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A domani!

Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": panchine traballanti

 

Capitoli precedenti: presentazione - prefazione - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13

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ancelotti coppa

Capita che mi metta in piedi davanti allo specchio e faccia il contorsionista. Giro il collo e mi fisso il sedere. Le mie chiappone non sono un bello spettacolo, ma non è questo il punto. Le guardo e penso: “Quante ferite ci sono, anche se non si vedono”. Una scossa dietro l’altra sulla pelle. Un terremoto con epicentro proprio lì, secco, senza onda d’urto, che nel tempo mi ha aiutato a capire: ho il culo antisismico.

Appoggiato su panchine che non hanno mai smesso di traballare, ha dovuto sopportare ogni grado della scala Mercalli. Movimenti tellurici e sbalzi di corrente. Un fastidio che va avanti a oltranza: in principio fu un pizzicotto, poi le cose sono degenerate. Gli altri stanno comodi, io sono seduto su un vulcano. Da sempre.

Vivo sull’orlo dell’esonero. Lasciata la Nazionale di Sacchi, alla Reggiana in serie B sono diventato un allenatore vero: dopo tre mesi mi volevano già cacciare. C’è sempre una prima volta. Alla settima giornata eravamo ultimi, tre sconfitte e quattro pareggi, nessuno peggio di noi. Un’Armata Brancaleone e Brancaleone ero io, fra l’altro squalificato dalla Federazione perché non avevo ancora il patentino giusto per allenare. Mi ero trovato il mio vice, Giorgio Ciaschini, sfogliando l’Almanacco illustrato del calcio. Il preparatore atletico era un ex discobolo, Cleante Zat. In squadra c’era il francese Di Costanzo detto il Maradona dei poveri: del Pibe de Oro aveva il modo di calciare le punizioni, dei poveri tutto il resto. Bella compagnia di giro. Ero stato anche contestato dai miei concittadini, un po’ come essere ripudiato dalla famiglia. Colpa di Reggiana-Cosenza. Vincevamo 1-0: loro erano in nove dopo due espulsioni, noi continuavamo ad arrivare davanti alla porta con chiaro atteggiamento natalizio, in altre parole diventavamo di colpo tutti più buoni, sceglievamo chi doveva segnare, una roba mai vista. «Tira tu.»

«No, dai, tocca a te.»

«Ma no, per carità, fai gol tu che oggi è il tuo compleanno.»

Di Costanzo alzava la voce: «Posso farlo io?».

I compagni in coro: «No, tu sai tirare solo le punizioni».

A pochi secondi dalla fine, all’ultima azione, il loro portiere ha calciato lunghissimo e il pallone è arrivato nella nostra area. Sono saltati in tre: dei nostri Gregucci e il portiere Ballotta che già allora era vecchio, dei loro Cristiano Lucarelli che già allora era comunista. Due su tre si sono scontrati in volo: Ballotta e Gregucci. Lucarelli ha segnato a porta vuota. 1-1 e contestazione globale.

All’ottava di campionato ci siamo arrivati dopo una settimana di ritiro: o vincevo o mi mandavano a casa a pedate. La panchina-dance (ballava tantissimo) prima versione. La partita decisiva era Reggiana-Venezia, decisiva anche per i nostri avversari. Molti pensavano: “Oggi Ancelotti se ne va”. Sbagliato. Dopo un quarto d’ora vincevamo già 3-0. Anzi, sbagliatissimo. A dicembre eravamo primi in classifica, a fine stagione siamo stati promossi in serie A. Dalla contestazione al trionfo: in attesa degli specialisti, il primo miracolo italiano l’avevo fatto io.

Nonostante il terrificante mercato di gennaio. Giocavamo con il 4-4-2, i centrocampisti centrali Mazzola e Colucci inizialmente non davano affidamento perché erano ancora giovani, quindi abbiamo deciso di intervenire. Dovevamo mettere a posto anche l’attacco e il direttore generale Dal Cin mi aveva tranquillizzato: «Faremo grandi cose. Promesso».

Un giorno, tornando dal Torneo Anglo-Italiano, arrivo nel mio stanzino e trovo Nando De Napoli, ex compagno della Nazionale al Mondiale dell’86: «Nando, che sorpresa. Come stai?».

«Bene, Carletto, e tu?»

«Alla grande, ma potevi avvertirmi che saresti venuto a trovarmi. Saremmo andati a pranzo insieme.»

«Eh…»

«A proposito Nando, come mai da queste parti?»

«Perché sono il tuo nuovo centrocampista.»

Ho fatto finta di sorridere, mi veniva da piangere. Poi mi sono girato e dietro di me c’era Di Mauro, che era giovane, sì, ma solo qualche anno prima, quando io giocavo nella Roma. A lui non ho chiesto niente, avevo già capito tutto. Altro nuovo acquisto. Grazie Dal Cin, davvero hai fatto grandi cose. Si sono allenati per qualche tempo ma vedevo che faticavano, che non avevano i ritmi della serie B. Erano tutti e due a fine carriera e venivano da infortuni. Un giorno ho deciso di farli giocare, in trasferta contro il Foggia di Delio Rossi, una squadra che non correva: volava. Andava a mille all’ora, neppure con il pensiero riuscivamo a starle dietro. De Napoli-Di Mauro era la coppia di ragionatori della Reggiana, e si sa che per ragionare ci vuole tempo. A volte troppo. Mentre i nostri rinforzi toglievano la ruggine dal cervello, gli indemoniati del Foggia toglievano noi dal campo: 3-0 e tanti saluti. Il giorno dopo De Napoli è tornato nel mio spogliatoio, si è messo quasi in ginocchio: «Ti prego, non farmi più giocare. Quelli erano dei pazzi, correvano troppo veloce. Sono un vecchietto».

Mazzola e Colucci di colpo sono diventati affidabili e con l’età giusta, hanno ricominciato a giocare e ci hanno portati in serie A.

Sono molto affezionato a quel periodo, è stato bello. Inizio a parte, al mio primo anno da allenatore pensavo di incontrare più difficoltà. I giocatori sono stati fantastici, mi hanno aiutato in tutto, dal primo all’ultimo giorno. Come la società. Era una Reggiana senza grandi nomi, ma con persone eccezionali. Gregucci, Di Mauro, Ballotta, Mazzola, Simutenkov, Paci, La Spada, Di Costanzo, Pietranera, Gandini, Tangorra, Colucci, Schenardi, Tonetto, Cevoli, Caini, De Napoli, Strada. Grazie, ragazzi. In dodici mesi avevo già provato tutto: la paura, i fischi, la gioia, il fondo e la cima della classifica, un esonero vicino, la resurrezione, il mercato sbagliato e addirittura il Maradona dei poveri. Esperienza incredibilmente bella. E utile, perché per la prima volta mi ha fatto venire voglia di ringraziare anche Capello, il burbero che non mi faceva giocare, ma che nel frattempo aveva rifiutato di diventare l’allenatore del Parma. Quando erano già d’accordo su tutto si è tirato indietro. Perso lui, hanno chiamato me. In serie A. Sempre più dolce questa via Emilia, un ritorno alle origini, nella città dove ero cresciuto come calciatore e avevo fatto le giovanili. Ero nato a Reggiolo ma abitavo a Felegara, quindi Parma era la mia seconda casa.

Mi sono trovato dentro una campagna acquisti già fatta da altri (a volte capita…), ero un allenatore di calciatori che non conoscevo, gente che fino ad allora non avevo mai sentito nominare: Thuram, Crespo, Chiesa, Verón, Rivaldo e Cafu. Poi Bravo in arrivo dal Paris Saint-Germain, Amaral e Zé Maria. Rivaldo sapevo chi fosse, gli altri no. In più, mi volevano convincere a far giocare in serie A un bambino, un portiere che veniva dal vivaio. Pensavo che scherzassero, ma erano serissimi: «Carletto, guarda che questo è bravo. Para tutto».

«Ok, ma come si chiama?»

«Gianluigi Buffon.»

«E chi è?»

A decidere gli acquisti erano Sogliano e il cavalier Pedraneschi, il figlio di quello che, quando avevo quindici anni, era venuto a prendermi al paesello per farmi giocare nel Parma, dopo che ero stato scartato da Reggiana e Modena. Per meriti famigliari acquisiti, il cavaliere, il primo di una lunga serie, era creditore nei miei confronti. Ecco perché non ho contestato la campagna acquisti, che in extremis aveva comunque perso Verón richiesto dalla Sampdoria per Chiesa, Rivaldo che voleva troppi soldi (sostituito da Strada che avevo allenato a Reggio) e Cafu che all’ultimo secondo non se l’era sentita di lasciare il Palmeiras, club brasiliano controllato dalla Parmalat.

«Vabbe’, mi arrangerò con quello che ho in casa», e cioè con Apolloni e Minotti che giocavano in Nazionale, Cannavaro, Bucci in porta e Zola. C’era anche Crippa, uno tosto per davvero.

L’obiettivo era lottare per lo scudetto, ma siamo partiti malissimo. Non capivo molto. Davanti avevo visto le potenzialità enormi di Chiesa, ma diventava difficile la coabitazione con Zola. Non volevo abbandonare il 4-4-2, quindi ho provato a spostare Gianfranco largo a sinistra a centrocampo, anche se non era il suo ruolo. Dietro non avevo ancora intuito che la coppia Thuram-Cannavaro fosse spaziale. Avevo fatto un po’ di confusione, colpa assolutamente mia. Poi Zola se n’è andato via, abbiamo ceduto Amaral e preso Stanić. Così si sono sistemate le cose. A quel punto, il mio Parma era questo: Buffon in porta; difesa a quattro con Zé Maria, Thuram, Cannavaro e Benarrivo; a centrocampo, da destra a sinistra, Stanić, Dino Baggio, Sensini e Strada; Crespo e Chiesa in attacco. Ne sono convinto ancora oggi: non ero un visionario, in quel momento erano sconosciuti per davvero. Squadra pazzesca, lo so, ma dirlo adesso è facile. Nei primi mesi non riuscivamo a ingranare, eravamo quintultimi in classifica. Al cavalier (un altro…) Tanzi è venuta un’idea nuova: «Mandiamo via Ancelotti». Solito terremoto, solite scariche, solito bruciore. In pratica, ero il primo uomo con le stimmate al culo.

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