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A domani!

Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": la verità di Istanbul, crollare per risorgere

 

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ancelotti coppa

Quella sera del 25 maggio 2005 c’era eccitazione nello spogliatoio di Istanbul. Un intervallo felice. Il primo tempo della finale di Champions League era appena finito e stavamo battendo il Liverpool per 3-0: avevamo giocato un calcio perfetto. Gol di Maldini, doppietta di Crespo, arrivano i nostri. Ancora quarantacinque minuti e saremmo stati i campioni d’Europa, raggiungendo la vetta più alta di quella stagione. Ridateci la Coppa, la riportiamo a casa. Aggiungi un posto in sede che c’è un’amica in più. I giocatori si incitavano a vicenda, ad alta voce: «Forza che la vinciamo», «Dai ragazzi, avanti così», «Siamo i più forti, siamo i più forti».

Applaudivano. Non stavamo esultando, semplicemente ci caricavamo di energia positiva. Succede. Nello stanzino accanto, i calciatori che avevo mandato in tribuna, sotto le divise, si stavano infilando la maglietta celebrativa. Quella della nostra vittoria, una vittoria che però dovevamo ancora conquistare.

C’era un’aria frizzante ed era giusto che fosse così. Il Milan con le bollicine. Allora ho lasciato sfogare la squadra per qualche minuto, poi li ho calmati: «Guardate che contro gli inglesi le partite non finiscono mai, dobbiamo stare attenti. Evitiamo che prendano il controllo nella fase iniziale del secondo tempo. Non dobbiamo né vogliamo soffrire. Gestiamo il possesso e il gioco. Forza. Forza Milan». Il mio discorso era stato quello. Niente di più e niente di meno.

Quella sera il Liverpool aveva cominciato la partita con un solo attaccante, Baroš, motivo per cui mi sarei aspettato l’ingresso in campo di Cissé all’inizio del secondo tempo. Non è successo. Strana tattica quella di Rafa Benítez. Anzi, tutto è ricominciato alla grande per noi, che abbiamo sfiorato il 4-0. Poi, l’imprevedibile. Sei minuti di black-out. L’impossibile che diventa possibile («Impossible is nothing» è uno slogan che ho sempre odiato, perché ci si è rivoltato contro). Noi, il peggior incubo di noi stessi. Il mondo alla rovescia. Le lancette dell’orologio che iniziano a girare al contrario: signori, il tempo è quello della disfatta. Stavamo andando oltre la fantasia dei bookmakers inglesi: se avessimo scommesso saremmo diventati più ricchi di quanto non fossimo già. 3-1. 3-2. 3-3. Non ci credevo. Non stava succedendo. Ero paralizzato e mi è mancato persino il tempo di reagire. Non capivo, era tutto senza senso, e chi sarebbe riuscito a mantenersi lucido? In trecentosessanta secondi il destino aveva ribaltato la partita di trecentosessanta gradi: un giro completo su se stessa, un grado al secondo, un inesorabile ma continuo declino. Si era spenta la luce e non c’era stato spazio per cambiare la lampadina: andava tutto troppo veloce e perciò era difficile correre ai ripari. Una macchina perfetta in avaria irreversibile, incredibile ma vero.

Spesso mi hanno chiesto cos’ho pensato durante la rimonta del Liverpool. La risposta è semplice: niente. Zero. Il vuoto pneumatico. Cercavo di concentrarmi. Siamo andati ai supplementari e abbiamo ricominciato a essere noi stessi, quelli che ci credevano, la squadra che poteva e doveva battere il Liverpool. Lì, in fondo in fondo, ci speravo ancora. Fino all’ultimo minuto, quando Dudek ha fatto un miracolo su Shevchenko. Andriy aveva colpito di testa, sicuro, a quel punto stavamo già esultando: il portiere però è riuscito a parare, Andriy ha ripreso il pallone e Dudek l’ha di nuovo toccato mentre si stava rialzando da terra. Calcio d’angolo. Ahia. È quello l’istante preciso in cui ho iniziato a vedere i fantasmi, non prima. È ripresa anche la mia attività cerebrale e sono riuscito a mettere insieme un pensiero di senso compiuto: «Qui va a finire male».

Intanto la partita era ai rigori. Ho guardato i ragazzi negli occhi e ho visto qualcosa che non andava. Si stavano arrovellando troppo: prima di calciare dal dischetto non è mai l’atteggiamento giusto. A quel punto, ne ero praticamente certo, eravamo spacciati. E dire che i rigoristi designati, al contrario di quanto era successo a Manchester contro la Juventus, erano quelli buoni: Serginho, Pirlo, Tomasson, Kaká e Shevchenko. Quando ho visto Dudek ballare prima di ogni nostro tiro per toglierci la concentrazione mi è venuta in mente la finale che avevamo perso noi della Roma proprio contro il Liverpool e proprio ai rigori. Anche Grobbelaar, quella volta, sulla linea di porta aveva fatto l’imitazione della danzatrice isterica. Uno uguale all’altro, lui e Dudek: due pezzi di merda. Nello spogliatoio, alla fine, ho parlato pochissimo: «I vincitori morali siamo noi. Se in futuro saremo bravi, quest’occasione ci ricapiterà…».

Per molto tempo non ho voluto rivedere quella partita: non per la sofferenza, ma perché non aveva senso riguardarla. Non ne sentivo il bisogno. Oggi la sconfitta di Istanbul la considero una come tutte le altre, la depressione è passata.

Fra i giocatori, Crespo è quello che l’ha presa peggio: non aveva mai vinto una Coppa e in Turchia sentiva che il momento era quello buono. Sensazione che è cresciuta durante la finale, dopo la sua doppietta. Per le qualità che aveva, era giusto che portasse a casa qualcosa di importante. Ancora adesso ha il rimpianto di non aver alzato quella Champions League, l’avrebbe meritata più di tutti gli altri.

Crespo aveva iniziato la stagione da cadavere per finirla da eroe, era migliorato tantissimo e solo per merito suo. Quando in estate l’avevamo preso dal Chelsea, infatti era irriconoscibile: brutto, lento, distrutto, non sembrava più un calciatore (ma a Londra cosa fanno agli attaccanti…?). Non riusciva neppure a segnare: il primo gol era arrivato addirittura a novembre, in Coppa Italia. Aveva lavorato come un matto per riprendersi e alla fine ce l’aveva fatta. Era tornato lui, quello che conoscevo fin dai tempi di Parma. Il mio pupillo, il mio amico carissimo.

Un gradino sotto, nella classifica della disperazione, c’era Gattuso, pronto a lasciare il Milan dopo la partita con il Liverpool. Si era aperta dentro di lui una voragine che lo stava risucchiando.

Poi tutti insieme siamo giunti a una conclusione, anche se ci è voluto del tempo: saremmo tornati a trionfare proprio grazie a quella batosta. Quando, non lo sapevamo ancora. Non potevamo saperlo. Prima c’erano tutti i pezzi di noi, mille pezzi di noi, da raccogliere e rimettere insieme. Il puzzle più complicato che mi abbiano mai regalato. È in quella fase che sono andato a riprendermi la tesi che avevo scritto otto anni prima al master di Coverciano per diventare allenatore di prima categoria. Sono volato direttamente al capitolo sulla psicologia: […] per effetto di questa mancanza di risultati subentra nel giocatore una perdita di entusiasmo, con il rischio di mettere in dubbio anche l’efficacia del lavoro che viene proposto. L’allenatore – supportato evidentemente anche dalla società – deve avere la forza delle proprie idee, non avere tentennamenti, essere sicuro dei propri convincimenti, ma soprattutto essere consapevole di avere un gruppo di giocatori che lo segue e che ne approva le scelte. Se sei convinto che il gruppo è dalla tua parte, allora è il momento di insistere sul lavoro da fare.

E ancora:

[…] si deve fare attenzione a non creare l’ansia da risultato a tutti i costi, sicuramente dannosa e controproducente se si vogliono ottenere delle elevate prestazioni. Se il gruppo riesce a superare questa serie di difficoltà, si compatta e si rafforza in maniera molto forte. In quel momento l’allenatore sa di poter contare in maniera totale su giocatori molto uniti fra loro, motivati e determinati. Quando puoi contare su un gruppo di persone con queste caratteristiche, il lavoro sarà meno faticoso e i risultati saranno sicuramente più copiosi.

Scrivevo da cani, ma a quanto pare la ricetta anti-crisi mi era sempre stata chiara. Dal dramma si deve tirare fuori il meglio. Se ne esce remando tutti nella stessa direzione: oppure è la fine.

Quello della ricostruzione psicologica è stato un percorso decisamente lungo, forse troppo. Per completarlo è servita l’intera stagione 2005-06. In quell’annata non abbiamo vinto niente, situazione strana per il nostro gruppo. Mai provata prima.

Già che ci sono, apro una parentesi per dare una spiegazione che in molti mi hanno chiesto: forse il declino di Alberto Gilardino – che era appena arrivato da noi – è iniziato proprio allora. Alberto è un po’ fragile e, per lui, non è stato il massimo essere acquistato da un club come il Milan in un periodo così delicato. È rimasto schiacciato dalla pressione.

Comunque ne siamo usciti più forti. Sarò matto ma dico che la sconfitta di Istanbul non è stata del tutto negativa. Ha avuto un suo perché. Eravamo pronti per ricominciare. Tutti insieme, tenendoci per mano, nell’occhio del ciclone. Il ciclone di Calciopoli.

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