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A domani!

Nel fango del Dio Pallone - Momenti di gloria (15)

 

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carlo petriniAi primi di luglio del '75 la società umbra mi convocò in un albergo di Terni. Ci trovai il mio compaesano Luciano Moggi. L'accordo venne raggiunto in fretta: la Ternana mi cedette alla Roma per 300 milioni. Ero pazzo di felicità: avrei giocato allo stadio Olimpico, nello squadrone giallorosso dove c'erano i miei amici Prati, Morini e Conti, e campioni come Ciccio Cordova e Picchio De Sisti.
Andai subito a Roma per le visite mediche. Del contratto ne parlai con il presidente Anzalone: ci mettemmo d'accordo per 29 milioni l'anno. Presi un appartamento in affitto all'Eur, vicino al campo di allenamento delle Tre Fontane. Avevo ventisette anni, e immaginavo di essere arrivato a un momento decisivo della mia carriera di calciatore.

L'anno che passai alla Roma fu in pratica un'annata di ritiri. La squadra (titolari: Conti, Peccenini, Santa-rini, Rocca, Batistoni, Morini, Boni, Cordova, Petrini, De Sisti, Prati) era impegnata su tre fronti, Campionato, Coppa Italia e Uefa, e il nostro allenatore Nils Liedholm, come tutti gli allenatori, pensava che tenendoci chiusi in un albergo saremmo stati lontani dagli eccessi di cibo e sesso.
Il ritiro giallorosso era a Grottaferrata. E cosa potevano combinare una ventina, fra titolari e riserve, di ragazzotti-divi pieni di soldi, costretti a stare chiusi in un albergo per giorni, sere e notti? Combinavano un gran casino, è chiaro.
Prima di tutto, il telefono. In ritiro passavamo ore e ore al telefono, tutte le linee dell'albergo le tenevamo occupate con telefonate senza fine. Anche perché non le pagavamo. Infatti alcuni tifosi romanisti che lavoravano alla società telefonica, in cambio di biglietti e abbonamenti gratis all'Olimpico ci passavano le linee dalla centrale, e noi potevamo telefonare in tutto il mondo, per tutto il tempo che volevamo, senza spendere una lira.
Ma non era solo questo. I nostri tifosi-telefonisti ci davano anche la possibilità di ascoltare di nascosto le telefonate di chi volevamo - mogli, fidanzate, amici, personaggi famosi, di chiunque avessimo voluto: bastava che noi gli dessimo un numero, e loro ci collega-vano con la linea che gli avevamo chiesto di "spiare".
La sera il telefono diventava per noi una specie di spettacolo "a luci rosse". Ci radunavamo nella stanza di C., che aveva applicato al suo telefono un amplificatore, e facevamo delle lunghe "scopate telefoniche" in presa diretta, a turno. Dall'altra parte del filo c'erano attricette o spogliarelliste, i loro nomi e numeri di telefono ce li dava Rosy R. Lei era la direttrice di un gruppo di fanciulle disponibili, e al lunedì ci comuni-cava la "formazione della settimana", cioè l'elenco delle ragazze alle quali avremmo potuto fare le nostre telefonate-porno. Così, tutte le sere, lo spettacolo era garantito: fra di noi facevamo a gara per superarci in fatto di porcate erotiche dette al telefono. Ci eccitava specialmente la nostra partner che aveva un vibratore, sentivamo il rumore amplificato dell'arnese in funzione, lei lo usava sempre e quando godeva strillava come una matta.

Rosy R. non ci dava solo numeri di telefono, combinava anche incontri fra noi e qualcuna delle sue ragazze. Io, tramite lei, conobbi - prima al telefono, e poco tempo dopo di persona - una notissima attrice di filmetti sexy, V., con la quale cominciai una relazione che durò più di due anni, e fu una storia complicata.
Il telefono di V. me l'aveva passato D., che con Rosy R. era il nostro rappresentante. La chiamai un po' di volte, ci conoscevamo senza esserci mai incontrati - lei diva dello spettacolo, io divetto del pallone - e ci piacevamo fisicamente anche se non ci eravamo mai visti di persona. Il nostro primo incontro fu platonico.
Il secondo, in un albergo della capitale, mi lasciò senza parole: lei era frigida, inibita, sessualmente era un mezzo disastro. Era una nota attrice di film sexy, faceva sbavare dalla voglia la metà dei maschi italiani, ma a letto era un manichino! Gli altri giocatori, quando gli raccontavo quei nostri primi incontri, non mi credevano.
V. era sposata con un uomo che non riusciva ad avere rapporti sessuali con lei. Però lei lo amava, così arrivò a combinare una situazione che mi fece parecchio incazzare. Io e lei di solito ci incontravamo in una camera dell'Hilton di Roma. Un pomeriggio salii nella stanza e la trovai già nuda. Le saltai addosso, ma notai subito che lei aveva un comportamento strano: mi diceva porcate a voce molto alta, come se dovesse farsi sentire da qualcuno, e anche mentre scopavamo esagerava i gemiti e il godimento. Mi fermai e le domandai spiegazioni, minacciando di andare nella stanza a fianco per vedere chi stesse ascoltandoci. Lei scoppiò in lacrime e mi disse che nella stanza vicina c'era suo marito: lui riusciva a eccitarsi solo ascoltando lei mentre scopava con me.
Non volli più incontrarla in albergo. Lei diceva di amarmi, e io impazzivo per il suo corpo. La portavo in vari appartamenti che rimediavo di volta in volta. La nostra storia durò fino al '77, quando andai al Cesena.
Siamo rimasti buoni amici.

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