
A domani!
Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": Ancelotti, l’anti-fantasia
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Forse Tanzi avrebbe voluto portarmi alla Parmalat. Stamparmi una bella data di scadenza addosso e vendermi al chilo, e avrebbe anche fatto un affare. Carletto, da consumarsi preferibilmente entro breve. Mangiatene finché ce n’è.
Natale si avvicinava. L’ultimatum è partito dopo un pareggio con l’Atalanta. Un solo obbligo: non perdere. E non sapevo nemmeno se mi sarebbe bastato. Prima della sosta avevamo due trasferte, a Vicenza e a San Siro contro il Milan di Sacchi. La prima è andata bene, mi ha salvato Benarrivo con un tiro svirgolato e da fuori area. Molto più di un gol della domenica. Almeno un gol di tutta la settimana. È finita 1-1: poteva andare peggio, ma secondo Tanzi doveva andare meglio. Non gli piacevamo molto in quel periodo, ma non aveva potuto annullare la cena di Natale già programmata a casa sua, proprio pochi giorni prima che partissimo per Milano. Ci siamo scambiati i doni, i giocatori mi hanno regalato un set di valigie. Eravamo ospiti di chi avrebbe fatto volentieri a meno di vederci. «Buonasera, cavaliere.»
«Buonasera a lei, lo sa che la squadra va male?»
Diciamo che l’avevo intuito.
«Carletto, deve sapere che se non vince contro il Milan io la mando via.»
«Buon Natale anche a lei, cavaliere.»
Mi è passata la fame, credo per la prima e unica volta nella mia vita. Battere il Milan nel suo stadio, impossibile o quasi. La voce è girata, anche i consiglieri di Tanzi cercavano di fargli cambiare idea: «Presidente, giochiamo a San Siro, un pareggino può andare bene.»
«Bisogna vincere e vinceremo.»
Se non sbaglio, frase già detta da qualcuno. Alla fine della cena si era convinto che anche un punto mi avrebbe salvato. E non aveva bevuto più di tanto. Solo latte parzialmente scremato.
Avevo brutte sensazioni. Non ero ottimista. Ma ho preso l’iniziativa: la sera prima della partita ho riunito tutto lo staff nella mia stanza, in ritiro all’hotel Doria. Abbiamo stappato lo champagne e abbiamo brindato: «Alla nostra». Ci siamo salutati dicendo che era stato bello. Breve ma intenso. Un party d’addio, abbastanza triste. E invece l’avventura è continuata, abbiamo vinto per 1-0. A San Siro. Contro il Milan. Appena prima della sosta del campionato. Ho sempre sospettato che in quel modo Sacchi abbia voluto farmi un regalo di Natale, magari avrebbe considerato il mio allontanamento come una sconfitta anche sua.
Dopo la sosta, 1-0 anche contro la Juventus. In quella stagione abbiamo vinto undici volte per 1-0. Undici. Perché in porta avevamo uno sconosciuto, Buffon. Due difensori centrali che valevano poco, Thuram e Cannavaro. Un attaccante alquanto scarso, Crespo.
Altro giro e stesso regalo: come a Reggio Emilia, anche a Parma stavamo ribaltando la classifica. Dal basso verso l’alto, a velocità supersonica. Lo scudetto ce lo siamo giocati al ritorno contro il Milan (1-1), ma soprattutto a Torino contro la Juventus. Vincevamo di nuovo per 1-0, poi Collina ci ha fischiato contro un rigore scandaloso. Una vergogna. C’era stato un contrasto fra Cannavaro e Vieri, tutti e due in tuffo: rigore inesistente. Inventato. Un abbaglio. Mentre Collina tornava verso centrocampo, io dalla panchina gli urlavo: «Bravo, bravo, bravo». E ancora: «Bravo, bravo, bravo». Lui è venuto verso di me, mi sono alzato, ha tirato fuori il cartellino rosso. Non ci volevo credere. «Ma che cosa fai?»
«Ti butto fuori.»
Quello l’avevo capito, ma mi sarei aspettato una risposta più articolata. Espulso direttamente: credo che pochi allenatori al mondo abbiano avuto tale onore.
Alla fine della partita sono andato a cercarlo e gli ho chiesto perché mi avesse cacciato. Dove non erano riusciti i presidenti era arrivato lui.
«Ti ho espulso perché ho visto dal labiale che mi hai dato del coglione.»
«Sbagli, quello l’ho solo pensato.»
Bravo davvero. Mi aveva letto nel pensiero.
Quando le cose andavano male, io cercavo invece di leggere nella testa dei miei giocatori. Chiedendo il loro aiuto. Nell’imminenza della crisi, appena prima di pareggiare contro l’Atalanta, avevo convocato la squadra nello spogliatoio. Riunione d’emergenza, c’erano un po’ di cose da capire. Sono stato molto schietto: «Guardate che se le cose fra me e voi non vanno bene, credo sia giusto che ce lo diciamo in faccia. Se non c’è sintonia fra noi, è inutile aspettare che il presidente mi mandi a casa: se da questa riunione vedo che la pensiamo in maniera diversa, vado io da Tanzi per dirgli di cercarsi un altro allenatore. Quindi vi chiedo la massima sincerità». Devo ammettere che lì nessuno si è tirato indietro, a partire da Melli, chiarissimo nel suo discorso: «Spero che ti mandino via, così finalmente inizio a giocare». L’ho apprezzato: eravamo lì apposta per dirci tutto. Ha fatto bene, anche lui mi ha aiutato a capire com’era l’ambiente dentro al gruppo. In generale, c’era comunque la voglia di non separarci. E quello che volevo portare avanti era condiviso. Ho avuto la netta sensazione che le cose sarebbero migliorate in fretta, e così è stato.
Siamo arrivati al secondo posto, che voleva dire qualificazione al preliminare di Champions League. Come primo anno niente male.
Il secondo è andato peggio. Abbiamo cercato di rinforzare la squadra ottenendo l’effetto contrario. Siamo arrivati al primo girone di Coppa e al Tardini, contro il Borussia Dortmund allenato da Scala. Lì Crespo ha fatto ricredere una città: ha segnato e poi si è portato le mani alle orecchie, credo sia stato il primo calciatore a farlo. «Oddio, è sordo?»
Ho tranquillizzato tutti: «No, è solo incazzato».
“E ora contestatemi se ne avete il coraggio”, gesto chiarissimo.
Hernán non era amato, era stato fischiato molto nei primi tempi, i tifosi non lo apprezzavano. Era un grandissimo talento e un ragazzo molto serio, ma non piaceva. Prima di quel gol, fischi e pernacchie.
Contro il Borussia tutti mi chiedevano di sostituirlo, uno dietro la panchina ha iniziato a urlare a partita appena iniziata: «Cambia. Cambia. Cambia». «Cambia, cambia, cambia.» Ma va’ a cagher. Non l’ho tolto, ha segnato, abbiamo vinto e mi sono presentato in sala stampa: «Vorrei dire al pubblico di Parma che non tirerò mai fuori dal campo un giocatore fischiato». Hanno fischiato me, ma non potevo autosostituirmi.
A Parma sono stato criticato molto, specialmente nel mio secondo e ultimo anno. Erano tutti pronti a dire la loro, un po’ troppo snob. Parma (come Reggio Emilia) è nata come città agricola, poi però si è evoluta a livello industriale e ha smarrito quella cultura contadina a cui mi sento più legato. Abbiamo perso la partita contro la Fiorentina di Malesani; e quindi Tanzi, per non sbagliare, per l’anno successivo ha preso proprio Malesani. Senza Fiorentina, perché gli sarebbe costata troppo.
Io stavo antipatico ai vecchi dirigenti del Parma, soprattutto per aver rinunciato – cosa mai digerita – a Roberto Baggio. Alla fine della mia prima stagione a Parma, Roberto aveva già trovato l’accordo con la società, ma voleva un posto da titolare. Pretendeva anche di partire dietro le punte, ruolo che nel 4-4-2 non esiste. Non mi andava di cambiare il sistema di gioco e gliel’ho detto: avevo appena conosciuto la serie A e non avevo intenzione di stravolgere le mie idee. Gli ho telefonato: «Ti prendo volentieri, ma sappi che ho intenzione di farti giocare da attaccante. E sei in concorrenza con Crespo e Chiesa».
Sono stato rigido, non volevo avere conflitti né problemi. Lui non era d’accordo, già mi immaginavo il codino che si alzava in segno di protesta. La sua risposta è stata chiarissima: «Voglio continuità, ho bisogno di giocare sempre». E infatti dal Milan è andato al Bologna.
A distanza di anni, mi sono pentito. Ho sbagliato a essere così intransigente, con il tempo ho imparato che una soluzione per far coesistere tanti grandi giocatori alla fine si trova. A Parma pensavo ancora che il 4-4-2 fosse lo schema ideale per eccellenza, non era così. Se avessi la macchina del tempo, tornerei indietro e, Baggio, eccome se lo prenderei. Avrei potuto gestire la situazione in maniera diversa. Tutto questo, ovviamente, mi ha causato dei problemi. Sono stato etichettato come quello che non voleva i trequartisti, e non era del tutto sbagliato. D’altronde, l’anno prima avevo rinunciato anche a Zola. Ancelotti l’anti-fantasia. Datemi tutto, ma non la maglia numero 10. La verità è che avevo paura di spostarmi su un terreno che credevo di conoscere poco. È stata una mancanza di coraggio, ma ho recuperato negli anni successivi. Il coraggio mi è venuto, anche perché sono andato ad allenare la Juventus. E, Zidane, in panchina proprio non ce lo potevo mandare.
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