
A domani!
Nel fango del Dio Pallone - Momenti di gloria (6)
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Lunedì 17 giugno del 1968 sposai Bianca, una studentessa ventenne. L'avevo conosciuta sei mesi prima, me l'aveva presentata un mio amico che giocava nella Sampdoria, Marcello Lippi. A Bianca avevo chiesto di sposarmi in via Venti Settembre, mentre attraversavamo la strada, le avevo detto: «Mi vuoi sposare?», e lei aveva risposto di sì.
Perché sposai Bianca? Perché non era venuta a letto con me. Ci avevo provato, ma lei mi aveva sempre detto di no, e mi aveva costretto a fare il fidanzatino casto per sei mesi, a limonare in macchina. Non ero innamorato, non sono mai stato innamorato di nessuna donna. Con Bianca - e poi con tante altre donne - facevo la parte dell'innamorato, come vedevo fare al cinema e alla T.v., ma era solo una recita del bastardo che ero e che con le donne sono sempre stato. Sposai Bianca perché mi sembrava una ragazza diversa dalle altre, perché non la consideravo come tutte quelle che venivano a letto con me.
Perché mi sposai? Perché lo facevano tutti, perché prima o poi bisognava farlo. E anche perché i dirigenti e gli allenatori volevano che noi giocatori ci sposassimo, al più presto: così avremmo avuta garantita la scopata settimanale senza andarla a cercare di sera e di notte, e con l'arrivo dei figli ci saremmo dati una calmata definitiva. Io neanche immaginavo cosa fossero un matrimonio, una moglie, dei figli: avevo vent'anni, e mi sembrava solo una divertente commedia che eri costretto a recitare.
Il "Corriere Mercantile" quel giorno pubblicò la notizia del mio matrimonio in prima pagina, con tanto di foto all'uscita dalla chiesa e lancio di riso. La mia luna di miele durò in tutto sei ore, poi dovetti tornare subito in ritiro con la squadra, a Salice Terme. Il Genoa era impegnato, con altre quattro squadre (Perugia, Messina, Venezia e Lecco), negli spareggi di fine-campionato, una situazione delicatissima perché ri-schiavamo di finire in C.
Per gli spareggi il 30 giugno giocammo a Bergamo contro il Venezia. Una giornata africana, un caldo da 30 gradi. Nello spogliatoio, prima di andare in campo, ci fu il solito rito pre partita: la puntura dopante, io ero come sempre tra i cinque prescelti. Ci sdraiammo sul lettino, uno dopo l'altro, e il massaggiatore ci infilzò tutti, uno a uno, con la stessa siringa di vetro.
Appena rientrammo negli spogliatoi alla fine del primo tempo (eravamo sullo 0 a 0), uno di noi cinque disse al massaggiatore che la puntura non gli aveva fatto effetto, che ne voleva un'altra. Venne subito accontentato, e quando tornammo in campo per la ripresa P. era una furia umana, non c'era avversario che riuscisse a stargli dietro: segnò il secondo gol della nostra vittoria per 2 a 0.
Sono andato a rileggermi la cronaca di quella partita fatta l'indomani dalla "Gazzetta dello Sport". Alla fine il giornalista domandò a Campatelli come spiegasse il primo tempo moscio e il secondo irresistibile di P., e il nostro allenatore rispose: «C'è poco da spiegare: P. era fermo da tanto tempo, perciò ha incontrato delle difficoltà a inserirsi nell'ingranaggio del gioco. Nella ripresa, invece, forse perché galvanizzato dal vantaggio, si è scatenato e ha fornito un rendimento superiore a ogni previsione».
Forse per il caldo soffocante di quella giornata, il dopogara per noi dopati fu un calvario più tremendo del solito (oltretutto, io mi ero infortunato a una caviglia). Fummo costretti a restare chiusi nello spogliatoio per alcune ore, prima di riuscire a raggiungere l'uscita camminando sulle nostre gambe, e passammo una notte d'inferno.
Per l'infortunio alla caviglia, non giocai gli altri spareggi. Evitai così l'ultima serie di doping.
Grazie al liquido giallo-rosso e alle perette di urina "pulita" nascoste negli accappatoi, più un po' di partite combinate sul pareggio, il Genoa quell'anno riuscì a rimanere a galla in serie B. E io andai addirittura in A. Alla fine del Campionato, infatti, il Milan neo-campione d'Italia decise di ingaggiarmi. Mi comprò per 200 milioni, più due giocatori che il Milan aveva preso dal Padova e che girò al Genoa. Mi fecero un contratto da vertigini: quasi 10 milioni netti all'anno, più 14 milioni di eventuali premi partita.
Andai in un ospedale milanese, dove quelli del Milan mi fecero fare le visite mediche. Ricordo che dopo l'esame del sangue un dottore mi disse: «Ma lei cosa diavolo ha preso?!», io gli risposi: «Si rivolga al Genoa». L'oculista, invece, dopo la visita mi disse: «Fai attenzione agli occhi: non vanno tanto bene...». I miei quattro ex compagni del Genoa, intanto, erano andati a San Pellegrino, nella clinica del dottor Quarenghi.
Avevo vent'anni, e in quell'estate del '68 per me si avverò un altro sogno: avrei giocato nel Milan di Rivera, Sormani, Lodetti, Prati, Trapattoni e Hamrin, e per giunta venivo pagato milioni. Da non crederci!
Che importanza poteva avere se mi ero "aiutato" con qualche puntura? Avevo solo ubbidito a quello che mi era stato detto di fare, e comunque non avevo fatto niente di male a nessuno. Era stata solo una furbizia in un mondo che vedevo pieno di trucchi, in campo e fuori. Non mi sentivo più colpevole dei miei colleghi che ogni domenica per imbrogliare l'arbitro si buttavano per terra in area facendo finta di avere subìto un fallo da rigore e lo ottenevano, o che segnavano gol di mano senza farsi vedere dall'arbitro, o che fingevano di essersi infortunati per non giocare "certe" partite, o che combinavano i pareggi... E poi per quello che ne sapevo io, il doping non lo aveva certo inventato il Genoa: quante altre squadre l'avevano fatto, lo facevano e lo avrebbero fatto in seguito?
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