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A domani!

Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": Montero e l’Avvocato, pazzi per Zizou

 

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ancelotti coppa

Sembrava di essere in un tribunale, non nello spogliatoio della Juventus. Era pieno di avvocati, tutti pronti a difendere Zidane, il mio primo ricordo bianconero. Penso a Torino e mi viene in mente lui. L’uomo dei sogni era innocente a prescindere, protetto com’era dai suoi costosissimi legali: Gianni Agnelli e Paolo Montero, Avvocato e basta il primo, avvocato senza laurea il secondo, purché ci fosse da picchiare. La strana coppia. Alleati nel nome di Zizou, cometa discesa dal cielo e poster disceso dal muro. Benvenuto fra noi, Nostro Signore del Pallone.

Erano ombre e angeli custodi, non lo lasciavano mai solo. Agnelli era pazzo di lui, Montero era pazzo e basta. Guardavano Zidane e vedevano la luce, un semaforo eternamente acceso sul verde. La precedenza al trasporto eccezionale, e pazienza se qualche volta si presentava in ritardo.

Un giorno, al mio primo anno sulla panchina della Juventus iniziato nel febbraio ’99, dovevamo partire per una trasferta e lui non c’era. Sparito, con il telefono spento. Un po’ l’ho aspettato, poi ho deciso: «Andiamo».

«Ma, Carletto, come fa a raggiungerci?»

«Si arrangia.»

Dal fondo del pullman è partito Montero, diretto verso di me. Considerata la cattiveria dello sguardo, mi aveva sicuramente scambiato per Pasquale Bruno. «Mister, ti devo parlare.»

«Aspetta, Paolo, partiamo e poi sono da te.» Si è piazzato davanti all’autista: «No, è questo il punto. Senza Zidane da qui non si muove nessuno».

Mi sono preso qualche secondo per riflettere. Ho valutato la situazione con una certa lucidità: “Allora, davanti a me ho un folle omicida, mi sta fissando negli occhi e intanto stringe i pugni. Fra i buoni e i cattivi ha sempre sacrificato i buoni, punta il pallone e prende la gamba, punta il piede e prende la gamba, punta la gamba e prende la gamba”.

«Ok, Paolo, lo aspettiamo.» La salute prima di tutto.

Zizou è arrivato dopo dieci minuti, ha chiesto scusa e ci siamo messi in viaggio.

Zidane è stato senza dubbio uno dei più grandi giocatori che abbia mai allenato. Unico abitante di un mondo a parte. Prima delle partite l’Avvocato entrava nello spogliatoio, salutava Del Piero e poi andava dritto da lui. Era innamorato perso, lo prendeva da parte e gli parlava, scena vista decine di volte. Spesso lo accompagnavano i nipoti John e Lapo Elkann: si presentavano davanti alla squadra e andavano da Zidane. Pure loro. Quindi era il turno di Moggi: da Zidane. E di Giraudo: da Zidane. E di Bettega: in disparte in un angolo, perché era il più schivo.

È allora che ho iniziato a soffrire di solitudine, mi ignoravano e andavano tutti da Zidane. A volte, anche i tifosi. Come una mattina alle quattro, all’aeroporto di Caselle. Tornavamo da Atene, avevamo appena fatto una figuraccia in Champions League contro il Panathinaikos e abbiamo trovato ad aspettarci un gruppetto di ragazzi che non ci volevano esattamente rendere omaggio. Al passaggio di Zidane l’hanno spintonato, è stata la loro condanna. Non a morte, ma quasi. Montero ha visto la scena da lontano, si è tolto gli occhiali con un’eleganza che pensavo non gli appartenesse e li ha messi in una custodia. Bel gesto ma pessimo segnale, perché nel giro di pochi secondi si è messo a correre verso quei disgraziati e li ha riempiti di botte. Aiutato da Daniel Fonseca, un altro che non si faceva pregare. Già mi immaginavo Rino Tommasi dietro di loro, appena fuori dal ring: “Un destro, un sinistro, ancora un sinistro. K.O. tecnico, Zinédine è salvo, Zinédine è salvo”.

Quante mazzate a quei poveracci. Ne hanno lasciati un po’ al tappeto, il problema è che dopo qualche ora ci siamo accorti che erano ultras, di quelli abbastanza cattivi, e infatti nei giorni successivi sono venuti a cercarci.

La nostra era una squadra pronta alla battaglia. Da una scintilla scoppiava l’inferno. Paolo, Fonseca, Edgar Davids: l’Accademia della Crusca al gran completo. Annusavano aria di rissa e ci si buttavano dentro.

Una volta all’Olimpico di Roma, nell’intervallo di una partita, eravamo già tutti nello spogliatoio. All’esterno si è sentito un trambusto pazzesco, Montero ha urlato «C’è Zidane» (una fissazione…) ed è uscito per controllare di persona. Si è buttato in mezzo al casino, salvo poi scoprire che erano tutti giocatori della Roma impegnati a litigare fra loro. Si sono visti piombare addosso Montero, pronto a raderli al suolo senza motivo.

Paolo adorava Zizou, io adoravo anche Paolo, puro di cuore e di spirito. Un galeotto mancato, ma con un suo codice d’onore. E una missione per cui era pronto a combattere: «Giù le mani da Zidane».

Di pazzesco, Zizou aveva pure il figlio, Enzo, che veniva allo stadio e imitava le finte del padre. Non ne sbagliava una: erano un genio e la sua controfigura. Sono sempre più convinto di aver allenato un mostro. Mostro in tutto, umile e dal talento straordinario.

Zidane – che sarebbe poi diventato il mio vice al Real Madrid – è forse il calciatore che nella mia vita mi ha fatto divertire di più, uno spettacolo vivente che andava in replica tutti i giorni. La definizione migliore di lui l’ha data José Altafini: «Con il piede, è come se spalmasse del burro sul pane». Aveva un limite: non riusciva a fare tanti gol, era poco presente in area. Allergico a quella zona del campo, ma padrone di tutte le altre.

Gli allenamenti erano la sua passione e pure la nostra. Lui inventava e noi stavamo a guardare: io perché il ruolo me lo imponeva, i suoi compagni perché un artista non lo si ferma. Lo si ammira. Ogni tanto, anche durante la settimana, appariva l’Avvocato: lo vedevamo e ci fermavamo, più si avvicinava e più io mi spostavo. Per rispetto ma non solo, tanto sapevo esattamente dove sarebbe andato: prima da Del Piero e poi da Zidane. Ovviamente, c’erano anche John e Lapo: da Zidane. Moggi: da Zidane. Giraudo: da Zidane. Bettega: leggermente defilato, ma con lo sguardo rivolto a Zidane. Che era timido e parlava poco, più che altro erano discorsi con se stesso: con Zidane. Sempre sorvegliato a vista dai reparti speciali bianconeri, Montero e Davids.

Edgar è stato uno dei primi giocatori con cui ho parlato da allenatore della Juventus. Mi piaceva tantissimo e gliel’ho detto subito: «Apprezzo il tuo modo di giocare, la tua aggressività, la tua determinazione e la tua decisione. Si vede che non molli mai, che sei un lottatore». Cercavo di elogiare tutte le sue doti fisiche, ma lui mi fissava e non parlava. Direi che mi guardava come uno stronzo. Ascoltava senza aprire bocca, solo alla fine ha espresso un concetto: «Guarda che so anche giocare a pallone».

Vero, però la tecnica non è mai stata il suo punto di forza. Amava il lavoro, ma gli faceva schifo correre, quindi bisognava inventare ogni giorno allenamenti specifici con la palla. Come quando si deve dare una medicina a un bambino: se gliela si propone da sola, la sputa; se la si nasconde in mezzo alla Nutella, si hanno maggiori possibilità. Prima di far fare una cosa a Edgar, dovevo spiegargliene il motivo, quali e quanti vantaggi gli avrebbe portato. Era perfezionista e pure un po’ rompipalle. Ringhia e corri, che siamo tutti felici.

Del Piero, felice, lo era un po’ meno quando l’ho conosciuto. Sono arrivato a Torino e lui stava tentando di rientrare dopo l’infortunio al ginocchio. Aveva perso smalto e reattività, ma gli ho sempre dato fiducia; non aveva un rendimento eccezionale, però era e resta uno a cui non si deve rinunciare. Mai. L’ho sempre pensato, anche qualche anno dopo, quando Capello allenava molto la Juventus e un po’ meno il suo capitano.

Ale è un leader nato e non lo si può lasciare fuori, punto e basta. Il primo anno l’ho fatto giocare in condizioni in cui altri allenatori l’avrebbero spedito in panchina (Capello immagino in tribuna o in castigo a casa, senza merendina). Sentivo di doverlo aiutare, lo meritava: da un punto di vista professionale è sempre stato serio e concentrato, umanamente un fuoriclasse e tecnicamente qualcosa di più. Un’essenza che sfugge, difficile da definire nella sua bellezza.

Quando sono diventato allenatore del Milan, l’avrei portato volentieri con me, qualche timido tentativo l’abbiamo pure fatto, ma Del Piero è la Juventus e la Juventus non era in vendita. L’Avvocato lo chiamava Godot, come quello che tutti aspettano ma che non arriva mai, e Ale non sopportava quella definizione. Era arrabbiato ma non poteva dirlo, perché Gianni Agnelli era Gianni Agnelli, un’icona con un’idea che iniziava a girargli per la testa: portare Paolo Maldini in bianconero.

È stata una delle rare volte in cui l’Avvocato si è lasciato andare, in cui ha anteposto un difensore alla magia. Normalmente veniva rapito dagli artisti del gol. Non era il solo a ragionare così: qualche tempo più tardi avrei conosciuto un presidente che – potendo – avrebbe fatto giocare undici attaccanti, salvo poi pensare di cacciarmi se la squadra fosse stata troppo sbilanciata.

Il sogno dell’Avvocato, almeno quella volta, è rimasto tale. E magari per questo lo assaporava meglio. Gli veniva voglia di Maldini, forse erano proprio quelli i momenti in cui saliva in macchina e si faceva accompagnare da noi, al campo. Anzi, da lui, da Zidane. La sua consolazione perfetta.

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