
A domani!
Nel fango del Dio Pallone - Momenti di gloria (1)
Capitoli precedenti: presentazione
¤¤¤
Mio padre si chiamava Aldo, era un socialista e a Monticiano faceva un lavoro di quelli strani: raccoglieva la legna nei boschi, la bruciava, e vendeva le braci. Di lui mi ricordo bene le mani: erano grandi e avevano i palmi spaccati dalla fatica.
Nel 1956 mio padre se ne andò a Genova a fare il muratore. Mia madre, mia sorella e io lo seguimmo l'anno dopo, nel '57. Abitavamo in una casa in affitto a Ruta di Camogli. Mangiavamo sempre la polenta di castagne, e quando mia madre metteva in tavola l'aringa - cioè molto spesso - io non mangiavo perché mi veniva da vomitare. Le poche volte che c'era la carne era per mia sorella Carla, che era malata di dia-bete.
Mia sorella morì nel 1959, aveva sedici anni. Tre mesi dopo morì anche mio padre, di tetano (al lavoro si era tagliato un dito). Ancora oggi mi domando dove mia madre abbia trovato la forza per resistere a due lutti del genere. Restammo soli io e lei. Avevo undici anni, andavo alla scuola media, al Collegio Maremonti di Ruta di Camogli. Mia madre si mise a lavorare co-me cameriera.
Dopo la scuola giocavo sempre a pallone nella piaz-zetta della chiesa di Ruta. Il calcio era la mia passione.
Un pomeriggio di settembre del 1960 il signor Magnasco, che era il padrone della casa dove abitavamo, mi portò a fare un provino al Genoa. Mi presero subito.
Facevo tre allenamenti alla settimana, e giocavo le partite delle giovanili. Non è che fossi un fuoriclasse, dal punto di vista tecnico, ma avevo un forte istinto per il gol, giocavo all'attacco, da centravanti. Ci mettevo l'anima per buttare il pallone dentro, e spesso ci riuscivo.
Finii le scuole medie con una raffica di 8, ero quasi un secchione. Studiare mi piaceva, ma il calcio mi piaceva di più. Mia madre mi iscrisse all'Istituto di Chi-mica di Sampierdarena. Ma io, più che andare a scuola, la marinavo per giocare a pallone o andarmene in giro. Risultato: in tutto l'anno scolastico andai a scuola 33 volte, così alla fine mi bocciarono. Mia madre, poveretta, non ci voleva credere, pensava che fosse uno scherzo o un errore.
Intervenne la dirigenza del Genoa, che mi obbligò ad andare in un collegio di religiosi, al Calasanzio di Cornigliano, liceo classico. Allora mi tornò la voglia di studiare, mi piacevano l'italiano, il greco e il latino.
Con gli juniores del Genoa facevamo dei tornei in giro per l'Italia. Il calcio mi piaceva sempre di più, era una passione così forte che non sono capace di descriverla. Mi piaceva anche l'ambiente, erano tutti ragazzi poco più grandi di me (io ero il più giovane), si stava sempre in compagnia e si faceva un gran casino.
Il nostro portiere si chiamava D. Aveva quasi diciott'anni, era un tipo molto bello, "troppo" bello, così si decise che doveva essere per forza finocchio. Negli spogliatoi c'era chi si faceva venire il cazzo duro, si avvicinava a D. sotto la doccia e glielo strusciava fra le chiappe. Oppure, in gruppo, quando eravamo nudi, lo palpavamo dappertutto facendo le checche. Una volta uno di noi si infilò nel suo letto, lo bacio sul collo e gli fece un succhiotto di quelli che restavano per tanti giorni. Io guardavo, ridevo e imparavo. Quel gioco finì quando D., invece di ribellarsi e protestare come aveva fatto all'inizio, cominciò a provarci gusto.
Il 4 gennaio 1964 per me fu il grande giorno: giocai nella prima squadra. Molti titolari e riserve erano infortunati, e il Genoa doveva incontrare la Pro Patria per la Coppa Italia. L'allenatore, Roberto Lerici, decise che avrei giocato io, e sabato 3 gennaio partii con la squadra per Busto Arsizio.
La domenica mattina, in albergo, l'allenatore entrò in camera di buon'ora e mi disse: «Non vieni a messa?». Forse stavo sognando, gli risposi: «Veramente non ci vado mai». E lui: «Beh, male! Comunque se non vieni a messa non giochi». Mi alzai subito dal letto per andare in chiesa con tutta la squadra. Nessun giocatore genoano andava a messa per scelta: eravamo tutti lì in chiesa perché ci obbligava l'allenatore (che infatti chiamavano "il Prete"). Poi giocai una bella partita, ma non credo che sia stata una ricompensa del Signore.
Nei primi mesi del 1965 arrivò al Genoa come direttore sportivo Gipo Viani, famoso dirigente del calcio professionistico dell'epoca. Lo aveva voluto il presidente della società, l'industriale Giacomo Berrino, che era un uomo vecchio stampo, di parola, prometteva e manteneva.
Un giorno, era l'inizio di novembre '65, il signor Viani mi convocò nella sede della società, in via Assarotti. Entrai nel suo ufficio senza sapere cosa volesse, lui a prima vista mi sembrò un grande orco con gli occhiali.
«Preferisci andare alla Triestina o al Lecce?», mi chiese sbrigativo, come se avesse un sacco di altre cose più urgenti e importanti da fare.
«Signor Viani a Lecce no, la prego!», gli risposi quasi gridando. «Va bene, come vuoi: andrai a Trieste», concluse lui, e mi congedo.
Due giorni dopo il segretario del Genoa mi accompagnò alla stazione di Voghera, dove presi il treno per la mia nuova destinazione: Lecce.
Fu un viaggio lungo dodici ore e pieno di pensieri.
Ero incazzato con Viani per la balla che mi aveva detto. Ero contento di cominciare la mia avventura nel calcio professionistico, ma ero triste per mia madre, che restava a Ruta completamente sola a lavorare da cameriera. Ero eccitato dall'avventura, ma non avrei voluto andare al Sud: mi facevano paura "i terroni", la mentalità della gente, la mafia. Ero contento perché a Lecce sarei stato il centravanti titolare (il Genoa mi aveva ceduto in prestito per un anno), ma mi pesava il fatto di lasciare il liceo, studiare mi piaceva.
Avevo diciassette anni, e mi sembrava che quel treno mi stesse portando fuori dal mondo, era la prima volta che mi allontanavo da casa.
==================
Precedentemente in "Letture RossoNere"
Calcio totale (Arrigo Sacchi). I capitoli: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17
Fragile (Marco van Basten). I capitoli: presentazione - prologo - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18 - 19 - 20 - 21 - 22 - 23 - 24 - 25 - 26 - 27 - 28 - 29 - 30 - 31 - 32 - 33 - 34 - 35 - 36 - 37 - 38 - 39 - 40 - 41 - 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 48 - 49 - 50 - 51 - 52 - 53 - 54 - 55 - 56 - 57 - 58 - 59 - 60 - 61 - 62 - 63 - 64 - 65 - 66 - 67 - epilogo
Preferisco la Coppa (Carlo Ancelotti). I capitoli presentazione - prefazione - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18 - 19 - 20 - 21 - 22 - 23 - 24 - 25 - 26 - 27 - 28















