
A domani!
Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": il mio Milan nato da un’incazzatura
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Fatih Terim non lo sa, ma ha perso il Milan per una questione di forchetta. L’ha fregato il culatello. Era il novembre del 2001, poco dopo il giorno dei morti. In memoria dell’Imperatore, esonerato e sostituito da me. Galliani si è messo a ridere dopo avermi scelto come nuovo allenatore: «Caro Ancelotti, sono felice».
«Grazie, la sua stima mi riempie di gioia.»
«Dicevo che sono felice perché con lei, finalmente, cambia il menu di Milanello.»
In pratica Galliani mi aveva scelto perché con quell’altro si mangiava male. Forse mi aveva trovato sulla guida Michelin, trattoria Da Carletto, è gradita la prenotazione.
“Pronto, sono Adriano” aveva forse pensato di dire. “Aggiungi un posto a tavola, così posso ricominciare a mangiare culatello e salame di felino.”
Più che altro poteva ricominciare a stordirsi con il vino, che alla sua tavola non manca mai.
Terim campava a brodaglia e ad acqua naturale, un affronto insopportabile. E poi adorava il «Grande Fratello», motivo per cui spesso abbandonava Galliani durante il pranzo e correva a chiudersi in camera, davanti al televisore: voleva vedere se quelli dentro la Casa trombavano. È successo, poi il Milan ha trombato lui.
Per evitare qualunque rischio, alla firma del contratto ho alzato la mano destra e ho messo la sinistra sul cuore: «Il Milan verrà sempre prima del “Grande Fratello”. Lo giuro».
In un passato non troppo lontano, invece, avevo giurato che avrei allenato la squadra rossonera. Lavoravo da poco alla Reggiana ed ero al matrimonio di Sebastiano Rossi. In chiesa mi ero avvicinato a Galliani e avevo iniziato a sussurrargli cose dolci all’orecchio: «Adriano, tutto quello che farò nei prossimi anni lo consideri un tirocinio. Un giorno verrò ad allenare il Milan».
«Glielo auguro, Carletto. Ma si stacchi dal mio orecchio, sembriamo due finocchi.»
Come quella volta a Roma, al Palazzo al Velabro, la prima volta che ci siamo visti. Iniziavo a prenderci gusto. Seba sull’altare si stava sposando, io e Galliani eravamo ancora alle promesse.
La mia l’ho mantenuta: sono tornato a Milanello, c’era una panchina ad aspettarmi. E poi il direttore del centro sportivo, Antore Peloso: «Bentornato a casa, Carletto». Galliani era sempre lì, tanto che il dubbio risale alla notte dei tempi: Berlusconi ha costruito prima lui o Milanello? La sua testa a uovo o la gallina dalle uova d’oro?
Con il passare degli anni ho imparato a conoscere Galliani, è rossoneropatico: il suo umore e la sua vita dipendono esclusivamente dai risultati. Se si vince tutto bene, se si perde tanti auguri a tutti. È un manager da scrivania e un tifoso da stadio, due anime sbattute dentro un solo corpo. L’hanno disegnato così, senza parrucca. Quando il Milan segna, si trasfigura, esulta come se fosse in un film: Poltergeist.
È un grandissimo dirigente, molto competente, il numero uno dal punto di vista amministrativo. Per quello che ha fatto, la gente milanista dovrebbe dirgli sempre e solo grazie. È il braccio destro e sinistro di Berlusconi: se il presidente è assente, lui è presentissimo.
Galliani e io abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto, non ci siamo mai insultati né mancati di rispetto, anche se negli anni le discussioni ci sono state, sempre legate all’utilizzo di determinati giocatori. Una su tutte, a Madrid, alla mia seconda stagione da allenatore: in Champions League avevamo già superato il turno e dovevamo giocare contro il Real. Durante l’allenamento della vigilia ho provato una formazione piena di riserve. Galliani ha guardato in silenzio. Poi siamo tornati in albergo, abbiamo cenato e, dopo, lui mi ha preso da parte: «Non vorrà mica far giocare quella squadra?».
«In effetti, sì.»
«Lei è pazzo.»
«Abbiamo già passato il turno, dobbiamo iniziare a pensare anche al campionato…»
«Siamo il Milan, non se lo scordi mai. Ora le spiego due o tre cosine.»
Di geografia: «Questa è Madrid».
Di storia: «Chi vince qui viene ricordato per sempre».
Di religione: «Il Santiago Bernabéu è un tempio».
Di filosofia: «La forza sta nella convinzione, e la mia convinzione è che lei stia sbagliando tutto».
Alla fine, un avvertimento: «Si ricordi che non sono un coglione».
Lo terrò presente. Ma intanto non ho cambiato idea perché, come ho già avuto modo di dire, la formazione la faccio io. Abbiamo perso 3-1 e Galliani è tornato alla carica. Con il solito avvertimento, leggermente modificato rispetto alla vigilia: «E si ricordi che non sono un coglione. Io…». Anche se i tifosi qualche volta hanno pensato il contrario, soprattutto dopo certi rinnovi di contratto a giocatori sul viale del tramonto.
In realtà, Galliani ha capito perfettamente che il segreto per far grande il Milan è il senso di appartenenza dei calciatori, una sensazione che va allenata: più tempo stanno insieme e meglio è. L’orgoglio fa classifica. Anche la vecchiaia ha un suo perché, purché non si esageri. L’aria che si respira a Milanello è particolare, ossigeno e bacchetta magica, nei polmoni la riconoscenza verso chi ha dato tanto a questa squadra. Galliani è sempre presente, non molla mai, ventiquattro ore su ventiquattro a disposizione del Milan. Che è passione, non lavoro. Pronto Intervento Adriano: di giorno, di notte, sempre. Croce rossa e cravatta gialla.
Galliani mi è stato vicino da subito, fin dal primo momento. Lunedì ho firmato il contratto, martedì mi hanno presentato, mercoledì ho preso possesso della mitica stanza numero 5, la prima salendo le scale dall’ingresso di Milanello. È la più grande di tutte, letto a sinistra, scaffali e scrivania a destra, frigobar in un angolo e un carico invisibile di storia dappertutto. Ha il terrazzo, enorme, che dà sui campi: ti alzi, apri la finestra e sei già al lavoro. Se hai la vista buona, puoi andare oltre, guardare il futuro, perché alla fine passa tutto da lì. Da quello che inventi la notte quando non riesci a prendere sonno. La numero 5 è sempre stata la camera degli allenatori: la prima volta che ci sono entrato mi ha fatto un po’ impressione. Sentivo delle presenze. Dormivo nel letto che era stato di Nereo Rocco, Arrigo Sacchi, Fabio Capello. E anche di Oscar Washington Tabárez, vabbe’.
Ai tempi Capello – credo condizionato dal direttore Peloso – sosteneva che ci fosse un fantasma a Milanello, libero di vagare per i corridoi, soprattutto dopo il tramonto. Non ho mai capito se fosse più fulminato Don Fabio o quel fantasma che aveva deciso di dare fastidio proprio a lui. Ha rischiato seriamente di essere messo fuori rosa. Già me lo vedo Capello, schiena dritta e petto in fuori, come in un’imitazione di Antonio Cassano: «Vattene affanculo, spirito maligno. Questa non è una squadra di morti».
Il mio Milan del primo anno, però, andava proprio vicino a una squadra di morti: era raffazzonato, con le idee poco chiare. Insieme con Terim erano arrivati calciatori di grande classe, come Inzaghi e Rui Costa, ma prima uno e poi l’altro si sono infortunati. Con Maldini, Costacurta e Albertini, ci avevo già giocato e questo, almeno nei rapporti, all’inizio mi ha aiutato.
È stata una stagione un po’ così, il vero ciclo di quel Milan è iniziato a Bologna. Dopo una sconfitta: 2-0 per i padroni di casa e noi sotterrati dalla vergogna. Avevamo fatto schifo. Quella partita mi ha provocato la più grande incazzatura degli ultimi otto anni, per la prima e quasi unica volta ho ribaltato lo spogliatoio. Avevo visto una squadra spenta, demotivata, senza voglia, e mi sono arrabbiato di brutto. Ho tirato un pugno sul tavolo, un calcio alla porta, ho spaccato una bottiglia e ho iniziato a urlare. Insultando tutto e tutti. Li ho colpiti nel personale, ho detto apposta delle cattiverie, ho ricordato che un conto era fare stupidate e un altro essere stupidi. Come ognuno di loro in quel momento mi sembrava. Quel discorso li ha smossi, ha cambiato in meglio la nostra storia. Dopo quei novanta minuti da incubo eravamo a meno sei dal quarto posto, quindi dalla Champions League; al termine della stagione siamo arrivati quarti. Però ho perso Albertini, che ha deciso di cambiare aria dopo che a Torino contro la Juventus l’ho mandato in panchina: «Carlo, da te non me lo sarei mai aspettato. Abbiamo giocato insieme e pensavo avessimo un rapporto diverso. Questa è la fine di tutto». Se n’è andato e mi è dispiaciuto, ci sono rimasto male. Sarebbe potuto restare, come alternativa a Pirlo che stava venendo fuori.
Alla fine di quel primo anno giocavamo con il 4-4-2 e la formazione titolare era questa: Abbiati in porta; difesa a quattro con Contra, Laursen, Costacurta e Maldini; Gattuso, Pirlo, Ambrosini e Serginho a centrocampo; Shevchenko e Inzaghi davanti. E molti di loro hanno giocato ancora per un bel po’.
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