Prima la gamba destra, poi la sinistra, busto in alto, testa rivolta verso di me, sguardo feroce, dietrofront, un due, un due, un due, avanti marc’ verso la porta. Moggi l’aveva aperta, Giraudo e Bettega avevano mosso il braccio per imitarne il gesto ed erano usciti. Sbattendola. Oh, complimenti davvero, voto 10. Medaglia d’oro, che sincronismo. Altro che la Triade, erano sirenette alle Olimpiadi. Io, invece, un coglione rimasto da solo nella stanza.

Dopo venti minuti era tornato Moggi: «Che cosa ci fai ancora qui?».

«Facciamo due miliardi…?»

«Vattene.»

«Un miliardo e settecentocinquanta milioni?»

«Fuori dalle palle!»

Dal giorno successivo le nostre discussioni si sono spostate sui giornali, nel senso che loro parlavano e io leggevo quello che dicevano. Comprese le dichiarazioni di Umberto Agnelli: «Qui c’è qualcuno che si è montato la testa». Non era esattamente così. Ce l’avevo grossa, questo è vero, ma era così dalla nascita. Comunque, ci siamo accordati dopo un altro paio di incontri. Io e la squadra bianconera delle sincronette.

Eppure non stavo tranquillo. Colpa degli amici giornalisti che non la smettevano: «Te ne vai, Carletto, mettiti il cuore in pace. È da dicembre che Lippi ha trovato l’accordo».

L’ho sentito ripetere talmente tante volte che, appena prima di firmare il rinnovo, ho dato un colpo di telefono al direttore sportivo del Milan, Ariedo Braida: «Senti, io sto per chiudere la trattativa. Se ci sono opportunità di allenare la tua squadra il prossimo anno, aspetto». Volevo dare un segnale, crearmi un’alternativa. Ma l’avevo fatto solo nella mia testa, perché Braida ha iniziato a balbettare: «Ma sai, Carletto, ecco, vedi, come dire, non lo so… non possiamo andare contro la Juventus». In effetti no: erano praticamente una cosa sola. Il Milentus. «Non possiamo portarle via l’allenatore, non sarebbe corretto.»

Inoltre, Braida era reticente: aveva già preso Fatih Terim detto l’Imperatore, ma non poteva ancora dirlo.

Di lì a poco la Triade mi avrebbe silurato. Una mattina, dopo Juventus-Roma finita 2-2, la partita del gol di Nakata, del 2-0 rimontato, di Van der Sar che si è esibito nella specialità della casa (la parata ad minchiam), ho ricevuto una telefonata dalla segreteria di Umberto Agnelli: «Venga alla Fiat, è urgente. Il Dottore le deve parlare».

Siccome di Punto e di Cinquecento non me ne intendevo granché, ho immaginato subito quale fosse l’argomento della conversazione. Per esserne sicuro, ho chiamato Moggi.

«Ahò, Carletto, e che vvoi?» ha esordito.

«Guarda, Luciano, mi ha telefonato il Dottore. Mi deve parlare. Per caso, sai che cosa deve dirmi?»

Clic. Bum. Mi ha sbattuto il telefono in faccia. Come immaginavo: voleva licenziarmi.

Mi sono presentato all’appuntamento, Umberto Agnelli è stato di poche parole: «Caro Ancelotti, il prossimo allenatore della Juventus sarà Marcello Lippi».

Ma dai? Non l’avrei mai detto… La mia ultima partita in bianconero è stata a Torino, contro l’Atalanta. Alla fine mi sono presentato in sala stampa e i giornalisti – quelli che avevano capito tutto ben prima di me – hanno fatto un lungo applauso. Un po’ mi vergogno a dirlo, ma in quel momento mi sono commosso. Come un bambino. Perché ho capito che mi volevano bene e che io ne volevo a loro. A Marco Ansaldo e a Fabio Vergnano della «Stampa». A Luciano Bertolani del «Corriere dello Sport», più laziale di Claudio Lotito. A Paolo Forcolin della «Gazzetta». A Vittorio Oreggia e a Camillo Forte di «Tuttosport». A Emanuele Gamba della «Repubblica», granata dalla testa ai piedi come Aurelio Benigno che scriveva per mille giornali. Semplicemente li consideravo dei compagni d’avventura.

Anche ai giornalisti, negli anni, ho raccontato un sacco di palle, ma era un modo per sopravvivere. Fra loro e il mostro a tre teste, spesso ho privilegiato il secondo. Eppure quell’applauso è stato un segnale di affetto, l’ultima cosa bella che ricordo da allenatore della Juventus.

Però nemmeno loro mi hanno mai aiutato a rispondere a una domanda. A sciogliere un dubbio che mi è rimasto: perché, avendo già ripreso Lippi, la Triade mi aveva comunque rinnovato il contratto?

Busta A: perché eravamo in piena corsa per il campionato, e forse volevano assicurarmi il massimo della tranquillità.

Busta B: stavano per prendere Buffon e Thuram dal Parma, con cui avevo un ottimo rapporto.

Busta C: non mi volevano mandare in una grande società come il Milan, cosa che non sarebbe comunque accaduta visto che i rossoneri avevano già scelto Terim.

Fra le buste A, B e C, non ho mai saputo scegliere. Non ci ho capito nulla, ma forse la soluzione dell’enigma è molto più semplice di quanto io creda: mi hanno fregato per tenermi buono. Uno stratagemma per farmi sentire ancora il migliore.

Il Dottore però ha cercato di darmi una spiegazione, almeno sul motivo per cui non mi voleva riconfermare: «Lei, Ancelotti, non va d’accordo con la gente. C’è un problema di ambiente». Sì, vabbe’, allora chiamate il Wwf. Non ci ho mai creduto. Credo, invece, che mi abbiano cacciato perché non ero riuscito a vincere.

Alla Juventus ho conosciuto uno dei giocatori che avrebbero fatto la mia fortuna: il mitico Pippo. Pippo Inzaghi che, a quasi quarant’anni, ancora mangia i biscotti Plasmon. La scoperta del secolo. Quando sono arrivato alla Juventus era infortunato, aveva la pubalgia. Eppure, fra me e lui c’è stato subito un buon feeling, tutta questione di pelle.

Pippo è sempre stato un animale. Se devo pensare all’attaccante perfetto, di sicuro non mi viene in mente lui: non è completo. Però dentro l’area di rigore è il più forte del mondo, seduce il pallone. In quei pochi metri quadrati segna in tutti i modi: di destro, di sinistro, di carambola, di rimbalzo, di coscia, di stinco, di tibia, di tacchetto, con gli occhi chiusi, con il culo (spesso con il culo), con la punta del dito, su punizione deviata, di orecchio, di alluce, con il pensiero, con il laccio della scarpa. Certe volte segnano gli altri ed esulta lui. La definizione di Inzaghi che mi piace di più appartiene a Emiliano Mondonico: «Pippo è un innamorato del gol? No, è il gol che si è innamorato di lui». Passione bollente.

Inzaghi e Del Piero formavano una bella coppia, ma andavano d’accordo per modo di dire. Il problema era sempre il solito: uno dei due era il giocatore meno altruista del mondo, e non sto parlando di Ale. Un difetto che lo ha sempre reso grande.

Non è che Pippo e Ale litigassero, ma neppure si amavano. Diciamo che la famiglia del Mulino Bianco era un’altra cosa. Ci pensava lo spogliatoio a smussare gli angoli. Uno spogliatoio forte, tosto ai massimi livelli, con dentro gente come Antonio Conte, Ciro Ferrara, Gianluca Pessotto. E poi Montero e Zidane, di cui ho già parlato. Ale e Pippo non erano la coppia più bella del mondo, assomigliavano semmai a una coppia di fatto. Sotto lo stesso tetto, però senza troppi obblighi reciproci. Senza amore, bastava il minimo sindacale.

Lo stesso è stato fra me e la Juventus, una storia finita ancora prima di cominciare. Eravamo troppo diversi in tutto, io uomo di campagna, loro manager in giacca e cravatta. Uno Swatch contro tre Rolex, plastica contro oro. Però li ho rispettati dal primo all’ultimo giorno.

Quando mi hanno rispedito a svernare a Felegara, non ho sofferto molto. Anzi, non ho sofferto per nulla. Spesso, quando si chiude una porta, poi si apre un portone. E da lontano, con un po’ di rimbombo, quando meno te lo aspetti, senti un presidente che ti ripete la stessa frase di qualche anno prima: «Voglio vincere tutto. Diventeremo padroni in Italia, in Europa e nel mondo». Oddio, non ha ancora smesso di bere.

Ma, mi consenta, ci sto.

==================

Precedentemente in "Letture RossoNere"

Calcio totale (Arrigo Sacchi). I capitoli: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17

Fragile (Marco van Basten). I capitoli: presentazione - prologo - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18 - 19 - 20 - 21 - 22 - 23 - 24 - 25 - 26 - 27 - 28 - 29 - 30 - 31 - 32 - 33 - 34 - 35 - 36 - 37 - 38 - 39 - 40 - 41 - 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 48 - 49 - 50 - 51 - 52 - 53 - 54 - 55 - 56 - 57 - 58 - 59 - 60 - 61 - 62 - 63 - 64 - 65 - 66 - 67 - epilogo

 

banner orizz pubb mdtube
 
 
 
 
 

Su questo sito usiamo i cookies, anche di terze parti. Navigandolo accetti.