
A domani!
Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": convocato da Abramović. the end
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Grazie. Semplicemente grazie. Se sono Carletto Ancelotti lo devo al calcio italiano. Mi sento un prodotto doc, a denominazione di origine controllata. Cento per cento roba nostrana. Da esportare prima o poi perché l’anima non cambia: va oltre il concetto di confine. Mi hanno coltivato come mio padre faceva con la terra, sono cresciuto innaffiato di passione. Come lui guardando il cielo capiva il tempo, io guardando i dvd interpreto il futuro. Il mio oggi e il mio domani. A prescindere dalla squadra che allenerò, il mio pensiero finale è per molti. Ancora grazie. Gracias. Thank you. Danke. In tutte le lingue d’Europa.
GRAZIE: ho giocato in serie A, in Nazionale, ho vinto, ho allenato e vinto di nuovo. Passavo il pallone a Van Basten, cercavo di fermare Maradona, ho spiegato il calcio a Del Piero, Maldini, Zidane, Kaká (e, pur di convincerlo, nel gennaio 2009 i ricconi del Manchester City avevano cercato anche me: quella è stata la loro prima volta), Beckham e Ronaldinho. Ho pianto, ho sorriso, ho vissuto esattamente come avrei voluto: di pura emozione. Ho sempre portato a casa lo stipendio senza accorgermene, come certi pasticcieri ciccioni. Loro mangiano per lavorare, non il contrario, e sarà per questo che ho una certa tendenza all’allargamento. Grosso di fianchi e di cuore. Innamorato pazzo di quello che faccio. Grazie. Di nuovo grazie. Per tutto quello che il calcio italiano mi ha dato. Molto più di quanto io abbia restituito, pur essendo stato piuttosto generoso. Ho conosciuto una cultura unica, quella del risultato prima di tutto. Il nostro è il pallone della rivalità paesana portata all’eccesso.
Ma va bene così. Quando vedo i bambini giocare in un campetto, mi commuovo. Siamo a questo punto: «Forza, ragazzi, uno su mille ce la fa». Senza che Gianni Morandi mi quereli, posso affermare con certezza che quell’uno su mille sono io.
Il 1° aprile 2009 è stato un giorno interessante. Non credo nei pesci, preferisco la carne. Più che uno scherzo del destino, diciamo che è stato un filetto d’aprile. Mi rappresenta meglio. Fino alle sette di sera pensavo soprattutto in inglese. Dopo pranzo ho rilasciato un’intervista a Sky di cui mi ricordo quasi tutto. Succede così nei giorni speciali, belli o brutti che siano, in ogni caso indimenticabili.
«Carlo, che cosa vedi nel tuo futuro?»
«Ho un contratto con il Milan fino al 2010, quindi resto.»
«Si può dire che resti sicuramente?»
«Si può dire che resto.»
«Quante bugie hai detto in questa intervista?»
«Qualcuna, per difendermi…»
«Se la rivedremo fra un paio di mesi, scopriremo quali sono le balle che ci hai appena raccontato?»
«Fra un paio di mesi, sì.»
Insomma, stavo facendo capire in maniera molto soft che me ne sarei andato via.
Sicuramente. Iniziavo a mettere le mani avanti, a preparare il terreno. Da un sacco di tempo prendevo lezioni d’inglese, e non per caso. Tre alla settimana, uno studente modello. The pen is on the table and my name is Carlo. Quel pomeriggio rispondevo alle domande con una faccia cattivissima messa su ad arte, perché sapevo quale sarebbe stato l’appuntamento successivo. Quella sera. Da Adriano Galliani in via Turati numero 3. In sede, ancora una volta. Scena già vista e vissuta. Un déjà-vu. Stessi protagonisti, ma proposta (molto più di una proposta…) nuovissima. E per certi versi indecente. La proposta del Chelsea.
«Buonasera, Carletto.»
«Buonasera, dottore.»
La sua espressione era peggiore della mia, ho iniziato a sentire i brividi. Anche qualcuno di gioia, ed è stata una sorpresa.
«Senta, Galliani, devo dirle una cosa. Andrei ad allenare il Chelsea.»
«Non se ne parla proprio.»
Secco. Quasi violento. Un disco rotto, il mio vicepresidente. La risposta è stata la stessa di quando non mi aveva lasciato andare a Madrid. Le identiche cinque parole.
«Quindi mi volete tenere?»
«E certo che la vogliamo tenere.»
La nostra riunione è proseguita a cena, da Giannino, il ristorante di Milano dove ci si incontra per le trattative di mercato. Noi abbiamo tentato di farci una promessa: «Prenderemo la decisione definitiva dopo la fine del campionato, quindi dopo il 31 maggio. Nel frattempo ci qualificheremo per la prossima Champions League».
Avevamo due mesi davanti. Eravamo nella sala grande, quella con il maxischermo. Abbiamo visto Italia-Irlanda, Giovanni Trapattoni contro Marcello Lippi, che qualcuno considerava già il mio successore designato dal 2010 in avanti, dopo i Mondiali del Sudafrica. Mi sentivo leggero, io che sembro un bue, e il vero miracolo era proprio quello. Un miracolo costruito in casa nostra, intendiamoci, non nel salotto di Sua Mourinhità: Esso, in contemporanea alla partita, ospite della trasmissione di Piero Chiambretti, si stava paragonando a Gesù. Perdonalo, non sa quello che dice. Io sì. E penso spesso a ciò che è stato.
La mia vita ha una spiegazione precisa e illogica. È ispirata al segreto dei sogni: li fai senza crederci troppo, e questo ti toglie la pressione. Almeno in partenza. Una volta il mio idolo era Gene Gnocchi, tanto per dire. Un numero 10 con un comico intorno. Pensava con i piedi e giocava con la testa. Poi gli esempi sono cambiati, mi sono evoluto, perché il mio cammino in Italia è stato a piccoli passi. Mettici l’impegno e vedrai che qualcosa succederà. Da giocatore sono arrivate quattro Coppe Italia, tre Scudetti, una Supercoppa Italiana, due Coppe dei Campioni, due Supercoppe Europee e due Intercontinentali. Da allenatore, tra Milan e Chelsea, ho vinto una Coppa Italia, uno Scudetto, una Supercoppa Italiana, due Champions League, due Supercoppe Europee, un Mondiale per Club, un Community Shield, una Premier League e una Fa Cup. Tanta roba, eppure i numeri non rendono l’idea. L’orgoglio sta altrove, dove gioca l’emozione. Provare per credere. E sentire per vivere. Una trama normale e bellissima. Fra campo e panchina traballante, al Milan ho passato i miei anni migliori. Quindi ancora grazie. A tutti quelli che ho incontrato sulla mia strada, da Reggiolo al cielo. Amici, nemici, compagni, allenatori, giocatori. Alle squadre che ho allenato e che potrei allenare. In particolare a Silvio Berlusconi, per avermi fatto scoprire un mondo nuovo e anche per non avermi mai fatto la formazione. E a Galliani, con un solo rammarico: perché non ci siamo mai dati del tu? «Le voglio bene», ma preferirei dire «ti voglio bene».
THANK YOU: alle società che hanno pensato a me dall’Inghilterra. Al Chelsea, che è stato il primo in ordine cronologico. Lo confesso, da un certo punto in avanti della stagione 2008/09 ho guardato molti dvd di John Terry, Frank Lampard, Didier Drogba. Io già manager dei Blues, almeno sulla carta. Come con il Real Madrid qualche stagione fa. Io e Abramović insieme, direi che c’è di peggio.
GRACIAS: anche a Florentino Pérez. Come per Abramović, che si chiama Roman, c’è un po’ di Italia anche nel suo nome. E allora è naturale che abbia l’arte dentro. Le chiacchierate con lui hanno sempre avuto il sapore buono delle cose antiche. E semplici. Il Real Madrid gli occupa l’anima, candida, in una parola blanca.
DANKE: al Bayern Monaco.
… la lista comprenderebbe ancora qualcuno, capirne il motivo non è difficile. E mentre ringrazio, alzo gli occhi. E penso.
Mi è capitato spesso di fissare una lucina antincendio a Milanello. L’avevano piazzata esattamente sopra la mia stanza, la numero cinque. C’era una scritta bianca su fondo rosso che in caso di pericolo si illuminava: abbandonare il locale. Certi giorni è rimasta spenta per rispetto e, in tempi di magra, per necessità. Con un’avvertenza sottintesa: nessuno doveva toccare quello che c’era sul frigorifero, dentro la stanza: un panettone. Esportabile pure quello. Chiuso, integro, puro come una reliquia. Stava lì da non so quanto, era la mia ancora di metà stagione. Una certezza lunga all’infinito, il mio amuleto da luglio a dicembre. Non l’ho mai mangiato, ma per scelta mia, non perché lo decidevano gli altri. Teneva lontano l’esonero. E mi aiutava a ricordare: PREFERISCO LA COPPA.
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