letture rossonere

 

A domani!

Nel fango del Dio Pallone - Momenti di gloria (10)

 

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carlo petriniDurante la prima partita del Campionato '69-70, che il Torino giocò contro la Sampdoria, mi saltò addosso la sfiga più nera. In uno scontro con lo stopper Spanio mi lesionai i menischi del ginocchio destro.
Ricordo come fosse ieri che mentre ero ancora per terra, scosso dal dolore e spaventatissimo per un incidente che intuivo grave, il mio avversario ringhiò: «Vorrei che ti fossi spaccato tutto». Giurai che prima o poi allo Spanio gliel'avrei fatta pagare.
Il primo ottobre il chirurgo mi operò. L'intervento andò bene, ma non guarii: il ginocchio mi si gonfiava come un melone. Mi allenavo lo stesso, e dopo ogni allenamento mi infilavano un ago nel ginocchio per estrarmi il liquido che si formava all'interno. A dicembre ero disperato: avevo la fottuta paura che non avrei più potuto giocare, che il sogno fosse svanito.
Passavano i mesi ma non guarivo. Nel maggio del '70 il Torino e il Milan concordarono di mandarmi a Parigi, alla Clinique Juvenet, per consultare un famoso ortopedico francese e stabilire se avevo qualche prospettiva di guarigione, o se invece la mia carriera di calciatore era finita. Aspettai il responso dell'ortopedico come se fossi dentro a un incubo: il calcio era tutta la mia vita, non avrei potuto sopportare di vivere senza, non riuscivo neanche a immaginarla una possibilità del genere.
Non venni condannato: potevo guarire, potevo riprendere a giocare. Ero pazzo di felicità, l'ortopedico francese rischiò che dalla contentezza gli saltassi al collo. La stagione calcistica ormai era finita, mi sarei preparato per la successiva.

Passai l'estate del '70 sulla spiaggia di Levanto (La Spezia), a fare sabbiature calde al ginocchio. Miglioravo di giorno in giorno, il gonfiore era quasi scomparso.
Verso la fine della vacanza, un giorno rimasi incantato dalla bellezza di una bagnante: alta, snella, un corpo da modella con un bikini mozzafiato, aveva più o meno la mia età. Cominciai a fissarla, lei ricambiava i miei sguardi. Le rivolsi la parola, si chiamava P., era in vacanza a Levanto ma abitava a Torino. Le dissi che ero un calciatore granata, e che anch'io vivevo a Torino.
La sera andai a prendere P. con la mia fuoriserie. Passammo tutta la notte in macchina, a scopare. Era una donna fatta per il sesso, non ne aveva mai abbastanza, appena si finiva lei era pronta a ricominciare.
Mentre albeggiava eravamo tutti e due sconvolti, la riaccompagnai a casa. Mi disse che era la moglie di un giornalista de "La Stampa", che avevano un figlio di pochi mesi. Fra noi cominciò una storia che mi creò parecchi problemi.

Tornai a Torino con il ginocchio che era perfettamente guarito. La società granata mi confermò l'ingaggio dell'anno prima, anche se praticamente non avevo mai giocato per via dell'infortunio.
Ripresi il mio posto di centravanti titolare in una squadra che, rispetto all'anno prima, aveva un nuovo portiere titolare, Castellini, e due nuovi attaccanti, Gianni Bui e Sergio Maddè. Il Campionato '70-71 per me e per i granata cominciò bene. Avrebbe potuto andare ancora meglio, se non ci fosse stata di mezzo P., la mia amante estiva.
Mia moglie era rimasta a Genova: era incinta di nostra figlia Barbara, che sarebbe nata il 28 ottobre.
Così la mia relazione con P. non aveva nessun ostacolo. Lei mi piombava in casa a qualunque ora del giorno e della notte, si spogliava in corridoio buttando i vestiti per terra. Aveva un corpo che mi faceva impazzire. Una notte di pioggia arrivò che era tutta bagnata: la sodomizzai in piedi contro il muro tenendola per i capelli, mentre lei mi gridava porcate. Scopavamo sempre, io e lei non facevamo altro che scopare, in tutte le maniere, in tutti i modi possibili, per ore. Nel giro di poche settimane il mio rendimento in campo diventò disastroso: ero a pezzi, non avevo più fiato per correre. L'allenatore cominciò a mettermi in panchina, stavo perdendo il posto di titolare. La voglia di scopare con P. era più forte della mia testa, e oggi - ripensandoci - posso dire che in effetti ero una perfetta testa di cazzo.
Durante i ritiri raccontavo ai miei compagni le scopate da fantascienza che facevo con P., e a due di loro dissi che lei era la moglie di un giornalista de "La Stampa". Così il giorno dopo alcuni giornalisti sportivi cominciarono a tampinarmi: volevano scoprire a tutti i costi chi era il loro collega "becco".
Per fortuna a novembre arrivò a Torino mia moglie con i nostri due figli. Dissi a P. che era tornata la mia famiglia e che io volevo riprendere il mio posto di titolare nel Torino, per cui la nostra relazione era finita. Lei mi rispose che del mio cazzo non poteva più farne a meno. Le spiegai che io, con lei, rischiavo la famiglia e il calcio, cioè tutto quello che avevo, ma P. non voleva sentire ragioni. Provò a forzare la situazione mettendomi contro mia moglie: venne a casa a suonare alla porta, le aprì Bianca, e P. se ne andò senza dire una parola. Mia moglie capì tutto e si scatenò contro di me. Poi la mia ex amante cominciò a tempestarci di telefonate "mute", oppure nella cornetta si sentiva la canzone "Je t'aime moi non plus". Esagerò, perché alla fine tutto quello che riuscì a ottenere fu che Bianca mi perdonò e prese le mie difese, e io non volli più vederla.

Dopo la fine della storia con P. ripresi il mio posto di titolare, e ricominciai a giocare bene. Il Toro era una squadra da metà classifica, senza ambizioni di primato ma anche senza patemi di retrocessione. Così il clima della squadra, dentro e intorno, era tranquillo.
Avevamo un presidente, Orfeo Pianelli, al quale noi giocatori non potevamo non volere bene. Era un brav'uomo che ci dava il buonumore. Una volta venne a trovarci negli spogliatoi, alla fine di una partita che avevamo perso, e per farci coraggio ci disse: «Venendo allo stadio ho visto bandiere imbandierate, ma entrando in questo spogliatoio mi è sembrato di entrare in un cimitero di morti: vorrei che il sorriso vi tornasse sulla bocca».
La tifoseria del Toro era speciale. Per esempio c'era un tifoso granata, il signor Ceresa, che dopo ogni vittoria regalava a quattro di noi giocatori sterline d'oro e altri preziosi. Noi quattro, ogni volta, intascavamo, e stavamo ben attenti a non parlarne ai compagni di squadra: non avevamo nessuna intenzione di dividere con gli altri i regali del nostro mecenate.

Quando a Torino arrivò il Milan, appena in campo dissi a Rosato - il mio marcatore - che gli avrei spaccato la sua bella faccina da angioletto. Volevo innervosirlo, e continuai a minacciarlo. A un certo punto lui corse fino alla panchina, dove c'era seduto Rocco, e glielo riferì. Così il Paròn cominciò a gridarmi: «Pedro, seto diventato tuto mato'?!.. Lasselo sta!», e più io in campo menavo il suo cocco più il Paròn dalla panchina urlava contro di me per difenderlo.

Durante la primavera del '71 giocammo una partita di Coppa a Budapest, in Ungheria, contro l'M.t.k. L'andata a Torino era finita in parità, 1 a 1. Nel secondo tempo andammo in vantaggio, ma grazie a un arbi-traggio veramente scandaloso quelli dell'M.t.k. riuscirono prima a pareggiare, e poi a vincere la partita.
Al fischio finale Poletti, il nostro terzino, rifilò un pugno in faccia a un avversario stendendolo per terra. A quel punto si scatenò l'inferno, perché il pubblico - erano alcune migliaia di spettatori - invase il campo e cominciò a darci la caccia con bastoni, ombrelli e aste di bandiera. Furono minuti di vero panico. Tutti noi giocatori del Toro eravamo circondati da gruppi di tifosi inferociti. Io finii k.o. per uno sganassone alla mascella, e mentre ero in terra mi presi una scarica di bastonate, calci e sputi. Riuscimmo a metterci in salvo negli spogliatoi per un vero miracolo, e ci restammo barricati per delle ore.
Quando finalmente riuscimmo a lasciare lo stadio e a imbarcarci sull'aereo, facemmo l'inventario dei danni per le botte che avevamo rimediato. Chi più chi meno, eravamo tutti ammaccati. Tutti meno uno, Desio: lui diceva di non essere stato toccato da nessuno, neanche un graffio, e per quanto noi non gli credessimo lui continuava a dire che nessuno aveva osato sfiorarlo.
Qualche giorno dopo la Rai-T.v. mandò in onda un filmato di quella rissa. In una sequenza si vedeva Desio steso per terra, e il guardalinee che gli dava certe mazzate con il bastone della bandierina, una scarica di colpi da tramortire un toro, e il povero Desio che a un certo punto cercava di scappare a quattro zampe.
Noi calciatori eravamo come i politici: dei grandissimi bugiardi.

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