
A domani!
Nel fango del Dio Pallone - Momenti di gloria (7)
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Arrivai a Milanello, nel luglio del 1968, con la gola stretta dall'emozione. Ci arrivai a bordo della mia Mini blu, pronto a comprarmi una fuoriserie più adatta al mio nuovo ruolo di giocatore della squadra campione d'Italia. La ressa dei tifosi radunati intorno ai cancelli mi fece battere il cuore, la nuova macchina che mi sarei comprato mi dava la carica, camminavo sulle nuvole.
Sapevo che nello squadrone dei neocampioni d'Italia sarei stato una riserva. Ma il Milan, nella stagione che andava a cominciare, sarebbe stato impegnato su tre fronti (il Campionato, la Coppa dei campioni e la Coppa Italia), per cui le mie possibilità di entrare in campo erano comunque alte. I titolari erano: Cudicini, Anquilletti, Malatrasi, Schnellinger, Rosato, Trapattoni, Hamrin, Lodetti, Sormani, Rivera e Prati. Come riserve, insieme a me, c'erano Scala, Maldera, Santin, Rognoni e Vecchi.
L'allenatore era il burbero Nereo Rocco, aiutato da tre colonnelli: Cesare Maldini, Bergamasco e Scarpato. Il clima interno era di grande professionismo, Milanello mi sembrava una struttura efficiente come un collegio svizzero, non c'era paragone con il Genoa.
Noi giocatori eravamo tenuti sotto un controllo strettissimo: quando non c'era Rocco, a sorvegliarci c'erano i suoi tre vice.
La prima partita di Coppa dei campioni il Milan la giocò all'inizio di stagione, contro il Malmö, in Svezia.
Ci andammo sicuri di vincere, ma in campo perdemmo per 2 a 1. Io soffrii tutta la partita standomene in tribuna. All'aeroporto, dopo il viaggio di ritorno, un incazzatissimo Rocco ci diede appuntamento per due giorni dopo a Milanello.
Alla ripresa degli allenamenti il Paròn - non so perché - mi prese di mira, sfogò su di me la sua rabbia per la partita persa in Svezia.
«Dove hai passato questi due giorni'?», mi domandò con fare polemico mentre saltellavo facendo gli esercizi di riscaldamento. «A Genova, sono stato con mia moglie», gli risposi sempre saltellando.
«E chi te lo ha dato il permesso?!». «Beh... Lei, ci ha dato due giorni di libertà», dissi io continuando gli esercizi.
«... E QUANDO TI PARLO INSIEME FERMATI!, maleducato che non sei altro!!!», gridò lui fuori dai gangheri. Mi fermai, non capivo. Ma lui era rabbioso: «Vorrei sapere perché cazzo sei qui al Milan: di uno come te non so cosa farmene!», gridò.
Mi andò il sangue alla testa: «Allora tolgo il disturbo!», dissi incazzato anch'io, e me ne tornai nello spogliatoio. Feci la doccia, salii di corsa nella mia stanza, raccattai la mia roba, saltai in macchina e me ne tornai a Genova. Ero nero di rabbia.
La sera mi telefonò a casa il direttore sportivo Bruno Passalacqua e mi domandò cosa fosse successo.
Glielo spiegai. L'indomani mi richiamò, e mi disse che dovevo tornare subito per giocare un'amichevole con la De Martino. Arrivai a Milano due ore prima della partita. Mi accolse il vice allenatore, Maldini: mi comunicò che subito dopo la gara avrei dovuto andare a Vicenza, dove il Milan doveva disputare l'incontro per la Coppa Italia.
Raggiunsi l'albergo vicentino dove alloggiava la squadra rossonera. Nella hall c'era Rocco che parlottava con Ugo Tognazzi: appena mi vide girò la testa dall'altra parte.
Alla vigilia del Campionato, Sormani e Hamrin si infortunarono. Così la maglia di centravanti titolare nella prima partita - contro la Sampdoria - finì sulle mie spalle. Con la rabbia in corpo giocai una gara da applausi, non segnai solo per colpa della traversa, e mi guadagnai il posto in squadra anche per la partita di ritorno contro il Malmö.
Un giornale di Milano, dopo il mio esordio a San Siro, mi dedicò un articolo che ancora conservo: «Da un giovanottone come Petrini si aspettavano dichiarazioni clamorose, accidenti alla traversa, forse era dentro, che sfortuna, grazie al pubblico che mi ha sostenuto, che bello giocare nel Milan, sono soddisfatto ma devo fare meglio. Invece niente: non posso parlare, vi prego non insistete, e va a rifugiarsi fra le braccia di Gino Vianello che lo ebbe allievo nel Lecce, appena diciassettenne, ancora ragazzo dunque, e che ieri era lì anche lui a trepidare per questo giovanotto chiamato al severo esame di San Siro a soli vent'anni. Uscito da un'infanzia difficile, orfano di padre ancora bambino, appena adolescente dunque, veniva spedito dal Genoa a Lecce perché si facesse le ossa; oramai il ricordo di Monticiano, il paesino del senese dove era nato il 29 marzo 1948, era molto lontano. Poi il ritorno a Genova e la battaglia per affermarsi, farsi un nome e assicurarsi un avvenire nel difficile mestiere di centravanti. Poi la grande occasione: l'interesse del Milan, le segnalazioni, gli esami, ripetute relazioni di osserva-tori, cartelle cliniche e tecniche: velocissimo, coraggioso, ambidestro, forte di testa, dinamite nei piedi, buona visione di gioco, buon tocco, anche altruista. Andava a vederlo Rocco personalmente: la cifra da sborsare per l'acquisto era piuttosto robusta (250milioni), meglio essere tutti d'accordo, evitare di sbagliare. Affare fatto, ma la gente vuole il nome, Petrini non dice niente ancora, così come non diceva niente Prati l'anno scorso prima che si mettesse a fare i gol. Il ragazzo si sposa, si infortuna negli spareggi-salvezza del Genoa, si allena a singhiozzo: troppe cose insieme. [...]
Ieri il lancio decisivo, l'esordio nel grande stadio, di fronte a un pubblico esigente e poco tenero in un momento delicato per la squadra ancora in rodaggio, a tre giorni dal retour-match di Coppa dei Campioni. C'era da tremare: dentro o fuori, in un'ora e mezza, forse in un solo minuto il ragazzo si poteva giocare la carriera. Carlo Petrini non ha tremato: ha messo in mostra tutte le sue qualità, le migliori ancora da scoprire comunque. Un grosso tipo, ammetteva Rocco. Non è il caso di esaltarsi - ripeteva Nereo, sempre pacato nei suoi giudizi - comunque il giocatore c'è: adesso ne abbiamo veramente uno in più. Ieri sera, appena rientrato a Milanello, Carlo Petrini ha telefonato subito a Genova, alla giovane moglie, ventenne come lui: è stato un lungo colloquio, com'è giusto tra due innamorati, ma un colloquio felice questa volta. Perché la vita, adesso, sorride ai due ragazzi: alla loro età l'avvenire è tutto rosa, rosa e ricco di gol.»
Nella partita di ritorno di Coppacampioni battemmo gli svedesi del Malmö per 4 a 1, e passammo il turno. Allora l'umore nero del Paròn ritornò bonario, e pian piano la sua antipatia verso di me passò così come era arrivata: senza nessun motivo.
I miei rapporti con Rocco rischiarono ancora la crisi poco tempo dopo. Comprai la nuova macchina che sognavo, una Lancia Zagato grigia metallizzata, la pagai quasi due milioni, era veramente uno spettacolo!
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