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A domani!

Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": avevo già firmato per il Real Madrid

 

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ancelotti coppa

Tortellini y merengues, il pranzo reale è servito. Guarda e ingrassa, mangia e sarai nella storia. Di una città, di una squadra, di un popolo. Attore in un film bellissimo. Camiseta blanca e smoking, mi hanno invitato al grande ballo e ci sono andato: «Don Carlo, signori. Sono qui per allenarvi».

Nel 2006 ho detto sì al Real Madrid, non è stato difficile. Pensiero stupendo e profumo di vita. Era l’aprile 2006, la stagione del trionfo milanista di Atene non era ancora iniziata, eppure loro avevano già capito tutto: «Vogliamo te. Sei il migliore». The Best, perché il titolo di Special One era già occupato: José Mourinho l’aveva assegnato a José Mourinho.

Ero curioso di capire come si vivesse su una panchina normale, senza troppe vibrazioni sulle chiappe. Sopra la panca Carletto campa, sotto la panca Galliani sbianca. Mi hanno cercato e ho firmato. Un precontratto di tre anni da quindici milioni di euro, cinque a stagione, praticamente il doppio di quanto stessi guadagnando al Milan. Un lusso assoluto. I giornalisti liberi avevano intuito qualcosa e lo raccontavano, quelli meno liberi negavano al posto mio. Grazie, però non dovevate.

Durante la trattativa non ho mai incontrato Florentino Pérez di persona, ma ovviamente era stato lui a fare il mio nome. Era il capo di tutto, il secondo re di Spagna dopo quello vero. Compilava lui la lista della spesa. Aveva inserito il mio nome ed era stimolante: solo che ci voleva un carrello extralarge per contenermi tutto. Io al Santiago Bernabéu, speriamo solo che non chiamino la sicurezza.

L’incontro decisivo era stato a Milano, a tavola, fra me e Ramón Martínez, l’allora direttore tecnico del Real. Un paio d’ore a parlare di giocatori e del motivo per cui la prima scelta fossi io: «Ci piace il suo modo di far giocare la squadra e di intendere il calcio, lei è adatto al nostro progetto. Ci faccia divertire, señor». Barzellette e gol, potevo farcela. Con un ostacolo da superare, non esattamente di secondo piano: il contratto con il Milan. La mia cara vecchia panchina traballante: «Se mi lasciano libero nessun problema, sono tutto vostro. Di sicuro non voglio forzare la mano a nessuno, ma soprattutto non voglio litigare con quella che, fino a prova contraria, è la mia società». In quel momento il Milan non sapeva ancora niente.

L’altra persona del Real – anzi del Madrid, come dicono loro – con cui avevo parlato era José Ángel Sánchez, che di fatto aveva in mano tutta la parte amministrativa del club. I contratti competevano a lui, era l’uomo dei dobloni e delle grandi decisioni. Tutti d’accordo, sarei stato io il nuovo allenatore.

«Ancelotti, nel giro di qualche ora le mandiamo un fax a Milanello.»

«No, ecco, forse è meglio a casa mia.»

Così avremmo evitato una scena da film dell’orrore: il foglio che esce dal fax e le pareti di Milanello che iniziano a crollare. Giù la foto di Berlusconi, poi le mie, poi tutte quelle dei trionfi rossoneri. Un muro dietro l’altro, come nel domino. Chiamate l’esorcista, mettete tutti in quarantena. In quel contesto, sarebbe uscito allo scoperto anche il fantasma che Capello sosteneva di sentire ogni tanto di notte. Insomma, meglio evitare, infatti il precontratto alla fine me l’hanno spedito a Felegara, dove quadri e muri sono rimasti al loro posto. Sorvegliati dai miei cani, uno dei quali si chiama Nelson, e ogni riferimento a Dida è puramente voluto. Ma con affetto.

Sei fogli in totale, semplici, senza intestazione del Real Madrid. Dentro c’era tutto quello che mi avevano promesso. Tutto. Non volevo la luna, però ci ero andato vicino. Loro erano stati di parola. Non avevo motivo di dubitarne: erano gente seria, l’avevo capito da subito. Ho firmato e rispedito tutto al mittente. Fissavo il fax, quando ha inghiottito i fogli sembravo un bambino. Credo che mi sia scappato pure un «Olé».

Su quel precontratto c’era una postilla. Una clausola che avevo voluto io: «Diventerà valido a tutti gli effetti nel momento in cui sarà d’accordo anche il Milan». Il grande passo andava ancora fatto. A quel punto sono diventato l’ambasciatore di me stesso, ho chiamato Galliani con una voce seria che forse non mi apparteneva, e sono stato di poche parole: «Dottore, la devo vedere».

«Venga quando vuole. In sede, in via Turati.»

Lì Galliani gioca in casa, sa come muoversi, addirittura sa dove è meglio far sedere le persone con cui deve parlare. O trattare. Tanto per dire, quando Gattuso è stato a un passo dall’andare al Bayern Monaco, lui l’ha convocato a Milano e l’ha chiuso nella stanza dei trofei: «Rino, guardati intorno e poi ne riparliamo». L’ha convinto a rimanere per sfinimento.

Quel giorno io ho iniziato a parlare: «Senta, ho voluto quest’incontro perché ho un’opportunità importante. Mi avrebbe chiamato il Real Madrid». Per educazione ho usato il condizionale. «Un’opportunità che mi piacerebbe sfruttare perché stiamo parlando di una delle società più importanti del mondo. Qui ho vinto tanto, ci sono stato da giocatore e da allenatore, conosco tutto, forse è il momento giusto per cambiare aria. La vedo come una nuova sfida, può regalarmi nuovi stimoli. Se lei potesse…»

Stavo diventando logorroico, avevo anche un’espressione vagamente triste. Della serie: chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa cosa perde ma non sa cosa trova. Oddio, mi sarei abituato in fretta, orientarmi fra una coppa e l’altra stava diventando la mia specialità. Avevo preso la mia decisione, Galliani anche. Ma non la mia, la sua: «Non se ne parla proprio».

«Prego?»

«Non se ne parla proprio, Carletto. Lei rimane qui e le allunghiamo pure il contratto. Non vogliamo privarci del suo lavoro, bisogna andare avanti insieme.»

Lo confesso, in quei momenti mi sono sentito un vero moschettiere. Uno per tutti e tutti per uno, che in slang milanista ha una sua traduzione: Berlusconi per tutti e tutti per Berlusconi.

Ancora Galliani: «Lei ha fatto grandi cose con noi, quindi non la lascio andare via. Al momento non esiste un Milan senza di lei. La storia deve continuare».

«Però…»

«Niente però. Lei è e resta l’allenatore del Milan.»

Era come se mi stesse simbolicamente rendendo tutti i bulloni e le viti che aveva tolto negli anni dalla mia panchina. Solo simbolicamente però, altrimenti per portare via tutta quella ferraglia ci sarebbe voluto un camion. E al momento ne ero sprovvisto.

Devo dire che l’ho presa bene. Molto bene: «Se è così, signor Galliani, rimango con estremo piacere».

«Ripeto, le allungo il contratto e glielo adeguo.»

Non era quello che contava; la fiducia prima di tutto, il fatto di sentirsi importanti e amati non si può pagare. Sono emozioni e, in quanto tali, senza prezzo. Al Real, dicendomi «sei il migliore», avevano premuto il tasto giusto. Lo stesso su cui qualche anno prima aveva puntato la Triade. Coccolami e sono felice.

Allora ho chiamato Madrid e ho raccontato il mio colloquio con Galliani: «Mi ha detto che non posso accettare la vostra proposta. Io comunque vi ringrazio, è stato un onore trattare con voi». A casa conservo ancora quel precontratto nella scatola delle cose importanti. Ricordo di un periodo bello, pieno di adrenalina. Ramón Martínez era stato molto carino nei miei confronti: «Immaginavo che sarebbe finita così, ma anche per noi è stato comunque bello. Ci rivedremo, ci risentiremo».

A quel punto hanno virato verso Fabio Capello, uno che era già stato da loro. I giornali spagnoli hanno iniziato a scrivere il suo nome accanto al mio. La raccontavano come se fosse una lotta fra me e lui, un derby tutto italiano; in realtà io avevo già firmato ma anche già rifiutato. A un certo punto Capello si è stizzito e ha rilasciato una dichiarazione che mi ha fatto sorridere: «Dite che il Real vuole Ancelotti? Scusate, ma chi hanno chiamato prima?».

Pensava di essere l’unico; in realtà, almeno quella volta, prima avevano chiamato me e io avevo pure risposto. Spesso i miei amici scherzano su quella frase. Capita quando ci si organizza per cenare insieme: «Ok, Carletto, veniamo. Ma chi hai invitato prima?». È diventato un tormentone, una specie di barzelletta.

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