
A domani!
Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": sogno Mondiale
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Parigi. Quando ho incontrato Abramović, guardando l’orizzonte vedevo Londra. Ma, quando c’ero stato con Sacchi, davanti a me avevo visto più che altro piante e fiori. Sul campo ero diventato il suo vice, fuori un commesso viaggiatore. Una partita dietro l’altra, giocatori da studiare, sempre in giro per l’Europa, e mi piaceva. Ho imparato molto, a Parigi anche il latino. Una mattina presto eravamo nella hall di un albergo (non il George V…) ad aspettare l’aereo fissato per il tardo pomeriggio. Arrigo era più schizzato del solito: «Carletto, hai mai visitato il Louvre?».
«No, non sapevo neanche che stesse male…»
Era una battuta, ma lui è tornato alla carica: «Dai, Carletto, andiamo al Louvre, andiamo al Louvre».
«Per me va benissimo, per me va benissimo.»
Via in taxi, neanche il tempo di sognare la Gioconda che siamo arrivati. Chiuso, blindato, nessuna possibilità di entrare. «Arrigo, non vorrai andare in aeroporto già adesso?»
«No, Carletto, andiamo a fare un giro.» Purtroppo, vicino al Louvre c’è un parco enorme. Piante e fiori, una distesa immensa. «Guarda, Carletto, è bellissimo. Andiamo a fare due passi lì dentro.» Io, lui, Parigi, noi insieme al parco, gli uccellini che cantavano. Un solo pensiero: speriamo che non ci veda nessuno.
«Carletto, facciamo veloce.» Velocissimo. Quattro ore. Quattro. Una lezione di botanica senza precedenti. Conosceva tutte le piante e tutti i fiori del mondo. Tutto. «Carletto, questo è il Crataegus monogyna», come non riconoscerlo. Se l’avesse chiamato biancospino comune, certo sarebbe stato più semplice. «Bello, Arrigo. Bellissimo.» Mi faceva schifo, ma non avevo il coraggio di confessarglielo. Si fermava a ogni metro, guardava e spiegava: «Incredibile, Carletto, c’è anche il Narcissus pseudonarcissus».
Eh sì, incredibile davvero, soprattutto perché non avevo idea di che cosa stesse blaterando.
«È il narciso trombone, Carletto.»
Fermi tutti. Non ho visto la Gioconda e mi proponi il narciso trombone? Ma trombone in che senso? Ho iniziato a pormi delle domande. Anche profonde. Tipo: perché il tempo non vola mai in questo parco di merda?
«Oh, il Rhodothamnus chamaecistus… E l’Impatiens glandulifera… Ora ti spiego due cose sul Ligusticum mutellina.»
Grazie, grazie davvero. Voglio sapere tutto sul Ligusticum mutellina. Stavo impazzendo. L’Urlo di Munch, solo con la faccia un po’ più gonfia. Sul Ficus benjaminus ho alzato bandiera bianca, mi sono arreso. Niente di personale contro il Ficus, ma quando è troppo è troppo. Alla quarta ora ho guardato l’orologio: «Arrigo, annamo».
«Sì, Carletto, sennò perdiamo l’aereo.»
Viva l’Alitalia.
In quel periodo ho imparato a vedere Sacchi in maniera diversa. Un po’ di soggezione era rimasta, però il rapporto era diventato più sentito. Più intenso. Ho iniziato a volergli bene per davvero. Nel lavoro continuava a chiedere molto a se stesso ma anche a chi stava al suo fianco, che per me era il modo migliore per imparare. Mi piaceva. Io e Pietro Carmignani eravamo i suoi vice: Carmignani andava in panchina con lui mentre io seguivo le partite dalla tribuna e facevo lo score. Il terribile score. Una relazione dettagliata su quello che succedeva in campo. Ora è semplice, è tutto computerizzato, una volta c’era da diventare scemi. Anzi, io sembravo scemo per tutta la partita, perché parlavo ad alta voce mentre un mio collaboratore annotava quello che dicevo. Passaggio di Baggio, tiro di Albertini, movimento di sganciamento di Mussi, movimento di smarcamento di Baggio, conclusione di Baggio. Così, dall’inizio alla fine, senza pause. Chi per sua sfortuna era seduto vicino a noi, a un certo punto se ne andava. Eravamo insopportabili, ma per necessità. Sacchi voleva così.
E tutto sommato, finché lo score da fare era quello dell’Italia, nessun problema. Ho incontrato le vere difficoltà al Mondiale del 1994, negli Stati Uniti. Dovevo preparare le statistiche dei nostri avversari, solo che spesso lo scoprivamo con due soli giorni di anticipo contro chi avremmo dovuto giocare. A quel punto dovevo guardare le videocassette delle tre partite precedenti giocate da quella squadra e, intanto, fare lo score. Tutto in una notte. Anche quello mi è servito: ho imparato a stare attento ai particolari. Così fino a Italia-Nigeria, ottavi di finale. Solita trafila, io in tribuna a dare fastidio ai vicini: passaggio di Oliseh, lancio di Oliseh, smarcamento senza palla di Amunike. Al settantesimo, con la Nigeria avanti 1-0, ho incominciato a domandarmi da che parte saremmo potuti rientrare in Italia senza prenderci i pomodori. Da Lampedusa. O da Como. Dal basso o dall’alto, era una scelta difficile. Ho smesso di fare lo score, senza tenere conto di Roberto Baggio: due gol, di cui uno al supplementare, e Italia avanti. Soprattutto, non avevo tenuto conto di Sacchi: «Carletto, le statistiche?».
«Ecco, Arrigo, le ho fatte solo fino al settantesimo.»
«E perché, scusa?»
Non capiva. «Diciamo che avevo altro a cui pensare.»
Non solo io comunque: ho visto tanti giornalisti bestemmiare e piegarsi sotto le scrivanie per ricomporre gli appunti, appallottolati e buttati via pochi minuti prima. Più o meno quello che ho fatto io di notte. Cassetta nel videoregistratore, play e ultimi venti minuti di Italia-Nigeria.
Di quel Mondiale ’94 ho un ricordo straordinario, nonostante il clima. Faceva un caldo infernale, c’era un’umidità insopportabile, dopo cena ti veniva voglia di andare a letto e svenire, ma puntuale arrivava la richiesta di Sacchi: «Andiamo a fare una passeggiata?». No, la passeggiata no. Peccato che non ci fosse possibilità di discussione, vinceva lui, con un unico punto a mio favore: in giro non c’erano né piante né fiori. E nessuno parlava latino.
Uscivamo dal ritiro io, Arrigo, Carmignani, il preparatore atletico Pincolini e Viganò, lo psicologo della Federazione, perché con quel gruppo a spasso per l’America poteva succedere di tutto. Quattro zombi che si trascinavano più Arrigo, che non si scaricava mai. Aveva ceduto solo una volta, un anno prima, quando la Federazione ci aveva spediti a New York per un sopralluogo. A Brooklyn c’era una festa organizzata dalle famiglie italoamericane, con due ospiti d’onore: io e lui. L’accoglienza era stata grandiosa, fatta di sole tre parole: «Dovete convocare Schillaci».
Buongiorno anche a voi.
«È un nostro concittadino.»
Allora io avevo sussurrato all’orecchio di Sacchi: «Arrigo, andiamo via di qua finché siamo in tempo».
Loro però gli avevano urlato, sempre all’orecchio: «Dovete convocare Schillaci».
Grazie, vi vogliamo bene anche noi. Mafia, ’ndrangheta, camorra, sacra corona unita, credo ci fosse di tutto.
«Arrigo, dammi retta, andiamo.»
«Sì, Carletto, andiamo, andiamo. Qui tira una brutta aria.»
«Veloce, Arrigo, prima che arrivi una sventagliata di mitra.»
Buonasera a tutti e grazie per l’invito.
«Dovete convocare Schillaci.»
Ma andate affanculo. Quando ci vuole ci vuole.
Mi sono divertito anche lì, momenti di distrazione fra uno schema e l’altro. Sacchi non mollava mai, parlava sempre di lavoro, pensava di continuo a come migliorare l’Italia e migliorarsi.
Come si diventa allenatore l’ho imparato da lui. Come si imposta il lavoro, come si preparano gli allenamenti, come si gestiscono i diversi periodi e i diversi giocatori. Vivere al suo fianco è stata una delle cose più interessanti che mi siano capitate. Peccato solo per il Mondiale perso in finale, ma davvero non avremmo potuto fare di più. Il caldo e l’umidità non si reggevano. Eravamo arrivati al capolinea e dovevamo ancora giocare la finale. La sera prima di Italia-Brasile, a Pasadena, dal discorso fra Arrigo e il massaggiatore Bozzetti abbiamo capito che saremmo stati spacciati.
«Claudio, hai fatto i massaggi ai giocatori?»
«Sì, Arrigo.»
«E come stanno i muscoli?»
«Arrigo, quali muscoli…?»
Erano finiti. Non ce n’erano più. I giocatori stavano in piedi per inerzia, forse per miracolo. Arrivavano da partite giocate con il cento per cento di umidità. All’intervallo i calciatori – Nicola Berti su tutti – rientravano nello spogliatoio dicendo sempre la stessa cosa: «Cambiatemi. Non gioco più». Erano rossi da fare schifo. Li immergevamo nel ghiaccio e cercavamo di rianimarli. Abbiamo giocato la prima partita a New York contro l’Irlanda: appena arrivati allo stadio, siamo andati sul campo. Non ci si poteva stare. C’erano quarantadue gradi, il novanta per cento di umidità. Quei geni della Fifa ci facevano giocare a mezzogiorno. Per non spaventare i ragazzi io e Carmignani ci stendevamo sul prato e dicevamo: «Oh, finalmente oggi si sta bene. È più fresco del solito». A quel punto i giocatori ci guardavano in faccia e pensavano che il sole ci avesse fritto il cervello.
Dopo Usa ’94 ho fatto ancora un anno con Sacchi, per le qualificazioni europee. Poi mi ha chiamato la Reggiana.
Il Mondiale americano è stato fantastico. Decisamente più bello rispetto ai due che avevo vissuto da giocatore: Messico ’86 da turista e Italia ’90 senza troppe emozioni. Negli Stati Uniti è stata tutta un’altra cosa, una felicità che non finiva mai. È per questo che voglio rifare un Mondiale allenando una Nazionale africana (per quella italiana c’è tempo), cioè una squadra dal potenziale infinito, tutto da scoprire. Là qualità e talento non mancano, come non mancano i contatti con i dirigenti della Costa d’Avorio.
Io e Drogba, bella storia.
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