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Nel fango del Dio Pallone - Momenti di gloria (20)

 

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carlo petriniRestai al Cesena anche per la stagione seguente, 1978-79. La squadra non era in grado di lottare per la promozione in serie A, però era abbastanza forte da non rischiare la serie C. Questo fatto ci diede molta tranquillità e la possibilità di prenderci qualche libertà. Per esempio, in occasione di Cesena-Monza, che giocammo ad aprile del '79. Quel giorno mi sentivo particolarmente in forma, per cui cominciai a fare ammattire il mio marcatore e a mettere in agitazione la difesa monzese. Alcuni dei miei compagni di squadra, invece, sembravano particolarmente giù di forma: correvano molto poco, perdevano troppi contrasti. Cominciai a protestare, sospettavo che ci fosse sotto qualcosa anche se io non ne sapevo niente. Il sospetto durò poco: V. e O. mi si avvicinarono e mi dissero di piantarla perché era stato concordato il risultato sul pari. Finì 0 a 0. E il fatto che prima della partita alcuni miei compagni avessero combinato il pareggio e non me l'avessero detto mi fece molto incazzare, era come se loro non si fossero fidati di me.

Il ritrovo di noi giocatori del Cesena era al Bar Centrale, dove, prima di affrontare gli allenamenti, passavamo un'oretta a giocare a flipper, oppure a carte, o a leggere i titoli del giornali sportivi.
Proprio di fronte al bar, attraversata la strada, abitava un artista locale di mezza età, il pittore Nello Cotignola. Spesso andavamo a trovarlo, in quel suo appartamento che assomigliava alla casa di un pazzo.
Lui era molto ospitale, al punto che spesso ci prestava la casa che noi usavamo per andarci a scopare.
Al Bar Centrale conobbi Costanza, una ventenne bruna con il corpo da bambola romagnola e una gran voglia di fare l'amore. La portai diverse volte a casa di Nello: io e lei scopavamo nella camera da letto, mentre lui, nello studio, dipingeva i suoi quadri.
A Costanza piaceva anche un altro giocatore della squadra, O. Lo dissi all'interessato, e un giorno andammo tutti e tre a casa di Nello per fare un'ammucchiata. Il padrone di casa, eccitato dalla situazione, decise di farci un ritratto: mentre noi tre, nudi nel suo lettone, ce la spassavamo dando fondo alla nostra fantasia erotica, Nello ci guardava e dipingeva la sua tela. Non abbiamo mai saputo se eravamo stati dei buoni modelli, perché lui il ritratto non volle mai farcelo vedere.

Dopo gli allenamenti di solito andavamo in gruppo a fare una passeggiata nel centro di Cesena. Il punto di ritrovo era il negozio di Dante, una boutique di abbigliamento dove noi giocatori compravamo camicie, cravatte e vestiti - ai calciatori piaceva molto vestire elegante.
Un giorno, entrando in gruppo nel negozio, vedemmo uscire una bellissima donna. Chiedemmo a Dante chi fosse la dama che era appena uscita. Lui ci seppe dire non solo il nome, il cognome e l'indirizzo, ma anche che aveva ventinove anni e che da un paio d'anni era la moglie di un ufficiale dell'esercito - una situazione molto eccitante. Scommettemmo fra noi chi per primo fosse riuscito a conoscerla, e magari a portarsela a letto.
Nei giorni seguenti la donna non si fece più vedere nel negozio di Dante. Così, siccome ci tenevo molto a vincere la scommessa, feci quello che gli altri non avevano il coraggio di fare: andai a casa sua e suonai alla sua porta. Lei aprì e disse: «Desidera?». Io, fingendo di essere un timidone, le risposi balbettando: «Mi scusi. E' che... volevo conoscerla...». Andai a trovarla a casa un altro paio di volte, e la terza finimmo a letto. Scommessa vinta.

Ripenso con tristezza infinita a due miei compagni di squadra di allora, Bruno Beatrice e Giorgio Rognoni. Sono morti tutti e due qualche anno dopo, quando avevano poco più di trent'anni, uno di leucemia, l'altro per un tumore.
Erano due tipi completamente diversi. Giorgio giocava all'attacco ma era un principino: sempre curato, in ordine, elegante, stava mezz'ora in più negli spogliatoi per asciugarsi perfettamente i capelli, era il classico bravo ragazzo che come unico eccesso aveva la mania di giocare a flipper. Il vecchio Bea era tutto il contrario: giocava in difesa, era un mastino coi piedi di ferro, aveva un caratteraccio, era testardo come un mulo e sempre pronto alla polemica.
Da quando sono morti ho ripensato molto spesso a loro e a quello che vivemmo insieme nel Cesena, li ho fatti diventare miei amici intimi quando non c'erano più.

Un compagno di squadra mi informò che la moglie di un dirigente, giovane e bella, mi aveva messo gli occhi addosso. Credevo che fosse uno scherzo, ma lui disse che la signora, nell'ambiente, era famosa perché ogni tanto sceglieva un giocatore del Cesena e si faceva sbattere per un po' finché non si stancava e ne sceglieva un altro. Mi feci dare nome e numero di telefono e la chiamai. Lei mi disse subito: «Tu non mi conosci, ma io sì: hai un bel corpo...». In effetti la signora, fin dal nostro primo incontro, dimostrò di essere una vera esperta di calciatori.
Per evitare complicazioni, ci davamo appuntamento in un albergo di Imola, oppure scopavamo in macchina fuori da Cesena. La nostra relazione andò avanti senza incidenti fino alla primavera del '79. Poi successe che siccome la squadra andava male e il finale di Campionato era ad alto rischio, un bel giorno Oddi e Ceccarelli mi seguirono in macchina, e scoprirono che me la facevo con la moglie del dirigente. La sera, quando tornai in ritiro, all'Hotel Casali, mi aspettarono in camera e mi minacciarono: se non la piantavo subito dedicandomi solo al campo, avrebbero detto tutto all'allenatore, al presidente e al dirigente "becco". Io dissi: «D'accordo, avete ragione», ma continuai a scoparmi la vogliosa signora, solo con un po' più di cautela.

Verso la fine del Campionato '78-79, alla vigilia della trasferta del Cesena a Bari, mi telefonò a casa l'"amico de' Roma" Massimo Cruciani (il mio numero di telefono l'aveva avuto da un giocatore della Roma).
Fui contento di risentirlo, dopo tanto tempo, la sua parlata romanesca mi riportava ai bei ricordi giallorossi.
Parlammo un po' del più e del meno, poi Cruciani mi spiegò il motivo della telefonata. Disse che lui e altri avevano organizzato un giro di scommesse, per cui voleva sapere se c'era già qualche accordo per il risultato di Bari-Cesena, e se c'era la possibilità di combinare sul pareggio. Gli dissi che per quello che ne sapevo io non c'era nessun accordo per pareggiare quella partita, e che comunque non ero in grado di "combinare" niente. Massimo mi fece promettere che la prima volta che sarei andato a Roma ci saremmo rivisti, e ci salutammo.

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