
A domani!
Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": per il sentimento, prego rivolgersi altrove
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Da maiale che non poteva allenare, Torino non mi piaceva. Troppo triste, lontana un paio di galassie dal mio modo di essere. Indietro Savoia, arriva il ciccione dei tortellini. La Juventus era una squadra che non avevo mai amato e che probabilmente non amerò mai, anche per l’accoglienza che qualche mente superiore mi riserva tutte le volte che torno. Per me è sempre stata una rivale, anche da ragazzino, quando ero interista fin nel midollo (già…) e stravedevo per Sandro Mazzola.
Improvvisamente mi sono trovato dall’altra parte della barricata, dall’altra parte di me stesso. Per pura scelta professionale. Peccato che io abbia sempre avuto un grave difetto: quando alleno una squadra, ne divento il primo tifoso. Non succede a tutti, su questo sono pronto a scommettere. Ma io mi faccio coinvolgere emotivamente, mi prende una passione travolgente e passeggera. Non che sia aziendalista, sono solo un romanticone. A tempo. Rispetto la cultura e la storia delle società per cui lavoro, credo che sia un modo corretto di porsi, si può e si deve fare così. Non è giusto arrivare in un club e comandare.
Alla Juventus, a comandare, ci pensava la Triade, da cui sono sempre stato tutelato. Molto. Mi hanno mandato via dopo due anni e mezzo, questo però è un altro discorso. Fino a quando sono stato il loro allenatore, Moggi, Giraudo e Bettega mi hanno fatto sentire il migliore del mondo. A parole e con i comportamenti. Sono stati impeccabili, almeno con me.
Trovo inspiegabile che una società metta un allenatore in discussione durante la stagione, è un atteggiamento inconcepibile e controproducente. Alla Juve io sentivo la stima dei dirigenti anche quando le cose andavano male: c’erano riunioni durissime, qualche giocatore che stava per piangere l’ho visto, ma pure in quei momenti mi trattavano come un re. Erano sempre presenti, all’allenamento e alle partite, vivevano con la squadra e sapevano tutto di tutti. L’assenza dei dirigenti non paga, e loro l’avevano capito.
La Juventus era un ambiente totalmente nuovo per me. Diverso. Non mi sono mai sentito a casa, mi sembrava di essere l’ingranaggio di una grande azienda. Per il sentimento, prego rivolgersi altrove. Sul lavoro tutto bene, fuori zero contatti. Avevo rapporti quotidiani con Moggi, eravamo vicini di casa. Abitavo sotto di lui, in via Carlo Alberto. Dei tre è stato quello con cui ho legato di più, mi voleva bene ed era ricambiato. Lo sento ancora, come Giraudo, mentre Bettega è sparito.
Che Lucianone fosse un personaggio importante e influente lo sapevano tutti, anche qualche arbitro. Uno in particolare. Chiunque rispettava Moggi, quindi sì, nei suoi confronti c’era sudditanza. La sua forza e poi la sua condanna sono state le pubbliche relazioni: non diceva mai di no, incontrava anche trenta persone al giorno. La disponibilità non gli mancava, questo l’ha reso più forte e più odiato. Il fatto di essere alla Juventus l’ha fatto diventare potente, ecco perché qualcuno si faceva condizionare con una certa facilità. Tutti agnellini di fronte a un orco che poi così orco non era. Neppure un santo, ci mancherebbe.
Intorno a sè Luciano aveva molti agnellini e pochi Agnelli. Di quelli veri. Le decisioni importanti spettavano a Umberto, il Dottore, più ruspante dell’Avvocato. A me piaceva moltissimo suo figlio Andrea, una persona di enorme spessore morale. Un ragazzo straordinario. Mi stimolava, mi dava una mano, mi diceva di stare tranquillo quando le vittorie non arrivavano. Era un punto di riferimento.
L’uomo della Famiglia era soprattutto Giraudo, che sapeva pure ridere e prendermi in giro. Una volta abbiamo scommesso su una partita: io ho accettato la sfida anche se lui, come dire, era avvantaggiato. Indovinava spesso i risultati degli altri… In palio c’era una cena per venti persone, e ovviamente ho perso. Giraudo ha voluto esagerare: «Carletto, si va tutti a mangiare il tartufo». Economico.
Il Gruppo Vacanze Piemonte è andato in trasferta da Torino al Castello di Annone, vicino ad Alba. Tra gli affamati c’era anche Galliani, all’epoca molto molto molto amico della Triade. Che con lui diventava un poker. Sembrava che non mangiassero da mesi: continuavano a grattare il tartufo. Magna de qua e magna de là, non si finiva più. Un gratta e perdi, tanto quello che doveva pagare ero io. E poi lo champagne a fiumi, «il migliore che hai» ha ordinato Giraudo. Erano tutti ubriachi, finalmente una Juventus frizzante. Intanto io iniziavo a fare i conti, a cercare di capire quanto mi sarebbe costata quella scommessa probabilmente truccata. Almeno duecentomila lire a testa, che per venti faceva quattro milioni. Ma ero stato ottimista: «Signor Ancelotti, ecco il totale». Dieci milioni. Dieci. Aspettavo una ricevuta, mi hanno portato un papiro babilonese. Mezzo metro di conto. Mi è venuto un colpo, ho tirato fuori il libretto degli assegni, odiandoli tutti. La cravatta di Galliani da gialla era diventata viola, tanto ci aveva dato dentro con lo champagne.
Dietro di me qualcuno rideva. Era ancora Giraudo, che sapeva essere simpatico, nonostante in pubblico fosse sempre serio, al limite dell’arroganza.
«È uno scherzo, Carletto. Pago io.» Il futuro di Katia e Davide, i miei figli, era salvo.
Giraudo e Moggi mi mettevano sempre in mezzo. Un giorno ad Atene, nel novembre 2000, mi hanno fatto fare la figura del pirla, molto prima che Colui che discese dal cielo pronunciasse ad Appiano Gentile la famosa frase: «Non sono un pirla». Eravamo in ritiro e io un pomeriggio mi ero appisolato. È squillato il telefono della camera, ho trovato per miracolo la cornetta e ho risposto: «Si svegli, c’è l’Avvocato in linea». Allora sono scattato sull’attenti, con i mutandoni ascellari alla Fantozzi e ho cercato di riprendere i contatti con il mondo.
«Pvonto, Cavlo, ho visto un fantastico giocatove della Costa d’Avovio.»
Alt. Fermi tutti. Questa va pronunciata bene: la Costa d’Avorio, la Nazionale che più amo al mondo dopo quella italiana.
«È un fenomeno, si chiama Kabungaguti. Lo conosce, vevo?»
Il famosissimo Kabungaguti: ma chi è?
«Avvocato, in realtà non so chi sia, ma mi informo. Chiedo subito delle videocassette.»
«È un gvandissimo campione, mi stupisco di lei, Cavlo. Ma come fa a non conoscevlo?»
Mi sono sentito un asino: quasi quasi avrei voluto mettermi il cappello con le orecchie grandi e presentarmi così alla riunione tecnica. Mi sono rivestito e sono sceso nella hall, precipitandomi da Moggi: «Luciano, mi ha chiamato l’Avvocato».
«E che voleva?»
«Mi ha chiesto di uno, un certo Kabungaguti. Ma tu lo conosci?»
«E che domande, certo che lo conosco. Lo conoscono tutti.»
«Tutti tranne me, a quanto pare.»
«Allora studia, Carletto, perché praticamente l’abbiamo preso.»
E qui ho risentito una voce. La sua voce, quella dell’Avvocato: «Ma, Cavlo, come fai a non conoscevlo?». In quel momento ho pensato una sola cosa: “Sono spacciato, ora mi spedisce ad allenare il Torino”. Mi sono girato per scusarmi e ho trovato Augusto Bellani, organizzatore dei viaggi per conto della famiglia Agnelli, praticamente svenuto per terra. Rideva e non riusciva più a smettere. Fino a quel momento lo avevo ignorato, ma ero di fronte al più grande imitatore vivente di Gianni Agnelli. Che poteva essere imitato solo nella voce; per il resto era stato prodotto in esemplare unico. E in verità non so quanto amasse la Triade. Era un uomo che viveva di sensazioni, di brividi e d’amore. Amore per tutto ciò che era bello, o che comunque gli piaceva. Ricchissimo eppure legato alle cose semplici, Zidane a parte. Con Moggi e Giraudo, più che con Bettega, non è mai entrato totalmente in sintonia.
Un giorno, verso la fine della mia avventura a Torino, mi ha voluto incontrare da solo. Mi ha concesso un’ora di colloquio in cui mi ha detto molte cose affettuose: «Non abbiamo vinto il campionato ma abbiamo fatto una buona stagione. Lei è una brava persona, Carlo. E si ricordi, è questa la cosa che conta veramente».
Infatti, il giorno dopo mi hanno cacciato.
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