letture rossonere

 

A domani!

Nel fango del Dio Pallone - Giustizia pallonara (9)

 

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carlo petriniLa commedia dello scandalo del calcio-scommesse diventò una farsa nell'estate dell'82. Dopo la vittoria della Nazionale italiana ai Mondiali di Spagna, ai primi di luglio, la Federcalcio decise di perdonarci tutti con un'amnistia. Non ero più giovane, avevo compiuto 34 anni, con il calcio avevo chiuso. Però il richiamo della foresta fu irresistibile: fisicamente ero in grado di giocare ancora due o tre stagioni certo, non in serie A, ma non avevo una pretesa del genere.
A sorpresa mi telefonò Beppe Dossena, che era in vacanza a Santa Margherita Ligure, dove si riposava dopo i trionfi azzurri in Spagna. Mi propose di rivederci, evidentemente anche lui mi voleva "amnistiare", come amico. Decidemmo per una cena, in un ristorante di Recco.
Quella cena con Dossena fu veramente indimenticabile. A tavola eravamo noi due con le nostre mogli, più il mio amico Giancarlo Enrico e signora. Mangiammo benissimo, mentre un euforico Beppe ci raccontava i suoi trionfi spagnoli: disse tutto orgoglioso che con la vittoria del Mondiale aveva guadagnato 232 milioni. Poi, appena arrivò il conto, la signora Dossena - con una classe degna del marito - tirò fuori dalla borsetta una calcolatrice tascabile. Le tolsi il conto di mano e andai a pagare per tutti.

Alberto Teardo mi propose di andare a giocare nel Savona, la squadra della sua città, che militava in serie C. Parlai con il presidente della squadra, Leo Capello, amico di Teardo: trovammo subito l'accordo, un contratto da 30 milioni con vari pomeriggi liberi per poter continuare a occuparmi del mio lavoro di rappresentanza.
Partecipai al ritiro pre-campionato del Savona, a Calenzano. Avevo un gran bisogno di ritrovare la forma fisica dopo due anni di inattività, e l'allenatore, Pierino Cucchi, mi torchiò senza pietà. I primi giorni furono durissimi, credevo di non farcela, avevo paura che il cuore mi scoppiasse. Tornavo in albergo distrutto.
Gli altri giocatori erano tutti più giovani di me, il clima all'interno della squadra era molto allegro. Così allegro che con cinque di loro, una sera, organizzammo un'ammucchiata con una cameriera. Lei era una biondina, avrà avuto poco più di vent'anni, arrivò a mezzanotte in camera mia come d'accordo: quando vide gli altri cinque non fece una piega, si spogliò e ci sistemò tutti quanti insieme.

La prima partita del torneo la giocammo a Lucca, contro la Lucchese, feci due gol uno più bello dell'altro. Il Campionato del Savona cominciò e finì bene.
Ma subito dopo successe il finimondo.
Ai primi di giugno dell'83 arrestarono Teardo, e finì in galera anche il presidente del Savona. Per come conoscevo io Teardo, tutto quello che in quei giorni sentii dire e scrissero i giornali di lui (tangenti, associazione a delinquere, corruzione) mi sembrò fantascienza. Per dimostrare che era un delinquente dicevano che era un iscritto alla P2: io non sapevo neanche cos'era, questa P2, comunque mi hanno detto che c'era dentro anche il presidente della Federazione calcio Artemio Franchi. Per me Teardo era e restava un amico, una persona che mi aveva dato una mano senza chiedere niente, un uomo che stimavo, e continuavo a farlo.
L'arresto del presidente Capello mandò in crisi il Savona Calcio. Due dirigenti mi misero in contatto con il Cuneo, che giocava in serie D. E la società piemontese decise di ingaggiarmi.

A Cuneo mi trovai subito bene. Nonostante in campo fossi il nonno della squadra, giocai un altro buon Campionato. Abitavo in un piccolo appartamento della società, e me la facevo con la giovane figlia di un dirigente.
Il lunedì tornavo a Genova, ci restavo fino al giovedì, mi occupavo del lavoro di rappresentanza. Non mi occupavo per niente, invece, della mia famiglia (salvo i bisogni materiali), e il rapporto con mia moglie andava a rotoli.
Alla fine della stagione agonistica ritornai a Genova. A luglio dell'84 io e mia moglie decidemmo di piantarla con la commedia coniugale, e cominciammo le pratiche per la separazione. Andai a vivere da mia madre, nei fine settimana ci portavo anche i miei figli.
Quell'estate, al Lido di Genova, alcuni amici mi presentarono una bellissima donna bionda, Margaret.
Era sposata, ma si stava separando dal marito. Ci piacemmo a prima vista. Per starle vicino, decisi di non tornare a giocare il nuovo torneo nel Cuneo.

Mi ingaggiò il Rapallo, che come la mia ex squadra piemontese giocava il torneo di serie D.
La stagione '84-85 cominciò male. Avevamo un allenatore disastroso, si chiamava Victor Brogi e di calcio capiva poco e niente. Il presidente Pugliese si decise a sostituirlo con Gianni Massa, e i risultati sul campo non tardarono ad arrivare.
Alcuni giorni prima di una partita importante per la classifica del torneo, contro l'Entella a Chiavari, alcuni compagni di squadra mi chiesero se ero disposto a lasciar vincere l'Entella in cambio di soldi. Risposi che in quelle faccende non volevo più entrarci, e che se loro avessero deciso di vendere la partita dovevano solo dirmelo perché in tal caso non avrei giocato.
Nessuno mi disse più niente, e la domenica giocai, feci anche un gol: ma l'Entella vinse la partita, dal momento che 5-6 giocatori del Rapallo giocarono a perdere.
Quella partita combinata mi provocò una forte malessere. Non ero diventato un moralista, sapevo bene che il calcio era fatto anche di quella roba lì, ma io cominciavo a sentire una certa nausea. Avevo 37 anni e un ginocchio che mi faceva male, ero stanco di correre e sudare. Decisi che alla fine del torneo avrei appeso le scarpe al chiodo, per sempre.

Il presidente del Rapallo, Verrone, mi telefonò un giorno di ottobre dell'85. Stavano silurando l'allenatore perché la squadra andava male, mi chiese di sostituirlo. Non avevo mai pensato di fare l'allenatore, non credevo di essere adatto a farlo, e proprio per questo gli dissi di sì: mi sembrava una bella sfida, un'esperienza interessante, un modo diverso per stare ancora nel mondo del calcio. Mi avrebbero dato un milione al mese.
La seconda settimana che stavo sulla panchina del Rapallo l'Associazione allenatori piantò una grana perché non avevo il patentino. Il problema lo risolvemmo così: il Rapallo ingaggiò un allenatore diplomato che faceva da prestanome, io andavo in panchina come giocatore di riserva ma in realtà continuavo a dirigere la squadra. Un compito reso più facile dall'ottimo rapporto che avevo con tutti i giocatori.
Un giorno mi arrivò una telefonata dell'allenatore delle giovanili del Genoa. Disse che c'era un importante boss mafioso della zona che voleva vedermi perché voleva che suo figlio giocasse nel Rapallo. Disse che il ragazzo aveva diciannove anni, che col pallone se la cavava, e che comunque a suo padre era meglio non dire di no.
Incontrai il Boss al ristorante "Il Galletto" di Genova, era un bell'uomo sui sessant'anni, vestiva con eleganza, aveva la parlata siciliana e il fare di chi è abituato a dare ordini. Mi disse di suo figlio, e io gli risposi che lo avrei provato: se meritava l'avrei fatto giocare, sennò sarebbe rimasto fra le riserve. Il Boss si disse d'accordo.
Padre e figlio arrivarono a Rapallo la settimana dopo per il provino. Il ragazzo non era male, col pallone ci sapeva fare. Tirai un sospiro di sollievo, la bravura del ragazzo aveva risolto il problema, lo feci subito giocare da titolare.
Il Boss, molto soddisfatto, mi invitò a cena a casa sua, ci andai con mia moglie: abitava in una splendida villa a picco sul mare, a Nervi. Entrammo in confidenza. Sapevo che il Boss nella zona era temuto e riverito, anch'io un po' lo temevo. Ma un'altra delle volte che mi invitò a cena nella sua magnifica villa ci trovai l'attore Walter Chiari e questo mi tranquillizzò.

All'inizio dell'86 il Boss mi comunicò che aveva intenzione di entrare nella società del Rapallo, e mi incaricò di dirlo al presidente. Voleva che si costruisse una squadra intorno a suo figlio, voleva che suo figlio diventasse un calciatore famoso.
Poco dopo cambiò idea. Il Rapallo era solo una squadra di serie D, troppo poco, così aveva cominciato a trattare per comprare l'Alessandria, che era in serie C e aveva difficoltà economiche. A giugno mi disse che la trattativa con i padroni dell'Alessandria era vicina al traguardo, e mi propose di fare il presidente della società. Io feci un po' di resistenza, non credevo di essere adatto a quell'incarico, ma alla fine accettai.
Andai a Alessandria, dirigenti e giocatori mi accolsero come il salvatore della patria. Ma la trattativa per il passaggio di proprietà della società, anziché concludersi, ritornò in alto mare: si erano fatti avanti altri compratori interessati all'affare. E insieme a loro, cominciarono ad arrivarmi telefonate minatorie, con minacce fisiche ai miei figli e alla mia ex moglie.
Invece di andare dalla polizia andai dal Boss, e lui mi tranquillizzò: «Non ti preoccupare, ci penso io». Il giorno dopo mi disse al telefono: «E' tutto a posto, ho sistemato tutto, non avrai più noie». Aveva anche deciso di rinunciare a comprare l'Alessandria. Io invece, per consolarmi, non rinunciai a comprarmi una Mercedes 250.

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