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A domani!

Nel fango del Dio Pallone - Momenti di gloria (16)

 

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carlo petriniNel primo periodo di Campionato con la maglia giallorossa mi attirai addosso un mucchio di critiche.
Mi impegnavo fino in fondo, giocavo bene, ero al posto giusto nel momento giusto, ma spesso sbagliavo dei gol già fatti. Una disgrazia, per un centravanti, perché io avevo solo un dovere: non quello di giocare bene, ma quello di fare gol.
La domenica prima di Natale '75 si giocò Roma-Sampdoria, all'Olimpico. Sugli spalti, nonostante la pioggia, c'erano 50 mila spettatori, quello romanista era il pubblico più caldo e generoso che avessi mai visto. Pochi minuti dopo l'inizio della partita, Cordova dal fondo mi lanciò un pallone magico: in area, riuscii a liberarmi del mio marcatore Zecchini, ma invece di spingere il pallone nella rete sampdoriana lo calciai con forza e schizzò fuori. Venni sommerso da un boato di fischi e insulti, avrei voluto scomparire dal campo, ero distrutto. Poco dopo, mentre Liedholm stava già facendo scaldare Pellegrini per sostituirmi, capitò un'azione simile a quella di prima, e questa volta non sbagliai: insaccai la palla all'incrocio dei pali. Il disastro diventò un trionfo, anche perché quel mio gol alla fine diede la vittoria alla Roma.

L'affetto della tifoseria giallorossa era eccezionale, anche verso i nuovi arrivati come ero io. Mi chiamavano «Pedro», mi fermavano per strada, mi abbracciavano, mi facevano toccare i loro figli come se fossi stato Padre Pio. C'era un tipo che aveva sempre indosso la maglia romanista e durante gli allenamenti mi gridava: «A Pedro! Se domenica fai gol te faccio scopà mi moije!».
Una mattina Negrisolo, il nostro mediano, mi chiese di accompagnarlo a comprare della frutta da un grande tifoso giallorosso, che aveva il magazzino vicino ai mercati generali. Quando arrivammo là me lo presentò: era Massimo Cruciani, un quarantenne verace "romano de' Roma" che avevo già visto in ritiro.
Cruciani veniva spesso a Grottaferrata, era in confidenza con tutti i giocatori. Anche perché, grazie a lui, riuscivamo a fare lo shopping nello spaccio del Vaticano. Nella cittadella del Papa c'era ogni ben di dio e costava tutto la metà. Non so se Cruciani fosse parente di qualche prelato, o se avesse qualche lasciapassare speciale: so che ci faceva entrare in Vaticano con i nostri macchinoni perfino a fare il pieno di benzina a un prezzo divino.
Un giorno, mentre mi accompagnava nella Città santa a fare lo shopping scontato, Cruciani mi disse: «Posso fatte avé un'udienza privata dar Papa. Nun sto scherzanno, te posso fà ricevere dar Papa». Ma a me del Papa non me ne fregava niente.

Numerosi giocatori della Roma, quell'anno, giravano armati. Qualcuno diceva che aveva preso il porto d'armi per paura delle Brigate rosse e dei gruppi politici estremisti, ma erano tutte stronzate: avevamo saputo che molti giocatori della Lazio circolavano armati, per cui noi romanisti non volevamo essere da meno. E poi, tutto quello che stava succedendo nella società e nella politica italiana a noi nemmeno ci sfiorava.
Nelle camere capitava di vedere le pistole appoggiate sui comodini come se fossero dei soprammobili.
Mi facevano impressione, ho sempre avuto paura delle armi. Uno di noi maneggiava una grossa pistola Magnum: era piccoletto, aveva le mani piccole, faceva fatica a tenere l'arma in mano.
Durante il ritiro pre-campionato a Brunico (Trento) era successo questo. Un pomeriggio, mentre riposavamo per riprenderci dalle fatiche dell'allenamento che avevamo fatto la mattina, un contadino si era messo a lavorare il suo campo con un trattore, per cui ci impediva di dormire. A un certo punto uno di noi aveva preso la pistola, si era affacciato alla finestra e aveva sparato alle gomme del trattore. Il contadino, spaventatissimo, era corso a chiamare i carabinieri, che erano arrivati all'albergo. Per fortuna la dirigenza romanista era riuscita a mettere tutto a tacere.
Un giocatore laziale, col quale alcuni di noi erano in contatto, ci raccontò che una sera, in camera, due giocatori biancazzurri avevano discusso su chi dovesse alzarsi dal letto per spegnere la luce, finché uno dei due aveva preso la sua pistola dal comodino e aveva sparato al lampadario.

Uno dei più fedeli tifosi romanisti, spesso presente ai nostri allenamenti, era il noto pellicciaio romano G.B. Tutti i giocatori della Roma (e anche quelli della Lazio) lo conoscevano per due caratteristiche che aveva: era molto ricco e era omosessuale.
Una sera G.B. invitò me, M. e C. nel suo lussuosissimo appartamento a via del Corso. Sul divano di quella casa da sogno c'era ad aspettarci una stupenda signorina vestita di rosso, il padrone di casa voleva guardarci mentre facevamo l'amore con lei. Andammo tutti - noi tre, G.B. e la "signorina in rosso" - in camera da letto. Cominciai io: mi spogliai, lei si spogliò, e ci mettemmo a scopare sul lettone, mentre gli altri tre, intorno, guardavano. Poi toccò a M., e io feci lo spettatore. Poi toccò a C., che dalla foga di scopare non si era neanche tolto i pedalini; ma lo spettacolo non era un granché, così li lasciammo soli.
G.B. accompagnò M. e me in salotto, ci mise sotto il naso un assegno e disse: «Se uno di voi due si ferma da me, stanotte, può scrivere su questo assegno la cifra che vuole, è già firmato». Noi gli rispondemmo che lui non era proprio il nostro tipo, ma che C., probabilmente... poi ce ne andammo. Mentre stavamo scendendo le scale, sentimmo le urla di C: lo vedemmo uscire di corsa dall'appartamento in mutande e pedalini, teneva i vestiti in mano, e ci gridava «Stronzi! Bastardi! Brutti figli di puttana!!!».

L'ambiente che c'era a Roma intorno alla squadra era incredibile. Il ritiro di Grottaferrata era una specie di pellegrinaggio, venivano a trovarci anche politici, avvocati, medici, attori, cantanti, industriali, fotografi, c'era di tutto.
Venivano soprattutto tanti giornalisti. Noi giocatori ce li tenevamo buoni, sapevamo che le nostre fortune calcistiche dipendevano anche da loro, da quello che loro scrivevano e "non" scrivevano. E i giornalisti avevano tutto l'interesse a diventare amici nostri: eravamo dei divi, potevamo dargli delle belle informazioni e notizie in anteprima, eravamo ricchi. Certi miei colleghi, a Natale o in altre occasioni particolari, facevano a qualche giornalista dei bei regali: orologi, penne d'oro, macchine fotografiche, abbonamenti gratis all'Olimpico per amici e parenti, e così via.
Fra le tantissime conoscenze che feci in quel periodo a Roma c'era un certo Roberto: avrà avuto fra i trenta e i quarant'anni, me lo presentò S. che gli era amico. Non seppi mai che lavoro facesse Roberto, ma scoprirò poi che era un uomo molto potente e soprattutto informatissimo.

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