
A domani!
Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": l’anno della tempesta
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Il naso. Ce l’ha veramente enorme. Nell’estate del 2006 Pinocchio aveva raggiunto l’accordo con noi, praticamente era del Milan. Era già pronta anche la divisa. Per Zlatan Ibrahimović, l’attaccante perfetto in arrivo dalla Juventus. Perfetto di suo e per la mia squadra. Un’arma impropria nelle mie mani ma con il caricatore affidato a Kaká. Nella mente lo stavo già allenando, la punta corazzata del nostro alberello di Natale.
Il problema è che Ibra in quell’occasione non ha avuto pazienza. La frenesia non paga, Massimo Moratti sì; quindi quel fuoriclasse è andato all’Inter. È stata la prima grande scottatura presa durante Calciopoli: non serviva la crema, ci sarebbe voluta l’armatura.
Nell’estate del 2006 Ibra era il nostro grande acquisto designato, ma non sapevamo ancora se avremmo giocato in serie A o in B. Lui non aveva voglia di scendere di categoria; perciò, noi gli abbiamo chiesto un po’ più di tempo per capire, ma a quanto pare l’aveva finito. Peccato. Voleva vincere la Champions League: gliel’avremmo servita su un piatto d’argento.
Mi sono consolato con il maggiore Auricchio, la grande scoperta di quel periodo. Ogni giorno leggevo cose nuove sui giornali, di volta in volta le versioni cambiavano, solitamente in peggio. Milan in A, Milan in B, si rischia la C, Milan senza penalizzazione, Milan con penalizzazione, Milan in Champions League, Milan fuori dall’Europa, Milan colpevole, Milan molto colpevole. Ero pronto a tutto, anche a scoprire che era stato Galliani a far fuori Kennedy. Il finimondo.
Un giorno ero a casa mia con alcuni amici e parlavamo di quello che stava succedendo: ero stupito che nessuno mi avesse ancora chiamato. Stavano interrogando chiunque. Neanche a farlo apposta, mi è squillato il telefonino. Proprio in quel momento. Numero privato, anonimo, classico di chi vuole fare uno scherzo: «Pronto, carabinieri di Roma, sono il maggiore Auricchio».
«Ma smettila. Me stai a pija’ pe’ culo?»
«No, guardi, è veramente così. Sono veramente il maggiore Auricchio.»
Sì, quello della pubblicità. Auricchio che bontà.
«Guarda, raccontami quello che vuoi caro Auriemma…»
«Auricchio!»
«Sì, ecco, Auricchio. Ma il tuo è chiaramente un cognome poco affidabile. Di uno che mi prende in giro.»
I miei amici erano tutti lì, chissà chi era quello che stava cercando di fregarmi divertendosi alle mie spalle. «Senta, Ancelotti, abbiamo bisogno di parlarle.»
«Sì, ma non so chi sei.»
«Sono Auricchio.»
«Ancora? Questo l’ho capito. Non so chi sei veramente.»
«Carabinieri di Roma.»
«Ma che cos’è, un disco rotto? Se è proprio così, mandatemi qualcosa di ufficiale, una comunicazione, un fonogramma.»
«Ancelotti, i fonogrammi non esistono più dalla Seconda Guerra Mondiale.»
«Senta, Auriemma…»
«Auricchio!»
«Sì, ecco, Auricchio, mandami quello che vuoi, ma voglio qualcosa che dimostri che sia tutto vero. Fai una cosa, spedisci un fax ai carabinieri del mio paese così mi contattano loro.»
Gli davo del tu mentre Auricchio continuava a darmi del lei. C’era qualcosa che non andava: come scherzo stava diventando pesante.
«Signor Ancelotti, lei è un personaggio pubblico. Vogliamo fare una cosa piuttosto riservata e discreta, per il suo bene. Venga a Roma fra due giorni.»
«Ma che cosa ci vengo a fare? La smetti o no? Che cosa vuoi da me? Ma chi sei?»
«Sono Auricchio.»
Sembravamo Gianni e Pinocchio. Anzi, Gianni e Pinotto, perché Pinocchio stava già allenandosi all’Inter.
«Facciamo così, Ancelotti. La richiamo fra due o tre giorni.»
«Fai come vuoi.»
«Buongiorno, Ancelotti.»
«Buongiorno, Auriemma, o come cazzo ti chiami.»
Gli avevo provocato una crisi d’identità. Ero sempre più sicuro fosse uno scherzo, anche perché il tempismo era stato perfetto: avevo ricevuto la telefonata di Auricchio nel momento esatto in cui stavo parlando di interrogatori con i miei amici.
Per sfizio ho iniziato a raccogliere informazioni. Il maggiore Auricchio esisteva per davvero. Di più: era un pezzo grosso, uno di quelli che stavano portando avanti le indagini. Mi vedevo già in manette per oltraggio a pubblico ufficiale, più lontano dalla panchina del Milan e più vicino a quella di San Vittore. Che magari neppure traballava.
Alla fine, in caserma a Roma ci sono dovuto andare. Una volta arrivato, ad aspettarmi c’era un ragazzo giovane, con i capelli corti e scuri. Era lui, l’originale, il solo, l’unico e inimitabile: il maggiore Auricchio. Ed era pure molto simpatico.
«Piacere, Ancelotti.»
«Piacere mio, Auriemma.»
«Auriemma?»
«No, dai, Auricchio.»
Ci siamo fatti una bella risata, ed è stata l’ultima. Perché poi è diventato tutto maledettamente serio.
Mi ha accompagnato in una stanza. C’erano i pm Narducci e Beatrice da una parte del tavolo insieme con una terza persona. Io stavo dall’altra: come a scuola. Loro i professori e io lo studente. Anzi, l’interrogato. In quanto persona informata sui fatti non potevo raccontare palle, altrimenti mi avrebbero accusato di falsa testimonianza. Dovevo dire la verità e l’ho fatto. Mi hanno chiesto soprattutto degli anni passati alla Juventus, se fossi a conoscenza dei rapporti di Moggi con gli arbitri. Ho anche ascoltato un’intercettazione di Leonardo Meani, l’ex addetto agli arbitri del Milan, che parlava con il capo dei guardalinee dopo un Siena-Milan in cui avevano annullato un gol regolarissimo a Shevchenko. In quella chiacchierata Meani si lamentava per il trattamento che ci veniva riservato. A un certo punto aveva detto: «Qui in macchina con me c’è Ancelotti». Ecco perché mi trovavo nella patria di Auricchio. Mi hanno lasciato andare dopo un’oretta.
Il secondo interrogatorio è stato all’ufficio indagini della Federazione, sempre a Roma, e non è stato piacevole: sono uscito con la sensazione che al Milan volessero fare il culo. Avevano un atteggiamento duro nei miei confronti, le domande su Meani (che era e resta un mio amico) erano pressanti, cercavano a tutti i costi un coinvolgimento diretto della società. Davano quasi per scontato che fossimo colpevoli.
Io sono stato chiaro con le persone che avevo di fronte: «Le telefonate, Meani le ha fatte per tutelare il Milan, per evitare che fosse continuamente penalizzato da determinate decisioni arbitrali».
Nessun comportamento scandaloso, insomma. Sapevo che non era stato fatto niente di male, eppure dovevamo soffrire. Sentivo spesso Galliani: era agitatissimo, il rischio per la società era un crollo di immagine. La situazione lo rendeva furioso. Per rassicurarlo, io gli ho detto: «Resto anche se ci mandano in serie B». E con me i giocatori.
Alla fine siamo partiti da meno otto in serie A e dai preliminari in Champions. Ancora oggi credo che il Milan sia stato vittima di una grande ingiustizia. Se andiamo a vedere i campionati incriminati, nei confronti della Juventus non siamo sicuramente stati avvantaggiati. Direi che è vero il contrario, soprattutto negli scontri diretti: una volta a Torino l’arbitro Bertini non ci ha concesso due rigori clamorosi. E neppure la regola del vantaggio dopo che Kaká era rimasto in piedi nonostante avesse subito fallo mentre correva verso la porta avversaria. Eravamo tre (noi) contro uno (loro) e l’arbitro ha fermato l’azione. Tre contro due considerando Bertini. Quella volta aveva esagerato: dicesi delitto perfetto.
L’estate di Calciopoli è stata terribile: noi, italiani, campioni del Mondo con la macchia. Tricolore e fango. Per il Milan c’erano i preliminari di Coppa contro la Stella Rossa di Belgrado da preparare, motivo per cui ho dovuto richiamare in anticipo tutti i giocatori a Milanello. Compresi quelli che avevano appena giocato la finale con la Francia a Berlino. Mi ricordo quando ho parlato con Inzaghi: «Pippo, mi dispiace ma devi rientrare. Abbiamo bisogno di te».
«Ok, mister, dammi un secondo.»
È stato un secondo per davvero, di fatto Pippo si è teletrasportato in ritiro. Un bell’esempio per tutti.
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