
A domani!
Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": Kaká, lo sconosciuto più forte del mondo
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Altro giro, altro regalo. Bellissimo. Inaspettato. A caval donato non si guarda in bocca, ma dopo averlo scartato si ringrazia il cielo. E pure il cavallo. È il minimo che si possa fare. L’estate 2003 è stata quella dello sbarco del marziano: studiosi del cosmo unitevi a noi, siamo lieti di presentarvi Kaká. In prima visione assoluta sui nostri campi. Un enfant prodige nel parco giochi dei campioni d’Europa.
Mi avevano parlato di un ragazzino in Brasile, piuttosto bravo, che io però non conoscevo: Ricardo Izecson dos Santos Leite. Dal nome mi sembrava più che altro un predicatore, e non c’ero andato poi tanto lontano. Portava il verbo del calcio e della fede, ascoltalo e sarai felice. La società non sapeva se chiedergli di venire subito a Milanello oppure se lasciarlo al San Paolo altri sei mesi. Dopo averci pensato un po’ su, abbiamo deciso di stringere i tempi, di farlo arrivare il prima possibile per permettergli di allenarsi con noi. E per farmi capire chi fosse. Dal mio punto di vista, stavamo parlando di un acquisto al buio, accompagnato da tante belle parole e altrettante speranze. Ok, ma a me servivano i fatti.
Kaká è sbarcato all’aeroporto di Malpensa e mi sono messo le mani nei capelli: occhialini, pettinatissimo, faccia da bravo ragazzo, solo non vedevo la cartella con i libri e la merendina. Oddio, abbiamo preso uno studente universitario. Benvenuto al progetto Erasmus: non sarebbe male se sapesse anche giocare a pallone.
Kaká non aveva niente del calciatore brasiliano, mi ricordava invece un testimone di Geova a Cologno Monzese. Ho iniziato a raccogliere informazioni e tutti mi dicevano la stessa cosa: «Sì, ha delle potenzialità, è un trequartista, però non è velocissimo. Nel campionato italiano potrebbe trovare un po’ di difficoltà negli spazi stretti». Non svelo i nomi dei miei informatori per evitare a tutti loro una brutta figura.
Intanto Moggi da Torino iniziava a bombardare, ed erano bordate a senso unico: «Con quel nome lì in Italia è spacciato». «Non abbiamo voglia di Kaká.» «Alla Juventus siamo tutti stitici.» «La Triade non paga per Kaká.» Era puro cabaret e mi è venuto un dubbio: stai a vedere che ha ragione Lucianone, non sarebbe una novità.
Io, Kaká, non l’avevo mai visto, neppure in cassetta. Quindi una punta di preoccupazione c’era. Un giorno in conferenza stampa mi hanno chiesto di lui, le sue caratteristiche e come avrebbe potuto giocare. E ancora: curiosità, aneddoti, origini e futuro. Un interrogatorio a 360 gradi su un argomento sul quale non mi ero preparato. Un esame che non poteva non mettersi male. Ho cercato di arrangiarmi, affidandomi ai racconti che mi avevano fatto, a risposte buone per tutte le occasioni: «Ha due gambe, le scarpe con i tacchetti, nella vita fa il calciatore…». Cose così, ero in grande imbarazzo. «È un buon centrocampista, può giocare anche trequartista, è abbastanza lento, ha una bella presenza. Insomma, assomiglia un po’ a Toninho Cerezo.» Avevo giocato con Cerezo e, da come mi avevano descritto Kaká, il paragone ci poteva stare. Avevo tirato a indovinare, ma non se n’era accorto nessuno. Succede sempre in conferenza stampa: si raccontano delle gran palle e tutti alla fine annuiscono. Anche quelli che lavorano con te.
Un bel giorno, finalmente, Kaká si è presentato da noi per allenarsi. Per ambientarsi. Prima domanda che avrei voluto fargli: «Hai avvertito papà e mamma che oggi non vai a scuola?». La vigilanza di Milanello avrebbe potuto chiedergli la carta d’identità prima di farlo entrare. Poi, però, lui è sceso in campo, ancora stordito dal fuso orario: apriti cielo. Ma apriti per davvero, perché questo ce l’hai mandato tu.
Con il pallone fra i piedi era mostruoso. Ho smesso di parlare, semplicemente perché le parole non mi venivano più. Non ne esistevano per definire quello che stavo vedendo. Il testimone di Geova era in realtà uno che parlava con il Signore, come avremmo scoperto più tardi. E, in uno di quei colloqui, credo che i due abbiano discusso di calcio. Roba superiore.
Al primo contrasto da milanista Kaká si è trovato di fronte Gattuso, che gli ha dato una spallata terrificante, ma comunque non ha perso il pallone. Rino l’ha presa con estrema filosofia, allietandoci anche con un dolce pensiero a corollario di quell’azione: «Ma vaffanculo». A modo suo stava promuovendo il nuovo compagno. Il quale, dopo aver tenuto il pallone, ha fatto un lancio di trenta metri, fregando anche Nesta che non è stato in grado di intercettarlo. No, aspetta un attimo, c’è qualcosa che non va. Datemi il telecomando che voglio rivedere l’azione. Avevo inventato MySky, ma ancora non lo sapevo. Caro Moggi, sarà perché mangio tanto, ma a me piace Kaká. E pure parecchio. Toglieva gli occhialini, infilava i mutandoni e diventava quello che non ti saresti mai aspettato: un fuoriclasse.
Alla fine di ogni allenamento io e Galliani ci sentiamo sempre al telefono: gli racconto quello che succede, poi ascolto le sue impressioni. È un ininterrotto rapporto quotidiano. Quella volta l’avevo chiamato io: «Signor Galliani, le devo dare una notizia».
«Buona o cattiva?»
«Buona. Buonissima.»
«Carletto, si dimette?»
Aveva voglia di scherzare, ottimo segno. «No, resto, anche perché abbiamo preso un fenomeno.»
Forse non a livello di Zidane o Cristiano Ronaldo, ma quasi. Uno dei giocatori più forti che io abbia mai allenato, di sicuro il più intelligente. Uno che capisce al volo, che pensa al doppio della velocità degli altri, che riceve il pallone e sa già come andrà a finire l’azione. Gli allenamenti successivi sono stati come il primo. Il terzo, il quarto, il quinto: tutti uguali, uno spettacolo a lieto fine.
Kaká non aveva colpito solo me, ma anche i suoi compagni. Tutti. E sì che di calciatori forti ne avevano visti passare parecchi. Aveva impressionato anche Maldini che, tanto per dire, aveva giocato con Marco Van Basten. Dal cigno di Utrecht al predicatore di San Paolo. Kaká ha legato subito con Gattuso, sono diventati amici, presto hanno iniziato a scherzare. Il Diavolo e l’Acqua Santa, coppia improbabile eppure straordinaria: tanto per capire il personaggio, Gattuso è quello che si è mangiato una lumaca viva a Milanello durante un allenamento.
Negli ultimi anni il siparietto è stato sempre lo stesso. Kaká si avvicina a Gattuso. Gattuso si avvicina a Kaká. Si puntano da lontano, come succede nei duelli dei film western. Non hanno la pistola, ma iniziano a prendersi in giro. In genere è Ricky a iniziare a parlare: «Ciao, terrone». Rino non risponde a parole, ma lo rincorre, lo raggiunge e gli tira uno schiaffone sulla testa. Kaká avrà preso mille cazzotti sulla capoccia da quando è arrivato: una persona normale si sarebbe totalmente rincoglionita, ma, per sua fortuna, Kaká è normale solo nei modi e nell’aspetto. Per il resto fa cose che gli altri, spesso, faticano a pensare.
Anche Pato mi ha fatto una certa impressione la prima volta che l’ho visto, ma non quanto Kaká. Ale ho imparato a conoscerlo nel tempo, allenamento dopo allenamento, mentre con Ricardo è stata una folgorazione. Un colpo di fulmine. Di Pato mi aveva colpito subito la velocità, è un centometrista su un campo da calcio; di Kaká, tutto. Ogni cosa. Signore mio che calciatore ci hai spedito quaggiù. È arrivato e ha cambiato completamente il Milan, alla modica cifra di otto milioni di dollari. Un sogno in saldo.
In una squadra abbastanza statica – Rui Costa e Rivaldo giocavano molto con il pallone fra i piedi – abbiamo taroccato il contachilometri. Iniziando a viaggiare oltre il limite. Il dinamismo di Kaká è straordinario, tanto che in quella stagione 2003/04 siamo usciti dalla Champions League perdendo una partita clamorosa a La Coruña, ma in campionato non abbiamo avuto avversari. È stata una passeggiata di salute. Campioni d’Italia grazie a un giocatore che neppure conoscevo. E, infatti, lui non mi ha mai perdonato una cosa: «Mister, ma ti si è frullato il cervello? Mi hai paragonato a Cerezo…». Non hanno niente in comune, però quel giorno della conferenza stampa non potevo ancora saperlo. Tutte le squadre più forti del mondo hanno sempre inseguito Kaká, e a ragione: di giocatori come lui ne esistono pochi. Lo volevano gli sceicchi, le merengues, il Chelsea. Un desiderio universale, che in quanto tale costava parecchio.
Al Milan Kaká è arrivato e ci ha fatto vincere lo Scudetto. Subito. Galliani ha esultato, ma non si è portato a letto il tricolore: il suo cuore era rimasto a Manchester, alla notte d’amore con la Coppa. Perché la Champions League vale più di ogni altra cosa. Solo una categoria di persone non è d’accordo con me: chi non riesce a vincerla.
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