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A domani!

Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": Re in Inghilterra grazie al Christmas Tree

 

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ancelotti coppa

Era festa tutti i giorni, al mio secondo anno sulla panchina del Milan. Io ero il giardiniere del 25 dicembre. Coltiva di qua e zappa di là, alla fine mi è riuscita la grande invenzione: il modulo ad albero di Natale. Un portiere, quattro difensori, tre centrocampisti, due trequartisti e un attaccante: se li vedi tutti insieme sul campo hanno proprio la forma dell’alberello. Con le palle comprese nel prezzo e le lucine a parte.

È nato tutto per caso. Il mercato ci aveva portato Clarence Seedorf, Dario Šimić e Rivaldo. Dopo i preliminari di Champions League vinti contro lo Slovan Liberec, anche Alessandro Nesta. Shevchenko era infortunato, ma Rivaldo, Rui Costa, Seedorf e Pirlo dovevano giocare. Lo imponeva la filosofia della società, quella del bel gioco prima di tutto. Facci godere e poi godi tu.

Una grossa mano me l’ha data proprio Pirlo, che un bel giorno è venuto a cercarmi nello spogliatoio: «Posso provare a giocare centrale davanti alla difesa. L’ho già fatto con Mazzone e le cose sono andate bene». Da un Carletto a un altro. Ero scettico: temevo che Andrea potesse creare problemi nei tempi di gioco perché gli piaceva portare palla e tenerla. Una cassaforte con l’apertura troppo lenta. Non credevo molto nel cambiamento, ma gli ho dato retta, l’esperimento l’ho fatto al Trofeo Berlusconi. Mi ha sbalordito. Ha iniziato a giocare con semplicità ed è diventato unico al mondo. Io non sono pirla, semplicemente ho Pirlo.

Così fino alla trasferta di La Coruña in Coppa, dove la mutazione genetica del Milan si è completata. Dietro, il Deportivo aveva due centrocampisti che impostavano il gioco, quindi per creare più concentrazione in mezzo al campo ho detto a Rivaldo e Rui Costa di stare più arretrati in fase difensiva. Inzaghi là davanti è rimasto da solo e ha fatto tre gol. Gli avversari non ci hanno capito più niente, non sapevano se andare a fermare Rivaldo e Rui Costa con un centrocampista o con un difensore. Si sbilanciavano, ci lasciavano enormi buchi: noi danzavamo e facevamo gol. Pallottole e tip tap, 4-0 sulle punte. Eravamo bellissimi, in Europa abbiamo iniziato a vincere dappertutto. Anche a Monaco contro il Bayern e a Dortmund contro il Borussia: la Germania ai nostri piedi. Ero orgoglioso di essere Babbo Natale: beccatevi questo regalo. Noi, quelli del 25 dicembre, la squadra sempre pronta per fare la festa. A chiunque ci capitasse sotto tiro.

Sono fiero dell’intuizione che ho avuto, il nostro modulo è stato pure tradotto in inglese: il Christmas Tree. Suona bene, mi piace. E poi ci ha fatto vincere la Champions League, anche se con un po’ di culo, perché con l’Ajax nei quarti eravamo fuori: ci ha salvato un gol di Tomasson all’ultimo minuto, 3-2 per noi e tutti a San Siro. C’era l’Inter in semifinale, il Derby Totale.

Nel campionato 2002/03 avevamo perso la convinzione, ma restava l’Europa. Intorno a quella partita c’era una pressione enorme, tanto che la mia panchina aveva ricominciato a traballare. Finalmente mi sentivo di nuovo a mio agio, il solito bruciore alle chiappe mi aiutava a stare sveglio. A livello di condizione fisica iniziava a esserci qualche problema, è per quello che ho detto alla squadra di assumere un atteggiamento prudente. Per non prendere gol. L’avevo scritto anche nei fogli che ho distribuito durante l’ultima riunione tecnica, poco prima della partita: «Fare un possesso efficace, senza frenesia, non portando palla. Giocare a due tocchi, cercando di verticalizzare dietro la linea dei loro centrocampisti tutte le volte che è possibile». E ancora: «Non avere fretta, partecipare tutti alla costruzione del gioco, anche gli attaccanti. Aspettare per attaccare in contropiede […]. Essere sereni, convinti della nostra forza, delle nostre idee».

Io sono rimasto un tipo all’antica, ancora oggi scrivo tutto a mano, compresi gli appunti che distribuisco ai giocatori. Dà un tocco di umanità, una lettera d’amore non si compone al computer. Quella partita finì 0-0, ero contento. Avevamo messo da parte un piccolo vantaggio in vista del ritorno, che si è giocato la settimana dopo. Ho ripreso carta e penna, ho preparato la seconda sfida all’Inter e, fra un suggerimento tecnico e uno tattico, ne ho aggiunto anche uno di cuore: «Questa partita non è altro che il sigillo a tutto il nostro lavoro, a tutti i nostri sacrifici. Dobbiamo essere contenti che questo momento sia arrivato». Appunto scritto in fondo alla pagina, poco prima delle marcature: Costacurta-Di Biagio, Nesta-Crespo, Maldini-Materazzi, Kaladze-Coco, Inzaghi-Cordoba e Shevchenko-Cannavaro. Nero su bianco, ho buttato giù anche l’elenco dei rigoristi, perché non si sa mai: Pirlo, Rui Costa, Seedorf, Inzaghi, Costacurta, Shevchenko, Nesta, Maldini, Kaladze, Gattuso. Non siamo arrivati a tanto, ci è bastato l’1-1. Gli ultimi sette minuti, dal pareggio di Martins in avanti, sono stati i più lunghi della mia vita. Non passavano mai, il cuore andava a duemila all’ora, probabilmente mi è venuto un infarto e neppure me ne sono accorto. Ma alla fine tutto passa. Soprattutto, siamo passati noi.

Old Trafford arriviamo. Al Teatro dei Sogni, contro la Juventus. Finale pazzesca.

Per affrontare momenti del genere, mi affido a due principi: chiarezza e concentrazione. Qualche giorno prima della partita, invece della solita riunione tecnica, ho organizzato una specie di cineforum. Ho fatto vedere ai ragazzi uno spezzone di Ogni maledetta domenica, il film in cui Al Pacino, allenatore di una squadra di football, fa un discorso pazzesco ai suoi giocatori prima di un incontro decisivo: «In questa squadra si combatte per ogni centimetro, la vita è un gioco di centimetri. O risorgiamo come squadra o saremo annientati come singole persone». Davvero da brividi. Alla vigilia sono andato oltre, ho preparato un dvd con tutta la nostra cavalcata verso Manchester. Musica, esultanze e gol. Eravamo noi che correvamo verso il cielo. Alla fine, si sono riaccese le luci e ho parlato pochissimo: «Adesso manca solo una cosa». Mi sarei candidato da solo all’Oscar, per la miglior sceneggiatura.

L’ultima riunione tecnica in assoluto l’abbiamo fatta in ritiro, prima di partire per l’Old Trafford c’erano tutti i giocatori in tuta con un compagno vestito meglio di loro. Più distinto. Era Silvio Berlusconi: si era seduto in mezzo alla squadra, voleva partecipare. La sua presenza mi ha colpito molto. Ho distribuito i fogli con gli schemi, li ha voluti anche lui (poi li ho ritrovati in un libro di Bruno Vespa: il presidente li ha spacciati per suoi, ma ci sta, perché prima delle finali ci ha sempre trasmesso una carica magnifica). Berlusconi stava ad ascoltare le disposizioni che davo alla squadra: se un po’ lo conosco, avrebbe voluto che lo mandassi in campo. Ovviamente dal primo minuto. Io ero preoccupato, avevo paura di dire qualche cagata. Alla fine gliel’ho pure chiesto: «Come sono andato, presidente?».

«Tutto bene, Carletto, mi sei piaciuto. Vedrai che vinciamo.»

E così è stato, con un Albero di Natale camuffato, diciamo un 4-4-2 un po’ sporco, con Rui Costa a destra e Seedorf a sinistra che si muovevano molto sul campo. Siamo diventati campioni d’Europa all’ultimo rigore, anche se trovare giocatori disposti ad andare sul dischetto non è stato poi così semplice. A pensare adesso ai rigoristi mi vengono i brividi: il primo era Serginho, poi Seedorf, Kaladze, Nesta e quinto Shevchenko. Inzaghi era sparito, non si trovava, si era smaterializzato. L’ho messo come sesto, ma non c’è stato bisogno di lui. Decisivo è stato Shevchenko. Per fortuna, incredibile ma vero, la Juventus aveva trovato di peggio: Trezeguet, Birindelli, Zalayeta, Montero e Del Piero. Un attimo prima che Shevchenko tirasse, ho pensato: «Ora la chiudiamo». È successo. Un attimo dopo – ed è la cosa che non dimenticherò mai – è stato impressionante vedere tutta la curva della Juventus immobile. Sembrava un poster. Avrei voluto staccarlo e portarmelo a casa, ma purtroppo non avevo una parete così grande a cui appenderlo. E comunque, cari tifosi, tanti saluti dall’eterno secondo. Che soddisfazione immensa.

Alle quattro della mattina mangiavo il secondo piatto di pasta all’amatriciana preparato da Oscar Basini, il nostro cuoco. Alle cinque eravamo tutti ubriachi, in ritiro. Ciucchi persi di birra. Ci siamo messi a giocare a calcio sul green da golf dell’albergo. I dipendenti dell’hotel impazzivano: avrebbero voluto cacciarci, ma non potevano. Eravamo i padroni dell’Europa quindi, per una sera, anche di Manchester. Volevamo fare i carini – avevamo preso tutte le precauzioni del caso, addirittura avevamo deciso di toglierci le scarpe per non rovinare il prato – ma non ci siamo riusciti, perché Gattuso scalzo è comunque una ruspa. Portava via tutto, anche la buca per la pallina. Intanto Galliani si era portato via la Coppa. In camera sua. Era andato a letto con la Champions League. Poverina.

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