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A domani!

Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": il patto di Malta non esiste

 

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ancelotti coppa

Se il Grande Comunicatore, Colui che sa, il Signore delle conferenze stampa, l’Immenso Provocatore, l’Allenatore Speciale che non deve chiedere mai fosse già stato fra noi, alla fine di quella maledetta estate 2006 si sarebbe sicuramente fatto gli affari nostri. E avrebbe detto una cosa sola, alla portoghese: «Zeru tituli per il Milan». Zero titoli, nessun trofeo all’orizzonte.

In realtà ci stavamo preparando per fare il botto. Certo, avevamo comprato Daniele Bonera per i preliminari di Champions salvo poi accorgerci che era squalificato e non avrebbe potuto giocare, ma per il resto tutto bene. Eravamo come al solito vecchiotti, però piuttosto in forma, Cafu in particolare. Mi aveva sorpreso. Si era presentato a Milanello appena tre giorni prima della partita di andata contro la Stella Rossa ed era in condizione straordinaria. Tutte le volte che tornava dal Brasile sembrava un difensore nuovo, restaurato: non ho mai capito bene che cosa prendesse durante le vacanze e neppure lo voglio sapere. Abbiamo vinto in casa e fatto il bis fuori, ci siamo qualificati, la Champions League non poteva restare senza di noi. E noi senza di lei.

In quel periodo allenavo due squadre, ufficialmente il Milan e con il cuore il Liverpool. Tifavo per noi e per loro, le volevo portare tutte e due alla finale che si sarebbe giocata in Grecia. Nell’ultimo anno e mezzo eravamo stati ribaltati a Istanbul e da Calciopoli, eravamo appena riusciti a qualificarci ai gironi di Champions, eppure io già pensavo ad Atene. Sono uscito allo scoperto alla vigilia della partita in trasferta contro l’Aek Atene, mentre mi intervistavano allo stadio Olimpico: «Sono qui per prendere le misure del campo». Ricordo che qualche giornalista anziano, di quelli che pensano di sapere tutto ma sanno sempre meno degli altri, mi aveva guardato come lo scemo del villaggio. In effetti poi per qualche mese abbiamo faticato: il campionato l’abbiamo mollato quasi subito, otto punti di penalizzazione erano troppi; mentre in Champions eravamo poco brillanti e assolutamente non divertenti. Nel primo girone ci siamo trovati contro Aek, Anderlecht e Lille: abbiamo passato il turno, però senza suscitare troppo entusiasmo. A novembre e dicembre ci davano tutti per spacciati. Zeru tituli. Zeru tituli. La verità è che il motore era un po’ ingolfato: in estate non avevamo avuto il tempo di fare la preparazione e quella mancanza iniziava a pesare, a farsi sentire. Non vedevamo l’ora di arrivare alla sosta di Natale per ricaricare le pile. Ma una buona notizia c’era: il Liverpool non mollava, stava andando avanti, era ancora dentro la Coppa, proprio come noi. Tutto procedeva secondo i piani stabiliti: dal destino, non da me. Ovviamente la mia panchina ballava come se si fosse fatta di ecstasy, Galliani con la chiave inglese aveva già iniziato a smontare i bulloni. Il vicepresidente operaio.

Così fino alla pausa del campionato. La società a quel punto ha deciso di portarci tutti in ritiro a Malta, «almeno vi metterete a posto dal punto di vista fisico e atletico». Lì siamo rinati, abbiamo cominciato ad andare a una velocità decente: sembravamo un’altra squadra, tanto che nel giro di qualche tempo si è iniziato a parlare del famoso Patto di Malta. Talmente famoso che non c’è mai stato. Non so che cosa sia. Sui giornali venivano scritte sempre le stesse cose: «Il Patto, ecco il segreto per tornare grandi». Quegli articoli mi hanno incuriosito. Perciò ho chiesto ai giocatori, sospettavo che mi avessero tagliato fuori: «Oh, avete fatto un accordo senza dirmi niente?». Non capivano, pensavano mi fossi rincretinito.

La realtà era molto più semplice: stavamo lavorando bene, come mai era successo nei mesi precedenti. La stessa cosa stava accadendo al Liverpool: altra ottima notizia. Mi informavo, mi preoccupavo, li seguivo. Viva i Reds.

Intanto Gattuso stava impazzendo per colpa di Kaladze. Il compleanno di Rino è il 9 gennaio.

Qualche giorno prima, all’inizio di un allenamento, Kaladze ci ha fermati tutti e ha chiesto la parola: «Mister, scusa ma devo dire una cosa. È importante».

«Prego, Kakha…»

«Mancano tre giorni al compleanno di Rino Gattuso.»

Forse gli era saltata qualche rotella, ma abbiamo fatto finta di niente. La sera a cena, di nuovo: «Scusate, ragazzi, devo parlarvi».

«Dicci, Kakha…»

«Mancano due giorni e quattordici ore al compleanno di Rino Gattuso.»

I nostri dottori lo guardavano, volevano intervenire, avevano già pronta la camicia di forza ma li abbiamo fermati. Il mattino seguente la stessa scena. Ha alzato la mano e io non l’ho neanche lasciato parlare: «Vai, Kakha…».

«Mancano due giorni al compleanno di Rino Gattuso.»

Povero Kaladze, brutta cosa l’Alzheimer. In uno così giovane poi. I compagni cominciavano a ridere, Rino a incazzarsi. Si sentiva tirato in mezzo. Il conto alla rovescia è diventato un tormentone, fino alla notte dell’8 gennaio: «Ragazzi, mancano tre ore al compleanno di Rino Gattuso». Rino ormai non riusciva più a controllarsi. L’avrebbe preso a bastonate. Finalmente è arrivato il 9 gennaio: niente. Zero. Tutti zitti. Il silenzio dei giorni peggiori. Allora sono intervenuto io: «Kala, non è che per caso hai qualcosa da dire?».

«No, mister, e perché mai dovrei parlare?»

«Ma non ti sei dimenticato niente?»

«Direi proprio di no.»

Ho guardato Rino con la coda dell’occhio, era carico come una bomba, pronto a esplodere. Si è tenuto, pensava di aver vinto lui. Il 10 gennaio, a colazione, in ritiro, Kaladze si è avvicinato a me con una faccia tristissima. Sembrava che fosse successo qualcosa di grave; perciò mi sono preoccupato e ad alta voce gli ho chiesto: «Ma c’è qualcosa che non va?».

«Sì, mister, mancano trecentosessantaquattro giorni al compleanno di Rino Gattuso.»

Boato in sala, eravamo di fronte a un genio. Subito rincorso da Rino, che lo ha raggiunto e gli ha tirato un sacco di mazzate: credo sia lì che Kakha ha iniziato a sentire i primi scricchiolii al ginocchio.

Forse qualcuno aveva poi parlato di Kaladze ai giornalisti, soprattutto a quelli anziani che tutto vorrebbero sapere, ma che ancora una volta hanno capito male. Era il Matto di Malta, mica il Patto.

Che, ribadisco, non è mai esistito. Anche se in quel periodo iniziavo a intravvedere dei segnali positivi da parte della squadra. Anzi, delle squadre: il Milan e il Liverpool. Nei miei discorsi ho battuto molto sul tasto della penalizzazione, delle ingiustizie subite, di quanto sarebbe stato bello far ricredere i corvi e i gufi che ci stavano girando intorno. La mente era libera, quindi certi concetti entravano meglio in testa: «Ragazzi, non preoccupatevi, io alla finale vi ci porto».

Era gennaio e continuavo a pensare ad Atene. Intanto Massimo Ambrosini meditava di smettere di giocare, a causa dei continui infortuni. Aveva il morale talmente basso che era arrivato dall’altra parte del mondo. Su di lui abbiamo dovuto fare un grandissimo lavoro psicologico, indurlo a cambiare atteggiamento, ricordargli quanto avessimo bisogno di lui. Era importante per noi, per il Liverpool, per tutti.

Io avevo bene in mente quale fosse la nostra formazione ideale per vincere la Champions League, e lui ne faceva parte. «Con te vinceremo» gli ho detto. Non mi ha mandato a fare in culo perché è un ragazzo educato, comunque è stato a un passo dal chiamare l’esorcista. Ma io ho insistito: «Massimo, non sto scherzando. Determinate partite non le posso giocare con Inzaghi e Gilardino insieme, saremmo troppo sbilanciati. Voglio rispolverare il caro e vecchio Albero di Natale, quindi tu ci dovrai essere. Punto e basta».

La mia idea era questa: Gattuso, Pirlo e Ambrosini in mezzo, Kaká-Seedorf come coppia di trequartisti e un solo attaccante davanti. Senza Yoann Gourcuff, che era un talento ma anche matto. Un ragazzo strano, molto strano, egocentrico: pensava soprattutto a se stesso, aveva potenzialità pazzesche, però le teneva per sé. Fuori dal campo era turbolento, ma questo non ha mai inciso sulle mie scelte. Semplicemente, non sapeva stare in quel contesto. Al contrario di Ambrosini, che dopo tanto tempo era tornato a giocare in Coppa Italia, aveva sentito un dolore alla coscia ed era di nuovo caduto in una specie di depressione: «Basta, voglio smettere, non ce la faccio davvero più. Non riesco più ad andare avanti così».

Il dottore era perplesso, mi prendeva da parte e quasi sussurrava: «Guarda che non ha niente. Su quella gamba non vediamo nulla di particolare».

Allora ho parlato di nuovo con Massimo: «Domenica giochiamo in campionato con la Lazio, i medici mi dicono che sei un malato immaginario, però tu sostieni di avere dolore. Facciamo una bella cosa. Ti faccio giocare, tu rimani in campo finché puoi: un minuto, due, dieci, trenta. E, se ti spacchi, meglio ancora: risolveremo il problema e capiremo che avevi ragione tu».

Poi è successo che è entrato in campo, non ha avuto nessun fastidio e ha ricominciato (o continuato?) a stare bene.

Tutti i tasselli stavano finendo al loro posto, ne ero sempre più convinto: saremmo arrivati ad Atene. Insomma, zeru tituli una minchia.

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