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A domani!

Nel fango del Dio Pallone - Giustizia pallonara (1)

 

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carlo petriniA luglio del '79 ritornai in serie A: il Cesena mi vendette al Bologna. Avrei fatto la riserva del centravanti rossoblu Savoldi, lo sapevo, ma quel trasferimento mi riempì di contentezza. Anche perché il Bologna mi dava 38 milioni l'anno, più vitto e alloggio gratis nel ritiro di Casteldebole (mia moglie e i miei figli restavano a Genova). Avevo 5 appartamenti, 70 milioni in banca, una Jaguar e trentun anni: l'idea di non avere sulle spalle la responsabilità di titolare cominciava a piacermi.
L'ambiente che trovai a Bologna era eccezionale: i compagni di squadra, l'allenatore Perani, la città, tutto corrispondeva alle mie migliori aspettative. Mi ambientai subito, senza nessun problema. Era tutto chiaro: ero un attaccante di riserva, il vice di Beppe Savoldi. I titolari della squadra erano Zinetti, Spinozzi, Perego, Sali, Bachlecner, Paris, Dossena, Mastropasqua, Savoldi, Colomba e Chiarugi.
Un dirigente della squadra, addetto agli arbitri, aveva una concessionaria di automobili extra-lusso. Da lui comprai, con lo sconto, una Jaguar 4.2 e una Rover 2.6. Colpito dalla mia passione per le macchine, mi propose di lavorare per la sua concessionaria: mi dava una percentuale sulle fuoriserie che riuscivo a vendere.

Nel bel clima bolognese, a settembre ci mettemmo in testa di organizzare una partita di beneficenza alla presenza del Papa. Non ricordo più chi di noi lanciò l'idea, so che ne parlammo alla dirigenza e tutto l'ambiente era entusiasta di una partita umanitaria con il Santo Padre in tribuna. Sarebbe stato un gran colpo pubblicitario anche per l'immagine del Bologna.
Pensai a Massimo Cruciani e alle sue entrature in Vaticano, lo dissi ai miei compagni di squadra, raccontai di quando lui ci portava a fare lo shopping e il pieno di benzina nella città del Papa. Così si decise che la lettera per la Santa Sede con l'invito ufficiale rivolto al Pontefice, firmata da tutti noi giocatori del Bologna, l'avremmo affidata proprio a Cruciani.
Portai la lettera a Massimo, a Roma, nel suo magazzino di ortofrutta. Cruciani fu molto contento di rivedermi, e ancora più contento che quel nostro invito al Papa lo affidassimo a lui. Ricordo che mi disse: «Entro du' giorni questa lettera sarà sur tavolo der Papa».
Andò proprio così, perché tre settimane dopo, attraverso la diocesi di Bologna, ricevemmo la risposta.
La Santa Sede ci informava che il Pontefice aveva ricevuto la nostra richiesta, che l'aveva gradita, ma che purtroppo, a causa dei suoi tanti impegni e viaggi pastorali, non avrebbe potuto essere presente alla partita benefica organizzata dal Bologna. Allora il nostro slancio umanitario-pubblicitario andò in fumo: niente Papa, niente beneficenza.

Non giocai quasi nessuna delle prime partite del Campionato '79-80, per cui dopo un po' la nostalgia di essere in campo cominciò a farsi sentire.
A novembre varie società di serie B chiesero al Bologna di potermi ingaggiare. I dirigenti me lo riferirono, e io ero quasi tentato di accettare un posto da titolare in B, piuttosto che ammuffire su una panchina della serie A. La mia carriera calcistica aveva imboccato la strada del declino, ma due o tre tornei da titolare li avrei potuti ancora giocare. Fu proprio Beppe Savoldi che mi convinse a restare al Bologna, io e lui stavamo diventando molto amici.
Ricordo che in quelle settimane nell'ambiente del calcio - fra giocatori, giornalisti, tifosi - cominciò a circolare la voce che ci fossero parecchie partite "combinate". Era la scoperta dell'acqua calda, non capivo perché se ne parlasse tanto, le partite combinate c'erano sempre state, non erano una novità. Probabilmente - pensai - è perché stanno diventando troppe, forse si sta esagerando. Si diceva che su quelle partite combinate ci fosse un giro di scommesse, ma neanche le scommesse erano una novità, tutti noi dell'ambiente sapevamo che c'erano il toto-nero e il calcio-scommesse, da anni, specialmente al Sud. E si diceva anche che a Roma le scommesse le raccoglieva Massimo Cruciani, ma per me non era una novità neanche questa.

Io continuavo a godermi la vita. Spesso - di solito il mercoledì - saltavo sulla mia fuoriserie e me ne andavo a Roma per incontrarmi con la fidanzata di un giocatore della Roma che avevo conosciuto l'estate prima. Quando il suo fidanzato giocava in trasferta, portavo lei a scopare in albergo. Una volta che non riuscivamo a trovarne uno libero telefonai a Cruciani, che ne riforniva alcuni di frutta e verdura: mi disse di andare all'hotel Midas, dove infatti c'era una camera libera. Quella volta Massimo mi fece trovare il conto già pagato, pensai che era proprio un amico.
A volte, a Roma ci andavo insieme a un compagno di squadra. Anche lui era sposato e padre di famiglia, e anche lui veniva nella capitale per scopare con una tizia. Ma era terrorizzato che sua moglie lo scoprisse, diceva che lei era gelosa di tutto, per cui lui faceva quei viaggi di piacere con la faccia di uno che va all'ospedale.

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